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La riforma delle cure primarie e del ruolo giuridico del personale a convenzione. Una proposta per cambiare davvero

di R.Polillo, G.Cosentino, N.Preiti, S.Proia

Nell’indispensabile processo di potenziamento della sanità è fondamentale procedere a una riforma radicale delle cure primarie basato sulla centralità del distretto e sulla integrazione delle reti cliniche con la definizione di un contratto di filiera per tutto il personale che in esso opera. In tale nuovo paradigma sempre più centrale è il ruolo del MMG che deve operare in team con gli altri operatori condividendone obiettivi e piani di lavoro, superando la separatezza professionale che un rapporto di tipo convenzionale inevitabilmente comporta

02 MAR - Premessa
Il 31 Gennaio 2020 il governo Conte ha dichiarato lo stato di emergenza a causa della pandemia da Coronavirus. In tale situazione drammatica ci si è subito accorti della grave carenza di posti letto, personale sanitario, apparecchiature e dispositivi medici. Conseguenza diretta di una gestione ragionieristica della sanità tutta tesa a far quadrare i conti (senza riuscirci) e a risparmiare con tagli lineari delle risorse economiche strutturali, tecnologiche e umane. Insieme a questa l’incapacità culturale di adeguare il nostro sistema sanitario al cambio di paradigma indotto dalla transizione epidemiologica e dalle straordinarie modificazioni della piramide demografica. Il risultato è stato che i professionisti sanitari hanno dovuto affrontare l’emergenza in pochi, mal equipaggiati, all’interno di modelli organizzativi confusi e sulla base di indicazioni spesso contraddittorie.
 
Cosa ci insegna l’epidemia da Sars Cov-2
La tragica vicenda dell’infezione da Virus Sars Cov 2 responsabile della COVID 19 dimostra sempre più che le battaglie per la tutela dalla salute si possono senz'altro fare nei presidi ospedalieri, ma la guerra, così come viene definita l’attuale pandemia, si vince solo in campo aperto; e cioè nei servizi e presidi territoriali dei distretti sanitari e sociosanitari, compresi naturalmente, gli studi dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta come anche le farmacie; tutti presidi di prossimità per la tutela della salute dei cittadini degli stessi Distretti e quindi delle Aziende Sanitarie Locali.

 
Indispensabile è allora ritornare alla visione strategica che era ed è contenuta nella legge istitutiva del SSN, la mitica legge 833/78, purtroppo col tempo disattesa e snaturata, riallacciandone i suoi fili originari e rincominciando ad attrezzare adeguatamente le linee del fronte contro l’emergenza pandemica e non solo, soprattutto in ambito territoriale, il più esteso e il più a diretto contatto col cittadino.
 
In questo processo di indispensabile riordino e potenziamento della rete territoriale emerge come questione nella questione quella del personale del SSN: del loro ruolo, della loro modalità di lavoro e non per ultimo della natura giuridica del loro rapporto di lavoro, avendo dimostrato i fatti che il rapporto di tipo convenzionale e non di dipendenza nella medicina generale e della pediatria di base sia un ulteriore problema per due diversi ordini di considerazioni:
• molte Aziende sanitarie non percepiscono gli studi dei medici di medicina generale quali essi sono cioè presidi di prossimità delle Aziende stesse sottovalutandone le potenzialità di fornire assistenza adeguata;
 
• altrettanti medici non si sentendosi parte organica delle Aziende, svolgono un’attività assistenziale separata e di scarsa efficacia trincerandosi spesso nel loro status di liberi professionisti; e questo nonostante sia ormai consolidato per la giurisprudenza che il loro rapporto convenzionale con il SSN sia di tipo parasubordinato.
 
