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Il Covid, la Medicina e la Politica

di Antonio Panti

La mia impressione è che non ci sia molto da guadagnare in questo pur inevitabile connubio tra scienza e politica. Lo dimostra a sufficienza la vicenda dei vaccini per il Covid. Nessuno può negare l’urgenza e la gravità del momento ma non v’è dubbio che le regole della razionalità scientifica sono state neglette o solo parzialmente seguite

03 DIC - Rudolph Virchow diceva che la medicina è politica e la politica è una medicina su vasta scala. Ne abbiamo avuto conferma nella pandemia in corso: mai come ora la medicina ha svolto un ruolo così importante nelle decisioni politiche.
 
In una sua recentissima pubblicazione Massimo Livi Bacci dimostra come fino al XX secolo, nonostante gli infiniti e sanguinari conflitti, le grandi sciagure demografiche fossero dovute a sconvolgimenti naturali, terremoti, carestie e, più ancora, le grandi epidemie che hanno costellato la storia umana. Solo nel novecento le disastrose decisioni politiche (non solo le due guerre mondiali) avevano provocato un vistoso calo demografico e più morti civili e militari che qualsiasi dramma naturale, nonostante la terribile “spagnola”.
 
Una cosa è certa: le guerre non sono decise dai medici ma anche nelle calamità naturali sanitarie, le epidemie, i medici potevano ben poco. Nella pandemia del 1919, per quanto la scienza avesse già fatto enormi progressi, tuttavia non era in grado di contrastare la malattia. Tutti i provvedimenti adottati per tentare di contenere le epidemie erano misure di polizia sanitaria.

 
Nel secolo scorso il miglioramento delle condizioni igieniche e la scoperta dei vaccini avevano posto in secondo piano la medicina sociale, concentrandosi la scienza e la tecnologia sui problemi di salute dell’individuo, esaltandone i diritti.
 
La pandemia da Covid ha portato nuovamente e drammaticamente in primo piano gli interessi collettivi; nello stesso tempo ha messo anche in gioco le capacità della medicina moderna che ha avvertito la sfida di poter curare gl’infetti, insomma che si poteva fare molto oltre i provvedimenti di sanità pubblica, si poteva anche cercare di guarire chi si era contagiato.
 
Questa volta di fronte a una calamità naturale la scienza medica è apparsa nel ruolo di salvatrice dell’umanità. Anche i provvedimenti restrittivi sono stati adottati ascoltando il consiglio degli esperti e dopo anni di “uno vale uno” i mass media e i decisori pubblici sono stati costretti a dar credito ai professionisti della medicina e i virologi sono divenuti personaggi pubblici, presenze plurime in ogni talk schow e quotidianamente intervistati.
 
Si è venuta a creare una sorta di governance politico professionale sui generis che coinvolge i generali mentre la fanteria combatte in prima linea (le immagini guerresche ormai trionfano). I medici sono diventati eroi salvo poi essere abbandonati: poco è stato fatto per tutelarli sul piano giuridico, per assumere nuovo personale, per riorganizzare i servizi. Ma questo purtroppo accade; tre vittorie consecutive trasformano i calciatori in eroi popolari, una sconfitta provoca esecrazione.
 
È interessante allora valutare le conseguenze di questa occasionale discesa in politica della medicina i cui rappresentanti ufficiali occupano stabilmente l’anticamera della stanza dei bottoni, laddove non erano mai stati, essendo il ponte di comando occupato da politici, giuristi e manager. Ne derivano problemi che meritano qualche riflessione: come finirà? Conviene alla professione questa partecipazione politica?
 
L’Italia è un paese in cui, secondo le statistiche internazionali, è maggiore l’ignoranza scientifica. La divulgazione scientifica è un’arte difficilissima e non molti sono i giornalisti specializzati e i medici, di solito, non eccellono nel saper esprimersi con chiarezza. Finché questo gap non sarà, almeno in parte, colmato, i rischi dell’esposizione mediatica e dell’assunzione pubblica di responsabilità saranno sempre altissimi. Altresì, per quanto vi siano molti medici impegnati in cariche pubbliche, la categoria non è preparata a un ruolo di questo tipo. La laurea in medicina non prevede alcuna competenza organizzativa o giuridico amministrativa per cui i medici corrono il rischio di essere convolti in posizioni decisionali essendo del tutto privi di esperienza e di preparazione.
 
Ancora vi è molto da lavorare per allineare il modello di ragionamento giuridico e quello della scienza e lo abbiamo constatato in mille occasioni comprese i drammi Stamina e Di Bella. Quanti magistrati appaiono nelle loro sentenze non solo assolutamente digiuni di qualsiasi conoscenza scientifica ma del tutto impermeabili a queste e quante volte nelle aule dei tribunali si è preferito una ceca speranza a una ragionata certezza.
 
La mia impressione è che non ci sia molto da guadagnare in questo pur inevitabile connubio tra scienza e politica. Lo dimostra a sufficienza la vicenda dei vaccini per il Covid. Nessuno può negare l’urgenza e la gravità del momento ma non v’è dubbio che le regole della razionalità scientifica sono state neglette o solo parzialmente seguite.
 
Il caso Crisanti è paradigmatico. Le risse tra i virologici, le difficoltà di definire linee di comportamento clinico, il prevalere di provvedimenti costrittivi, la novità delle questioni etiche e deontologiche, tutto fa sì che, per tornare a Virchow, la politica, nel momento in cui davvero si mostra come una medicina su vasta scala, finisca col confondere questa con quella, trasferendo alla medicina i vizi della politica.
 
L’evoluzione del ruolo della medicina nel mondo moderno, a seguito delle continue scoperte scientifiche e innovazioni tecnologiche, è ancora tutto da scoprire perché è qualcosa di più complesso, sul piano antropologico e sociale, della annosa questione della governance del servizio sanitario. Una prassi, la medicina clinica, che smuove capitali enormi, interessi pubblici e privati, produce salute individuale e collettiva e impegna quote ingenti del PIL delle nazioni. Un ruolo difficile e scivoloso, da maneggiare con cautela.
 
Antonio Panti

03 dicembre 2020
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