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La sanità in Calabria? Un’arma impazzita che rischia di fare morti

Dopo l'approvazione della legge Calabria, quattro dei sette commissari straordinari nominati dai commissari ad acta per il tramite della ministra, hanno gettato la spugna sul ring prima di indossare i guantoni. Per i tre che rimangono, sono in tanti (troppi) a vederla dura, certi come sono che hanno fatto le loro scelte al buio pesto. Il risultato è quello di avere aziende acefale, prive di governance e con tanta paura addosso per i preposti precari, che non possono fare granché se non vegetare. 

17 LUG - Incombe il terrore, quello vero, a leggere le notizie di questi giorni, le rivendicazioni di ulteriore potere della ministra Grillo e le soluzioni che stanno in pentola per guarire una sanità ovunque malata e in avanzato stato di coma nel Mezzogiorno.

Al peggio non c'è mai fine
Mai come oggi, il diritto alla salute ha subito un simile maltrattamento. E' a rischio l'esistenza del Servizio sanitario nazionale che, ovunque, non garantisce alcunché se non attraverso gli erogatori privati accreditati e contrattualizzati, gli unici ad assicurare le prestazioni, soprattutto diagnostiche, compatibili con i tempi utili per intervenire tempestivamente e, quindi, favorevolmente sulle patologie importanti. Del resto, da una organizzazione pubblica così maltrattata, con il personale che non c'è e quello che c'è è vittima di retribuzioni nettamente al di sotto di quelle che merita e degli abituali soprusi che gli commina la politica, non ci si poteva aspettare altro.

La sua esistenza è a rischio con l'applicazione a regime di quota 100, con il perpetrare dei numeri chiusi nei mestieri che fanno l'assistenza, con le assurde minacce di differenziazione che si realizzeranno con il federalismo asimmetrico nei rapporti soprattutto convenzionali.


Per non parlare poi, delle regioni ove questi problemi vanno a sommarsi ad una organizzazione della salute da sempre evanescente, piena zeppa di debiti accumulati, lasciata in mano a degli incompetenti di management, messi lì solo perché «schiavi» della politica che li nomina, occupata da corrotti e corruttori e abbandonata dai governi che si sono succeduti negli ultimi vent'anni, che si sono preoccupati solo di gestirle così cose si faceva con le colonie da depredare. Dunque, i saccheggi economici sono stati da queste parti numerosi e abbondanti, alle stesso modo di come sono state reiterate le cattive abitudini dei controllori - aziendali, regionali e ministeriali (al lordo, ovviamente, degli advisor che si sono arricchiti di immeritate prebende annue milionarie senza far nulla) - colpevolmente inadempienti, ad essere generosi.

Oggi a tutto questo bailamme, che è tra l'altro di «cattivo gusto» europeo, si aggiungono le follie. Anziché studiare come ristrutturare il Ssn, nel senso di impedire a circa 30 milioni di abitanti l'esigibilità dei minimi livelli assistenziali, ci si inventano soluzioni che non stanno né in cielo e né in terra. Il tutto nell'ottica dei Governi che hanno preceduto l'attuale, sul quale in tanti (troppi) avevano posto fiducia.

La pezza è peggio del buco
Si propone per il prossimo Patto della Salute l'abbandono dell'attuale procedura di commissariamento degli organi regionali delle Regioni, in balia di una sanità che non c'è, e l'insediamento di una nuova procedura, funzionale a sostituire gli attuali commissari ad acta ad opera di «mini-commissari» per le singole criticità rilevate. Il tutto finalizzato a mettere una pezza sui disastri generati sino ad oggi in 11 Regioni, sottoposte ai piani di rientro, di cui solo tre a risultato positivo (Veneto, Piemonte e Liguria) delle quali i cittadini non hanno affatto una buona opinione.

Ma davvero si può pensare di risolvere i problemi di un sistema in crisi profonda, cambiando le denominazioni dimensionali dei preposti governativi (atteso che passeranno da commissari a mini)? Sarebbe un assurdo pensare di riuscirci senza approntare una riforma seria e ad elaborare, a presupposto di ogni cambiamento, piani di riqualificazione fatti su misura delle Regioni in crisi, alcune delle quali hanno i loro i cittadini esposti a rischio della loro vita?
Questo è quanto accade nel Paese.
 
Il buio assoluto
In Calabria e simili (intendendo per tali tutto il Sud sanitariamente malconcio) va molto peggio.
E' di questo Governo la scoperta, tirata fuori da un cilindro ministeriale che, invero, mette più paura di quanto lo facesse quello di Mandrake.
Un decreto (35/2019), prima, una legge di conversione (60/2019), dopo, dalla sedicente salvifica denominazione. Nel frattempo, quattro dei sette commissari straordinari nominati dai commissari ad acta (amputati di una unità scappata via di notte fonda e, si suppone senza scarpe per non fare rumore) per il tramite della ministra, hanno gettato la spugna sul ring prima di indossare i guantoni. Per i tre che rimangono, sono in tanti (troppi) a vederla dura, certi come sono che hanno fatto le loro scelte al buio pesto.

Il risultato è quello di avere a sei mesi dal decreto legge le aziende acefale, prive di governance e con tanta paura addosso per i preposti precari, che non possono fare granché se non vegetare.

Da qui, una regione in balia del fato, tant'è che sono in tanti, oltre a quelli che emigrano in cerca di sanità altrove, a votarsi al nostro caro San Francesco di Paola. Un tentativo che, persino per gli agnostici, comincia ad assumere più credibilità dell'istituzione ministeriale deputata ad assicurare la salute.
La Calabria è divenuta terra di nessuno. Meglio, la sua sanità e divenuta un'arma impazzita che rischia di fare morti a causa di una ministra che sta facendo una sadica formazione politica sulla pelle dei calabresi.

Alle regionali del 2020 se ne vedranno delle belle (rectius, delle brutte, dipende dai punti di vista!)  
 
Ettore Jorio
Università della Calabria

17 luglio 2019
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