Visto che è il momento delle scelte coraggiose, come ribadito dallo stesso Presidente Draghi nella sua relazione alle Camere per la richiesta della fiducia al governo, in questo ritorno alle origini ed ai sacri testi è quanto mai contestuale rivedere l’intera organizzazione delle cure primarie e riprendere quanto la stessa legge 833/78 di istituzione del Servizio Sanitario Nazionale che all’articolo 25 prevedeva che: “…l'assistenza medico-generica e pediatrica è prestata dal personale dipendente o convenzionato del servizio sanitario nazionale operante nelle unità sanitarie locali o nel comune di residenza del cittadino. La scelta del medico di fiducia deve avvenire fra i sanitari di cui al comma precedente. Il rapporto fiduciario può cessare in ogni momento, a richiesta dell'assistito o del medico; in quest'ultimo caso la richiesta deve essere motivata”.
 
Non ci è dato sapere per quale motivo il legislatore successivo abbia voluto cassare quest’ultimo aspetto che per i padri della riforma era il dato prioritario; e cioè che l’assistenza di medicina generale venisse svolta da medici dipendenti, termine inserito per primo e convenzionati, termine inserito per secondo: lungi da noi sospettare qualsiasi cedimento a pressioni di parte, piuttosto una constatazione del fatto che la prima opportunità, cioè il lavoro dipendente, non era stato preso in considerazione negli anni come se disapplicato sul nascere; di conseguenza l’ordinario esclusivo è diventato, senza ragione il rapporto di lavoro libero-professionale convenzionato.
 
Il fallimento della legge 189/2012 di riforma delle cure primarie
Il più corposo tentativo di riforma delle cure primarie, rimasto sostanzialmente lettera morta, si è concretizzato nel 2012 con la legge 189, meglio nota come legge Balduzzi.
 
In particolare era l’articolo 1, “Riordino dell’assistenza territoriale e mobilità del personale delle aziende sanitarie” del capo 1 della legge “Norme per la razionalizzazione dell’attività assistenziale sanitaria” che consegnava alle regioni il mandato di disciplinare “le unità complesse di cure primarie privilegiando la costituzione di reti di poliambulatori territoriali dotati di strumentazione di base, aperti al pubblico per tutto l’arco della giornata e di “garantire (nell’ambito dell’organizzazione distrettuale del servizio) l’attività assistenziale per l’intero arco della giornata e per tutti i giorni della settimana”.
 
Il razionale della legge era dunque quello di costituire il secondo pilastro dell’assistenza sanitaria, la cosiddetta medicina di iniziativa, creando delle strutture poliambulatoriali in rete, in grado di garantire un’assistenza h 24 nei giorni feriali e festivi in collegamento telematico con le strutture ospedaliere.
 
Buoni propositi rimasti nella penna del legislatore perché la verità che la realtà ci consegna è l’esatto contrario di quello auspicato. Gli studi medici continuano ad essere scollegati tra loro, le ore di aperture al pubblico sono scarse e spesso a giorni alterni, le visite ambulatoriali ottenute solo con estrema fatica o, come nel caso dei malati di COVID, non erogate per motivi di sicurezza e il servizio notturno affidato ai medici di continuità assistenziale, sprovvisti di strumenti diagnostici e spesso esposti alle aggressioni di malintenzionati perché privi di qualsiasi protezione. Il MMG continua a lavorare in solitudine e la condivisione degli studi bob si traduce mai in una gestione in team dei pazienti di riferimento ma solo nella ripartizione delle spese di gestione
 
Una proposta complessiva di riordino delle cure primarie
La tesi che noi sosteniamo è che soltanto un radicale ripensamento del sistema di cure primarie, insieme a un cambiamento nello stato giuridico del personale del ruolo unico di assistenza primaria (MMG, Medico di continuità assistenziale e medico dei medici dei servizi) sia in grado di realizzare una medicina territoriale adeguata al mutato quadro epidemiologico e demografico del paese; E’ nostra convinzione che vada ribaltata in toto la visione presente nella legge Balduzzi che proponeva una strutturazione dei servizi territoriali centrata su medici liberi professionisti con inevitabile (a nostro dire) frammentazione dei servizi territoriali, depotenziamento e marginalizzazione nel ruolo e nelle funzioni del Distretto.
 
