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Il Coronavirus e “L’arte della guerra”

di Antonio Panti

Contro la pandemia incorso finora si stanno confrontando quattro modelli di "arte della guerra". Il primo è quello europeo assai simile a quello dell'OMS. Il secondo è il modello cinese, efficace ma tardivo, fondato sull'imposizione, privo di trasparenza. Il terzo è il nostro, all'inizio abborracciato e confuso, ma che ora reagisce meglio. Il quarto modello è inglese ed è quello sempre adottato in tutti i paesi in caso di epidemia: si privilegia il mantenimento del produzione e l'instaurarsi spontaneo dell'immunità di gregge. Ecco perché la nostra via è la migliore

18 MAR - L'epidemia da covid19 è in pieno svolgimento ma appaiono già interessanti riflessioni che, mi auguro, si rivelino utili quando si trarranno le conseguenze di questo sconvolgimento che ha messo a nudo pregi e difetti del nostro paese. Anch'io sono stimolato dalle stesse questioni che Cavicchi ha posto il 16 marzo su QS.
 
Dico subito che su alcune sono d'accordo con Cavicchi su altre no. Me la cavo brevemente sul disaccordo; ora sono più rilevanti le questioni di politica generale.
 
Il disaccordo è sul documento della SIAARTI. Condivido la risposta di Mori e aggiungo soltanto che il documento è stato frainteso. Gli argomenti non sono affatto nuovi: "Tragic choice" di Calabresi e Bobbit, apparso nel 1978, affrontava le stesse questioni e proponeva alcune soluzioni. La SIAARTI pone la questione dell'appropriatezza clinica, del triage longitudinale e dei limiti sociali e fattuali delle risorse. Fare parti uguali tra disuguali è una distorsione della deontologia ippocratica (e il contrario del pensiero di Rowls). In conclusione (vedi sentenze 207/19 e 242/19) la deontologia si colloca all'interno dei valori costituzionali: può disattendere la legge ma non la costituzione.

 
Concordo invece con le riflessioni di Cavicchi sul rapporto tra politica e scienza, Per venti anni ho presieduto il Consiglio Sanitario della Toscana e ho imparato quanto le proposte dei medici, pur fondate su solidissime evidenze scientifiche, dovessero essere filtrate alla luce di altre legittime esigenze e che il vero politico è colui che è capace di trovare la corretta mediazione nell'interesse della maggior parte dei cittadini.
 
Questa realtà è difficilmente compresa dai medici per i quali la salute è il parametro decisionale principale, superiore a ogni altro. Non penso alle proteste dei singoli che, come i tifosi al bar che si improvvisano allenatori, hanno in tasca la soluzione per ogni problema del mondo; ogni medico però ragiona avendo in mente il paradigma che gli viene istillato durante "l'hidden curriculum", l'apprendimento per imitazione che ognuno trae dai medici più anziani.
 
Altresì oggi senza la consulenza della scienza non si possono più prendere neppure le decisioni fondate sul diritto. Esistono già tentativi di risolvere la questione che è concreta e pressante (pensiamo ai criteri di Daubert per valutare le perizie).
 
Cavicchi afferma che le evidenze scientifiche non sono dogmi e fa di questo il centro del ragionamento. Manca un passaggio. La scienza medica fa parte della biologia con ascendenze dalla fisica, dalla chimica e altre ancora e, come tale, segue i paradigmi dominanti che sono più d'uno. Ma la medicina pratica è una prassi che si avvale della scienza e agisce in un mondo di valori e opera in modalità sincretica con la psicologia, l'antropologia e altre scienze, sempre confrontandosi con il paziente e con le sue scelte e i suoi valori.
 
La medicina pratica è un'arte politica, una pragmatica decisionale che adatta al singolo le regole generali. Così ci hanno insegnato i vecchi maestri, baroni quanto si vuole, ma che mai avrebbero pensato che, quando necessario, non fosse lecito decidere "contro il parere della facoltà" come i medici di Moliere.
 
Ma tornando alla pandemia e tentando un primo ragionamento, finora si stanno confrontando quattro modelli di "arte della guerra".
 
Il primo è quello europeo assai simile a quello dell'OMS: un modello senza idee e capacità di reazione. Ognuno fa per sé, ma purtroppo non c'è un Dio che fa per tutti.
 
Il secondo è il modello cinese, efficace ma tardivo, fondato sull'imposizione, privo di trasparenza.
 
Il terzo è il nostro, all'inizio abborracciato e confuso, ma che ora reagisce meglio. Questo modello dispone di un servizio pubblico affidato a personale altamente responsabile e qualificato, dell'abitudine alla trasparenza degli esperti che ha contagiato la politica, di mass media liberi e consapevoli (con qualche vistosa eccezione), di troppi centri decisionali ma di una maggior vicinanza alla gente.
 
Il quarto modello è inglese ed è quello sempre adottato in tutti i paesi in caso di epidemia: si privilegia il mantenimento del produzione e l'instaurarsi spontaneo dell'immunità di gregge.
 
Penso che il modello migliore sia quello italiano perché salva più vite a parziale soddisfazione dell'hastag "andrà tutto bene", perché attraverso la trasparenza dei dati porterà maggiori risultati allo studio e alla terapia dell'epidemia, perché risponde ai valori sui quali è fondata la nostra convivenza: tutelare la salute di ogni individuo in quanto è interesse della collettività.
 
La nostra sanità pubblica, affatto disallineata col libero mercato, rende tutti uguali di fronte alla malattia e nessuno si deve riparare in una villa fiesolana.
 
Altri spunti di riflessione riguardano il servizio sanitario universalistico e ugualitario che funziona meglio di ogni altro, per cui il regionalismo deve essere riconsiderato. Inoltre, senza l'abnegazione dei professionisti della sanità non si raggiunge alcun risultato: la questione del personale in sanità è dirimente. Da vecchio ex Presidente d'Ordine ringrazio tutti i medici che tengono alti i valori della professione. Un particolare ringraziamento alle giovani colleghe costrette a rinunciare a molto del loro ruolo di mamme.
 
Due insegnamenti sono importanti, il primo è che la medicina fa parte del sistema economico globale e il rapporto tra medico e malato vive all'interno delle esigenze della collettività sia sul piano sanitario che economico. Il secondo verrà dallo studio delle conseguenze psicologiche di questa quarantena di massa. Temo che, appena trascorsa questa specie di magica sospensione della vita quotidiana, torneremo alle consuete pessime abitudini. La storia non è maestra di vita, è già stato detto.
 
Antonio Panti

18 marzo 2020
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