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Il pendolo del Covid-19, tra salute pubblica ed economia

di M.Antonini, C.Berardi e F.Paolucci

Come un pendolo, che oscilla tra la necessità di garantire la salute pubblica e quella di far ripartire l’economia, la strategia comunicativa di governo e Regioni continua ad ipnotizzare il pubblico pagante, ormai in preda alla rassegnazione e all’incertezza. Il 17 maggio, la politica decreta il contro-sorpasso delle questioni economiche sulla salute pubblica. Il pendolo politico del governo cede alle pressioni di Regioni e industria contro il parere del comitato scientifico

21 MAG - Nel pomeriggio del 17 maggio, il governo italiano ha approvato il decreto-legge numero 33 in materia di coronavirus che allenta in via anticipata alcune delle misure di uscita precedentemente stabilite con il dpcm 26 aprile 2020. Una buona notizia per il paese, ormai stremato dall’isolamento, un po’ meno per la politica che, con un altro dietrofront, rinnega il decreto del 26 aprile e la strategia unitaria a livello nazionale. Come un pendolo, che oscilla tra la necessità di garantire la salute pubblica e quella di far ripartire l’economia, la strategia comunicativa di governo e Regioni continua ad ipnotizzare il pubblico pagante, ormai in preda alla rassegnazione e all’incertezza.

Singolare appare la decisione di lasciare alle Regioni la possibilità di introdurre misure ampliative o restrittive in maniera autonoma, su cui però vige una clausola di salvaguardia per lo Stato che può correggere l’operato dei governatori qualora la curva epidemiologica tornasse a preoccupare. Di per sé una strategia di uscita regionale potrebbe anche apparire una decisione condivisibile data la diversa incidenza del COVID-19 sul territorio.
 
Tuttavia, è lecito chiedersi perché lasciare autonomia alle Regioni in un momento in cui il paese è in piena convalescenza? O al contrario, perché si è imposto il lockdown quando si poteva adottare una strategia diversificata che lasciasse la possibilità alle Regioni meno colpite di continuare l’attività economica e sociale?

Quando il 9 marzo il Decreto “Io Resto a casa” è stato emanato era chiaro che saremmo andati incontro ad un periodo di recessione economica, ma la salute pubblica ha preso il sopravvento. Oggi è altrettanto chiaro che una nuova ondata di infezioni potrebbe divampare mentre rimettiamo in moto la macchina economica dei servizi non essenziali. La domanda che sorge spontanea è dunque: con quale criterio stiamo affrontando la fase 2?
Cerchiamo di fare ordine per analizzare le decisioni prese dal governo.

Confronto tra gli indicatori pre-lockdown
Il 9 marzo, all’indomani dell’estensione delle zone rosse a Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna ed altre province tra cui Asti e Pesaro e Urbino, il premier Conte estendeva il lockdown a tutto il territorio italiano. La decisione veniva giustificata da “una crescita importante dei contagi, dei ricoveri in terapia intensiva e dei decessi”. Fino all’8 marzo il numero dei casi totali ammontava a 7.375, con un incremento giornaliero medio di 673 casi nei 10 giorni precedenti. Per quanto riguarda il numero dei morti l’aumento giornaliero medio si attestava a 35 decessi per un totale di 366. Per i ricoveri in terapia intensiva la somma era di 3.182, con una media di 65 nuovi ricoveri al giorno, nei 10 giorni precedenti.

Mentre i contagi e le morti iniziavano drammaticamente a salire, l’economia italiana mostrava diffusi segni di flessione, come riportato nella nota integrativa dell’Istat (6 marzo con riferimento a febbraio 2020). I dati del mercato del lavoro confermavano i segnali di contrazione dei livelli di occupazione rilevati a dicembre, con una diminuzione degli occupati e un aumento dei disoccupati e degli inattivi. In termini di prodotto interno lordo, nell’ultimo trimestre del 2019 si è registrata una variazione congiunturale negativa pari allo 0,3%, in un clima di sfiducia a causa dell’incertezza del clima futuro. Sorprendentemente, nel mese di febbraio l’indice di fiducia delle imprese ha mostrato un lieve miglioramento rispetto al mese precedente dove, però, si era registrato un forte calo.