Nel nostro lavoro affronteremo diversi punti secondo il seguente ordine:
1. la riorganizzazione delle cure primarie con la istituzione di articolazioni professionali organizzative e funzionali del Distretto composte dai MMG e dagli altri operatori del distretto (infermieri, specialisti ambulatoriali e personale delle altre professioni sanitarie);
 
2. il potenziamento rete territoriale e delle case della salute o della comunità tenendo presente le linee di riforma del SSN che il Ministro Speranza, oggi riconfermato nel governo Draghi, vorrebbe proporre alla discussione pubblica;
 
3. la garanzia di erogazione di un’assistenza territoriale h24 e 7 giorni su 7;
 
4. la riforma del ruolo giuridico del personale;
 
5. l’implementazione della telemedicina come strumento indispensabile per realizzare la medicina dell’iniziativa e pervenire a una reale integrazione tra le diverse reti cliniche.
 
1) La riorganizzazione delle cure primarie: il distretto come area-sistema
L’assistenza territoriale deve essere ristrutturata nella organizzazione delle sue diverse parti, ed orientata alla piena connessione dei servizi portandola a sintesi unitaria.
 
L’obbiettivo è quello di costruire una sanità che va dal cittadino in base ai suoi bisogni; un cambio di paradigma oggi veramente a portata di mano e più agevole per alcuni motivi fondamentali che vogliamo ricordare:
• la diffusa consapevolezza della esigenza della radicale trasformazione dell’assistenza territoriale;
• lo straordinario sviluppo dell’informatica, della digitalizzazione, dell’intelligenza artificiale (a cui dedicheremo una parte successiva del nostro lavoro);
• l’irruzione di nuove tecnologie e nuovi trattamenti sempre più indirizzati verso la personalizzazione delle cure;
• la grande disponibilità di risorse economiche: il ministero della salute ha presentato un piano di riforma e investimenti del SSN di 68 MLD, dei quali circa la metà da investire nell’assistenza territoriale.
 
Rimane fondamentale della nostra proposta il rafforzamento del Distretto inteso come area-sistema. Solo un distretto potenziato attraverso una ristrutturazione organizzativa è in grado di raccogliere e coordinare efficacemente tutti i servizi e le risorse professionali presenti nel territorio.
 
Queste le azioni indispensabili per raggiungere gli obbiettivi preposti:
• potenziare la Direzione del Distretto con risorse strutturali e professionali in grado di governare il sistema;
 
• potenziare gli attuali Centri di Salute (o diversamente denominati), articolazioni fondamentali dell’organizzazione trasformandoli in luoghi di erogazione dei servizi onnicomprensivi;
 
• costruire una rete informatica, e puntare alla digitalizzazione del sistema, nella quale sono collegati tutti i servizi, compresi gli ambulatori dei MMG e PLS e delle strutture ospedaliere di riferimento (vedi oltre);
 
• garantire la Presa in carico del cittadino: qualunque sia il punto della rete con il quale in cittadino viene in contatto, da quel momento è il sistema che si fa carico dei suoi bisogni e della loro gestione. Girano le informazioni, non il cittadino;
 
• garantire in ogni punto della rete assistenza medica h24 (come sopra declinato), infermieristica, specialistica e diagnostica di base. Gestione amministrativa. Garantire la gestione dei pazienti cronici secondo il modello Chronic Care; garantire screening e sviluppare la medicina di iniziativa.
 
2) Il potenziamento della rete territoriale e delle case della salute o della comunità
In accordo con quanto previsto nella proposta del Governo, con tanto di dettaglio dei finanziamenti necessari, pensiamo che si possano raggiungere ottimi risultati integrando fortemente le attività del distretto con quello delle altre reti assistenziali secondo le seguenti linee di implementazioni:
I. Costruire la Rete Territoriale, nella sede del Distretto, che oltre ad integrarsi con le reti di altri territori sia in grado di integrarsi con la rete dell’emergenza-urgenza e con la rete ospedaliera, in modo da poter rispondere ad ogni esigenza del cittadino al fine di garantire direttamente al cittadino ogni intervento di emergenza urgenza, e ogni esigenza diagnostica avanzata o anche di ricovero, senza dover inviare sempre il paziente in Pronto Soccorso.
 
