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Covid e il vaccino che ‘divide’

di Ettore Jorio

Il vaccino divide ulteriormente piuttosto che unire. Per una serie di motivi. Primo fra questi, la disponibilità delle dosi, ove l'elemento discriminatorio è costituto dall'arbitrario comportamento tenuto dalle multinazionali. Violazioni contrattuali che impediscono le forniture convenute, ma non solo. Vi sono altri due evidenti limiti: l'uno di ritardare a fare proprie le armi vaccinali provenienti da paesi non occidentali, su tutti lo Sputnik russo, l'altro afferisce alle condizioni vaccinali praticate nelle diverse regioni 

03 MAR - A' Livella, la poesia che il grande Totò scrisse per il giorno dei morti, ci porta a pensare (e non poco) in tempo di Covid-19. Un virus in agguato. Sempre pronto a colpire chiunque, prescindendo dalle appartenenze. Un virus che non tiene conto delle ricchezze, delle amicizie, delle clientele. Esso è nell'aria, che appartiene a tutti. Che nessuno può rubare agli altri. Proprio per questo ci rende uguali. Uguali nel terrore. Uguali nella lotta per la sopravvivenza. Uguali di fronte (finalmente) all'assistenza emergenziale ospedaliera, che spende tutta la sua disponibilità dei posti letto di terapia intensiva e semi intensiva, senza discrimine alcuno, attraverso i quali i rianimatori danno oltre loro stessi.

Dunque, dal coronavirus il soddisfacimento di un'esigenza imperdonabilmente disattesa nella vita comune. Diventa strumento di civile uguaglianza. Assume le sembianze di un evento che riconduce al ripensamento dell'ingiustizia sociale che spacca il Pianeta tra chi può e non fa nulla per gli altri e chi non può nulla e rimane costretto a vedere gli altri che continuano la loro vita, spesso da morenti o destinati ad esserlo ad horas.


Altra cosa è il rimedio, il vaccino. Quello strumento che divide ulteriormente piuttosto che unire. Quello strumento che assume la fisicità farmacologica in grado di tutelare l'individuo nei confronti (oggi) del Sars-Covi-2 e, con esso, della collettività di riferimento. Qui, a' livella c'entra poco. Per una serie di motivi. Primo fra questi, la disponibilità delle dosi, ove l'elemento discriminatorio è costituto dall'arbitrario comportamento tenuto dalle multinazionali.
 
Violazioni contrattuali che impediscono le forniture convenute, ma non solo. Assenza di quella cultura che, in momenti come quello attuale, tende ad esasperare la speculazione sui brevetti piuttosto che fare, anche un po', di ciò fece a suo tempo il medico polacco Albert Bruce Sabin, regalando al mondo la soluzione alla poliomelite.

Non solo. A rendere ulteriormente difficili le cose, altri due evidenti limiti. L'uno di ritardare a fare proprie le armi vaccinali provenienti da paesi non occidentali, su tutti lo Sputnik russo che tante vite sta salvando un po' ovunque. L'altro appartiene invece a casa nostra. Afferisce alle condizioni vaccinali praticate nelle diverse regioni, che rappresentano la peggiore specie di federalismo sanitario. In una tale situazione si generano ovunque somministrazioni inique, sia nelle condizioni logistiche in cui si lasciano i maggiori bisognosi che nei disagi sopportati nella inoculazione, resa difficile ovunque sino a diventare impossibile nelle periferie.

A' livella? Anche il coronavirus, dai connotati tali da dovere esigere l'appiattimento di ogni differenza sociale, non sta riuscendo a fare il proprio dovere, sia in ambito domestico che internazionale.

Il netturbino Gennaro è amareggiato. Ci sperava tanto che l'attuale epidemia fosse quantomeno l'occasione giusta, da apprezzare in vita, per dare a chiunque un pezzo di meritata eguaglianza. Ritorna a casa sapendo che per assistere ad un tale stupendo spettacolo di parità dei diritti, dovrà attendere la sua morte. Quella che ‘o ssaje ched"e? È una livella!    
 
Ettore Jorio
Università della Calabria

03 marzo 2021
© Riproduzione riservata


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