Lockdown
Nei giorni successi al lockdown, il numero dei contagi continuava ad aumentare cosi come il numero dei decessi che ha raggiunto il picco il 27 marzo (969 morti). Riferendoci ai 14 giorni dopo il lockdown (10 -23 marzo), in Italia si sono registrati 53.778 casi in più con 5.446 morti. Mentre i dati sui guariti registravano un aumento di 6.428 pazienti nello stesso periodo, i ricoveri in ICU si attestavano a 2.327. I numeri, purtroppo ben noti, mostrano la gravità della situazione e la necessità di un intervento straordinario.

Il governo, pur attuando il lockdown del paese, ha tentato di salvare l’attività produttiva senza fermare le attività industriali. Tuttavia, i casi crescevano inesorabili. Il 22 marzo il governo si è trovato costretto a emanare il decreto “Chiudi Italia” bloccando le attività produttive ritenute non essenziali. Tale misura ha sancito la resa delle questioni economiche di fronte all’emergenza sanitaria. Segno del destino (forse), nei giorni successivi l’effetto lockdown ha iniziato a manifestarsi. La riduzione della curva del contagio e delle morti è diventata significativa, cosi come la riduzione gli accessi in terapia intensiva. Le morti dopo il 27 marzo iniziano la loro discesa cosi come mostrato nel grafico; la variazione percentuale dei ricoveri in terapia intensiva ha iniziato a ridursi dal 23 marzo fino a diventare negativa per la prima volta il 4 aprile (-0,2%).

 

 
L’economia invece continua a mostrare una tendenza negativa, così come gli indici di fiducia dei consumatori e delle impese. Come riportato dalla nota integrative dell’Istat per il mese di marzo, il clima economico dei consumatori passa da 121,9 a 96,2, e il clima futuro decresce da 112,0 a 94,8. Con riferimento alle imprese, le stime degli indici evidenziano un calo molto ampio della fiducia soprattutto nei servizi (l’indice passa da 97,6 a 79,6), nel commercio al dettaglio (da 106,9 a 97,4) e nella manifattura (da 98,8 a 89,5). Nel settore delle costruzioni, l’indice di fiducia registra una flessione decisamente più contenuta passando da 142,3 a 139,0.
 
In questo contesto pesa ovviamente la congiuntura internazionale. Questo vale particolarmente per le esportazioni verso la Cina che ha riguardato un numero esteso di prodotti, sia beni di consumo sia intermedi e strumentali, registrando -21,6% rispetto a febbraio 2019. Al contrario le esportazioni verso Stati Uniti, Giappone e Turchia sono aumentate. Da registrare poi, il crollo del prezzo del petrolio che ha spinto l’inflazione verso lo zero.

In questo contesto, il 17 marzo il premier Conte e il Ministro Gualtieri hanno annunciato il decreto “Cura Italia”, lanciando un impulso fiscale immediato di 16 miliardi tra riduzione delle tasse (2.4 miliardi) per i settori più a rischio (tra cui turismo, tempo libero, ristorazione e trasporti), potenziamento del settore sanitario (3.2 miliardi) e la protezione dei i lavoratori tramite assegni di disoccupazione (10 miliardi). Il decreto “Cura Italia” è stato poi rinforzato il 6 aprile, quando il Consiglio dei ministri ha approvato il Decreto Liquidità (Decreto-legge 8 aprile 2020, n. 23) che stanzia un totale di 563 miliardi di cui oltre 100 miliardi per l’accesso al credito di piccole e medie imprese e inietta liquidità nel sistema bancario.

Nonostante l’ingente stimolo fiscale, l’economia italiana continua a sprofondare in un periodo di eccezionale negatività, trainata dalla congiuntura internazionale. Mentre il commercio elettronico ha fatto registrare un aumento significativo, le vendite al dettaglio per i beni non alimentari hanno registrato un crollo preoccupante. Inoltre, grazie ai ribassi energetici guidati dall’andamento del prezzo del petrolio, l’inflazione in Italia è risultata nulla.
 