II. Modernizzare l’assistenza domiciliare attraverso la costruzione della “Casa Digitale”. Questa consente la gestione integrata dell’assistenza domiciliare, con riduzione della necessità di ricoveri ospedalieri, grazie all’utilizzo anche delle moderne tecnologie digitali e il monitoraggio da remoto. E grazie alla pianificazione degli specifici interventi sanitari, assistenziali, infermieristici e sociali.
 
III. Costruire le Case di Comunità dimensionate diversamente in base al bacino d’utenza rispettivamente di 15.000 (HUB) e 10.000 (SPOKE) abitanti (secondo la proposta già citata del Governo). E in particolare:
• in ogni punto Spoke devono essere presenti i MMG (come specificato oltre) e deve essere garantita la continuità dell’assistenza nelle 24 ore con integrazione multiprofessionale, infermieristica, assistenziale e gestionale. In sostanza potremmo ipotizzare un punto sanitario sempre aperto con di giorno due Medici di famiglia, infermiere, ecc e la notte il medico di Guardia Medica. Inoltre assistenza specialistica e diagnostica di base, gestione PDTA, integrazione sociale e i servizi amministrativi.
 
• Nelle Case Hub, oltre a quanto previsto per gli Spoke sull’assistenza di base di cui si è detto, avremmo specialistica e diagnostica avanzate, riabilitazione nei suoi diversi asset, terapia del dolore, cure palliative, gestione dei sistemi di sanità digitale con gestione dei dati e governo dell’assistenza, gestione salute mentale. Postazione di 118 H24.
 
• ampliare l’offerta di Residenzialità nel territorio nelle diverse tipologie secondo due forme organizzative:
- RSA con nuovi standard assistenziali (in via di definizione nazionale) rivolte a pazienti disabili o non autosufficienti.
- Presidi a degenza breve, di circa tre settimane. Strutture intermedie tra ospedale e territorio.

 
IV. Strutturare la diagnostica nel Distretto. Non è più necessario che gli ospedali dispongano di strumenti diagnostici superiori a quelli correlati ai loro bisogni; ed è altrettanto impensabile portare la diagnostica negli studi dei medici di famiglia, perché non si può diventare tuttologi e sostituire la specialistica con le relative responsabilità e competenze senza incorrere in pericolose fughe in avanti che pregiudicano il livello di qualità e sollevano delicate questioni medico legali. Con la creazione di centri diagnostici avanzati nel territorio, naturalmente collegati in rete, si ridurrebbero i tempi d’attesa e contemporaneamente la pressione sugli ospedali.
 
3) La garanzia di erogazione di assistenza territoriale h24 e sette giorni su sette
Ogni centro territoriale di 15.000 abitanti (assunto come idelatipo) garantirà un’assistenza primaria ha 24 attraverso un team operativo di circa di 15 ex medici di famiglia (con un massimale ridotto a 1000 pazienti) e 10 ex medici di guardia medica (che diventerebbero medici di assistenza primaria a tutti gli effetti e con pari competenze).
 
Con questi 25 medici oltre alla copertura dei propri ambulatori per circa 2/3 dell’orario, avremmo la possibilità di avere sempre 2 medici h 24 a rotazione: uno di questi si occuperebbe delle visite domiciliari urgenti per tutti i medici del suo centro (che farebbero il loro ambulatorio senza interruzioni), l’altro starebbe sempre in ambulatorio nel centro, con il supporto del personale infermieristico e amministrativo, per garantire la presa in carico e la gestione dei casi urgenti (vedremo dopo l’organizzazione complessiva di questi centri).
 
Il team potrebbe contare inoltre sulla presenza di infermieri e personale tecnico di supporto dipendenti dal distretto e degli specialisti ambulatoriali che riserverebbero parte del loro lavoro alle consulenze urgenti da rendere, sulla base di criteri condivisi di priorità, nell’arco della giornata.
 
I MMG inoltre avrebbero ruoli progressivamente più avanzati nella organizzazione e gestione dei centri territoriali come anche nell’organizzazione delle attività professionali: gestione delle cronicità e degli screening, medicina d’iniziativa, domicialiarità, residenzialità, integrazione con i servizi sociali, moltidisciplinarità ecc. In tal modo si darebbe un effettivo spazio di sviluppo della carriera anche per i MMG come avviene per la dirigenza medica.
 
Massimale, rapporto fiduciale e ambito di scelta del MMG
Questa nuovo modello organizzativo, è bene sottolinearlo, è in grado di garantire sia il rapporto di fiducia individuale medico-paziente e sia la diffusione attuale degli sudi medici senza nessuna penalizzazione per le periferie; esso ha invece, come già detto, il vantaggio di garantire un’assistenza per tutto l’arco della giornata e sette giorni su sette. Questi gli elementi di calcolo che rendono possibile la nostra proposta:
• I medici di famiglia sono attualmente 43.000 e i medici di guardia medica sono 13.000 circa.
• Disponiamo di 56.000 medici con circa 53 milioni di cittadini di età superiore ai 14 anni, cioè 950 assistibili per MMG.
 
Per raggiungere l’integrazione e dare spazio allo sviluppo della professionalità di entrambe queste figure professionali si apporterebbero le seguenti modifiche dell’attuale ACN:
• abbassamento del massimale portandolo a 1000 assistiti per ogni MMG (scelta di fiducia) e superando la forbice fra numero ottimale e massimale che porta ad uno squilibrio nella categoria a danno dei giovani (si pensi che oggi circa i 2/3 dei medici hanno più di 1000 assistiti);
 
• coincidenza degli ambiti di scelta dei medici di famiglia e pediatri con l’organizzazione territoriale (distretto centro di salute, ecc.) per superare la dicotomia organizzativa tra i servizi del territorio e gli ambiti di scelta del medico di famiglia e del Pediatra. Da una parte abbiamo oggi un criterio geografico, dall’altra un criterio legato alla scelta delle persone, seppure con limiti. Bisogna ricondurre l’ambito di scelta ad un unico criterio, quello del territorio;
 
• accesso alla professione unico e per concorso (a regime), a tempo pieno;
 
• stipendio del medico calibrato sulle sue attività/obbiettivi e non sul numero di pazienti. Tutti i medici di un ambito territoriale avrebbero 1000 assistiti e riceverebbero un compenso fisso per svolgere la funzione di medico di fiducia nei confronti di chi lo ha scelto. A tale compenso va aggiunta una quota di rimborso spese per la gestione del proprio ambulatorio. Così si mantiene la diffusione degli studi. Il resto del compenso, circa 1/3, sarà collegato alle attività distrettuali di obbiettivo svolte di tipo professionale e organizzativo e gestionale.
 
4) Il ruolo giuridico del personale della medicina generale
Come dimostrato dal sostanziale fallimento della legge Balduzzi, nessun reale cambiamento è possibile se non si procede a una radicale modifica dello stato giuridico del personale. Nel riaffermare il Ruolo unico per tutti i medici del territorio riteniamo che il medico di cure primarie, in analogia al medico ospedaliero, deve avere un rapporto di dipendenza non diversamente dai pediatri di libera scelta e dagli specialisti ambulatoriali.
 