 
Dibattito sulla fase 2
Il clima economico in caduta e il lento miglioramento della situazione dei contagi sposta il dibattito sulla fase 2 e le sue modalità di attuazione. I numeri in miglioramento spingono alcune Regioni capitanate da Lombardia ed Emilia-Romagna a richiedere la riapertura anticipata "dal 27 aprile dei cantieri edili, in particolare quelli all’aperto e di alcune filiere produttive maggiormente esposte alla concorrenza internazionale». È Conte stesso a interviene nell’informativa del 20 aprile al Parlamento per limitare le speculazioni. Il premier annuncia un programma di ripartenza ben strutturato, riaperture omogenee su base nazionale poiché «non possiamo affidarci a decisioni estemporanee pur di assecondare una parte dell'opinione pubblica o di soddisfare le richieste di alcune categorie produttive, di singole aziende o di specifiche Regioni". 

Il piano viene ufficialmente presentato nel decreto del 26 aprile in cui per la prima volta il governo italiano definisce chiaramente gli indicatori di riferimento della fase 2. La strategia di riapertura prevedeva tre fasi: la prima tra il 4 e il 18 maggio che permetteva la libera circolazione delle persone solo all'interno della regione di residenza e per attività necessarie (lavoro, salute). Il 7 maggio le Regioni avevano poi l’obbligo di valutare i tassi di contagio imposta dal Ministero della Salute per valutare l’obbligo di un ritorno all'isolamento. Il 18 maggio, invece, era prevista la riapertura dei soli negozi di vendita al dettaglio e dal 1° giugno i bar e i ristoranti. Dal 26 aprile al 4 maggio il numero dei nuovi casi si attesta a 14.263, con 530 nuovi ricoverati in terapia intensiva e 20.303 dimessi guariti.
 
 
 
Fase 2
Come stabilito, il 4 maggio la prima fase della riapertura ha avuto inizio. Tra il 4 e il 18 marzo il numero dei nuovi casi registrati è 13.948, mentre i guariti sono 44.447. Al 18 maggio sono 749 i pazienti ricoverati in terapia intensiva. Nei due monitoraggi settimanali dell’Istituto Superiore di Sanità gli indicatori predisposti dal Ministero della Salute hanno registrato valori incoraggianti. L’indice di trasmissibilità della malattia nella prima settimana era inferiore a 1 per tutte le Regioni, eccetto per l’Umbria (1,23) che insieme a Molise e Lombardia era tra gli osservati speciali. Tanto è bastato per far fare marcia indietro al governo italiano e anticipare la riapertura. Si è passati dall’esigenza di un piano omogeneo su base nazionale a una fase due differenziata per territorio.
 
Sono quindi i vari amministratori locali a decidere la ripartenza delle singole attività e servizi, anche in opposizione al parere del comitato scientifico. Non importa poi se ogni Regione ha una propria strategia di testing e se i dati forniti dalle Regioni per il monitoraggio dell’Istituto Superiore di Sanità non siano ancora completi.
 
Il 17 maggio, dunque, la politica decreta il contro-sorpasso delle questioni economiche sulla salute pubblica. In nome di una situazione economica in crisi, il pendolo politico del governo cede alle pressioni di Regioni e industria contro il parere del comitato scientifico. Ancora una volta la strategia comunicativa è incerta e la classe politica sembra incapace di assumersi le proprie responsabilità decisionali. Da notare inoltre che il numero dei nuovi casi non è ancora inferiore a quelli che si registravano nella settimana precedente al lockdown, un dato che getta ancora più dubbi sulla strategia della chiusura nazionale. La domanda posta ad inizio articolo è allora più generale e non si limita alla fase 2: con quali criteri abbiamo affrontato e continuiamo ad affrontare il coronavirus?
 
Marcello Antonini, PhD Candidate University of Newcastle (AU)
Chiara Berardi, PhD Candidate University of Newcastle (AU)
Prof Francesco Paolucci, PhD, University of Newcastle (AU) & University of Bologna (IT)


21 maggio 2020
© Riproduzione riservata


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