La figura dei medici di Guardia Medica/continuità assistenziale come l’abbiamo finora conosciuta verrebbe abolita e questi professionisti convergerebbero nel ruolo unico dei medici di assistenza primaria con identiche mansioni e con identico contratto di dipendenza. Un vero riscatto per figure professionali che rappresentano un esercito di 13.000 medici condannati, oggi, a stare ai margini del sistema sanitario ; in una condizione di improduttiva sottoutilizzazione che sarebbe finalmente rimossa perché priva di motivazione razionale per una serie di buone ragioni:
1) i medici che svolgono l’attività di guardia medica hanno lo stesso titolo del Medici di famiglia (MMG);
2) sono figure professionali sottoutilizzati sia per competenze che per orario di lavoro (24h settimanali);
3) sono al contrario indispensabili per integrare le altre figure professionali e per garantire la continuità dell’assistenza nelle 24 ore.
 
Nella nostra proposta di riforma ogni categoria professionale (MMG, specialista ambulatoriale) manterrebbe all’interno del ruolo unico, la sua specificità e la sua autonomia e continuerebbe a fare il proprio lavoro, ma rientrerebbe in una organizzazione unitaria distrettuale insieme al personale infermieristico, di supporto e agli altri medici dipendenti del Distretto, come parti di un identico contratto di filiera. Avremmo insomma non più figure staccate e chiuse ognuna nel proprio recinto contrattuale, professionale e organizzativo; ma professioni che svolgono le loro attività nel substrato distrettuale come se fossero reparti di uno stesso ospedale attraverso il lavoro in team e senza alcuna subordinazione gerarchica.
 
Il passaggio dal rapporto convenzionale a quello di dipendenza
Nell’ambito di un processo di riordino complessivo della medicina di iniziativa (vedi oltre) per i medici di medicina generale e i pediatri di libera scelta, che siano diventati titolari della convenzione a partire dal prossimo rinnovo dell’accordo nazionale (ACN) il rapporto di lavoro assume le caratteristiche di quello della dipendenza con la conseguente attribuzione della qualifica di dirigenti medici. I contenuti e i contenuti normativi ed economici verrebbero regolati da una specifica sezione contrattuale del contratto collettivo nazionale di lavoro della dirigenza medica e sanitaria del SSN (vero e proprio contratto di filiera), fermo restando il requisito del possesso del diploma regionale in medicina generale o la specializzazione in pediatria.
 
In via eccezionale verrebbe garantita la possibilità per i MMG prossimi al pensionamento il mantenimento, ad esaurimento, del preesistente rapporto convenzionale.
 
Il sistema delle professioni in rete per una medicina dell’iniziativa
Il medico di medicina generale ed il pediatra di libera scelta potrebbero, quindi, operare in questo nuovo ruolo dirigenziale all’interno delle articolazioni professionali organizzative e funzionali del Distretto (Case di Comunità, Case della Salute o come le legislazioni nazionale e regionale le chiameranno), composte, altresì e con pari dignità ed autonomia professionale, da infermieri, psicologi, assistenti sociali, con la collaborazione di operatori sociosanitari e personale amministrativo, dipendenti dell’aziende sanitarie locali.
 
Il medico di medicina generale inoltre dovrebbe avvalersi della consulenza delle varie discipline specialistiche mediche e delle professioni sanitarie tecniche, della riabilitazione, della prevenzione e della professione di ostetrica ed in integrazione con i servizio sociale professionale sia dell’azienda sanitaria che dell’ente locale, assicurando, pertanto, attraverso la presa in carico effettiva del paziente prevenzione, la cura e la riabilitazione nella fase delle cure primarie dell’individuo secondo le scelte di pianificazione sanitaria e sociosanitaria nazionali, regionali e aziendali.
 
Le Regioni disciplinando la costituzione all’interno del Distretto di cui all’articolo 3 quater e seguenti del d.lgs. 502/92 delle sopraddette articolazioni professionali organizzative e funzionali quali unità dirigenziali dello stesso (uoc, uosd, uos, secondo le scelte aziendali) dovrebbero dare indicazioni alle Aziende Sanitarie Locali di avvalersi di norma del patrimonio pubblico delle stesse o con accordi delle altre amministrazioni pubbliche, per l’individuazione delle sedi nelle quali opererebbe il personale dell’Unità stessa.
 
Un rapporto di lavoro per obbiettivi
Con il passaggio a rapporto di dipendenza la figura del MMG avrebbe finalmente riconosciuta una funzione e un ruolo che il rapporto convenzionale mortifica. Considerata inoltre la specificità di questa nuova tipologia dirigenziale sicuramente diversa dalla tradizionale dirigenza medica già strutturata nelle Aziende Sanitarie la nostra proposta va verso il superamento dell’orario di servizio. Il medico di medicina generale e il pediatra di libera scelta infatti è responsabile della tutela della salute individuale di una porzione ben definita di popolazione in un determinato territorio e riveste quindi un ruolo strategico e centrale per l’ASL e per tutto il SSN e quindi “dirigenziale”; queste le ragioni per cui proponiamo un rapporto di lavoro per obiettivi e sottoposto a verifica dei risultati ottenuti in termini di salute prodotta e non del rispetto delle ore di servizio prestato.
 
5) L’implementazione della Telemedicina
La pandemia, nella sua tragicità, ha favorito anche cambiamenti positivi nella Sanità. Per usare un’espressione di Sant’Agostino si potrebbe dire “ex malo bonum”. All’improvviso sono state superate resistente culturali, modalità lavorative consolidate (“abbiamo sempre fatto cosi”), lunghezze burocratiche e vincoli eccessivi del Codice degli Appalti. Si è finalmente compreso in pieno il valore della Sanità Digitale, intesa come l’applicazione all’area medica e a quella della assistenza socio/sanitaria dell’Information and Communication Tecnology ICT.
 
La Telemedicina, in primis, intesa come una modalità di esecuzione dell’atto sanitario in cui il professionista della salute ed il paziente sono in luoghi differenti, fondamentale per realizzare la medicina di iniziativa, con al centro il paziente. La forte capacità trasmissiva del virus ha dato una forte accelerazione alla telemedicina e principalmente ai seguenti modelli:
- Televisita e Teleconsulto – Al fine di evitare contatti e evitare che i pazienti con patologie no-covid si rechino in ospedale
 
- Telemonitoraggio – con l’obiettivo di decongestionare l’ospedale, i pazienti sono sottoposti a casa ad un monitoraggio automatico tramite device medicali certificati che trasmettono i parametri misurati ad una centrale di ascolto, dove il personale medico può monitorarne l’andamento ed intervenire tempestivamente in caso di necessità.
 
La telemedicina diventa dunque strumento importante nel processo di prendersi cura del paziente, e finalmente arrivano gli aggiornamenti delle linee di indirizzo ferme al 2014.
 
L'accordo Stato Regioni con le “Indicazioni nazionali per l’erogazione di prestazioni in Telemedicina”, ha avuto grande risonanza perchè la Telemedicina è ormai una tema ineludibile nello sviluppo delle competenze di tutti i professionisti sanitari. Tale documento riporta in grande dettaglio e completezza tutte le regole applicative per poter dare piena implementazione alle procedure di Telemedicina cosi come definite sia nelle “linee di indirizzo del 2014” che nel rapporto dell’ISS del 2020 “Indicazioni ad interim per i servizi assistenziali di Telemedicina durante l’emergenza sanitaria Covid-19”.
 
E’ un importante passo avanti per passare dal dire al fare, anche se si deve ancora lavorare sui Lea, meglio definire tutte le visite che oltre in presenza possono essere erogate in Televisita, approfondire il tema del Telemonitoraggio e infine ma non meno importante dettagliare aspetti tecnici non secondari come segnalato da tanti addetti ai lavori.
 
Nel nostro progetto di riforma, la Telemedicina deve diventare una realtà capace di migliorare il processo di prendersi cura del paziente, integrativa ma non sostituiva del contatto tradizionale con il paziente, consentendo di realizzare modelli di assistenza e cura innovativi, grazie ai quali è possibile interagire con i pazienti più fragili, in particolare cronici, direttamente presso il proprio domicilio e per mezzo dei quali il paziente e le famiglie possono avere un ruolo sempre più attivo nel mantenimento/miglioramento della propria condizione di salute e benessere.
 
Ma sanità digitale non vuol dire solo telemedicina, come non evidenziare alcuni processi sanitari in cui le professioni sanitarie sono protagoniste dell’innovazione, dalle Radiografie in cloud ai POCT Point Of Care Testing, dalla Medicina molecolare e medicina di precisione alla Radiologia domiciliare e alla Continuità assistenziale.
 
La sanità digitale dunque deve rappresentare quella struttura immateriale che nel nostro progetto di riforma delle cure primarie è il supporto indispensabile e per garantire la piena funzionalità delle reti dei professionisti. A questa ovviamente si deve accompagnare un altrettanto forte investimento, una sorta di rivoluzione culturale, orientato per fornire agli operatori le necessarie competenze digitali
 
Lo sviluppo delle competenze digitali
Ecco allora che il tema della formazione per lo sviluppo delle competenze digitali diventa un tema altrettanto ineludibile nel contesto più ampio della formazione del personale sanitario. Quali sono i target e i contenuti di questa formazione? Dallo sviluppo di competenze digitali specialistiche per il personale informatico allo sviluppo di competenze digitali di base per gli operatori sanitari e amministrativi, dallo sviluppo di competenze di leadership per le Direzioni strategiche sanitarie alla formazione digitale di base anche per i cittadini e pazienti.
 
Il dato attuale che emerge con chiarezza, secondo le rilevazioni di ASSD è che la formazione e l'aggiornamento continuo risultano ancora insufficienti sia nell’ambito delle nostre Università sia nelle Aziende Sanitarie o IRCCS in cui gli operatori sanitari lavorano.
 
Diventa quindi urgente che nel progetto di riforma dell’assistenza primaria venga realizzato un piano di formazione che tenga conto delle suddette esigenze, utilizzando al meglio le linee di finanziamento esistenti sia di ambito nazionale che europeo
 
Conclusioni
E’ ormai opinione largamente condivisa che le politiche restrittive di questi ultimi 15 anni abbiano fortemente compromessa la capacità del nostro SSN di garantire una effettiva esigibilità dei LEA e affrontare le situazioni di emergenza dalla cronicità alle epidemie che purtroppo rischiano di diventare eventi sempre meno rari.
 
La pandemia da virus Sars COV 2 ha dimostrato anche come il trade-off tra salute e spesa sanitaria sia privo di fondamento essendo vero il contrario: è un sistema sanitario efficiente che consente il regolare svolgersi delle attività produttive; la salute infatti non è un costo ma un volano insostituibile per lo sviluppo economico.
 
Nell’indispensabile processo di potenziamento della sanità, già iniziato con lo stanziamento di somme importanti, è fondamentale procedere a una riforma radicale delle cure primarie basato sulla centralità del distretto e sulla integrazione delle reti cliniche con la definizione di un contratto di filiera per tutto il personale che in esso opera.
 
In tale nuovo paradigma sempre più centrale è il ruolo del MMG che deve operare in team con gli altri operatori condividendone obiettivi e piani di lavoro. Un rapporto di lavoro che deve superare la separatezza professionale che un rapporto di tipo convenzionale inevitabilmente comporta.
 
Roberto Polillo
Già Segretario Nazionale FP CGIL Medici e responsabile Politiche della salute CGIL Nazionale
 
Gregorio Cosentino
Presidente Associazione Scientifica Sanità Digitale ASSD
 
Nicola Preiti
Medico Neurologo, già firmatario di ACN medicina Generale
 
Saverio Proia
Già dirigente Direzione Generale Professioni Sanitarie Ministero della Salute

02 marzo 2021
© Riproduzione riservata


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