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L’industria farmaceutica chiede “più dialogo e disponibilità alle Istituzioni”

Ma anche la formazione di una nuova generazione di specialisti del market access con competenze specifiche in chiave farmaco-economica. Queste le richieste emerse da “Public Affairs Monitor 2012”, l’indagine realizzata per conto di Paa, l’associazione dei professionisti della lobby in sanità.

03 LUG - Maggiore sensibilità e disponibilità al confronto da parte delle Istituzioni nazionali e locali e formazione di una nuova generazione di specialisti del market access, con un ventaglio di capacità e competenze più focalizzato alla negoziazione in chiave farmaco-economica. Queste, in sintesi, le richieste dei top manager dell’industria farmaceutica emerse da “Public Affairs Monitor 2012”, l’indagine annuale realizzata da Medi-Pragma per conto di Public Affairs Association (Paa), associazione dei professionisti delle relazioni istituzionali e della lobbying che operano nel settore della sanità.

“Public Affairs Monitor 2012”, presentato oggi in Senato in occasione del IV Convegno Nazionale Paa-Public Affairs Association, ha analizzato il tema dell’evoluzione dell’accesso al farmaco e della funzione di market access in Italia, raccogliendo e valutando il punto di vista di un campione rappresentativo di direttori generali di aziende farmaceutiche di primaria importanza operanti sul mercato italiano. “L’accesso al farmaco è uno dei fattori critici di successo più rilevanti per le aziende farmaceutiche. In Italia, in particolare, le disomogeneità territoriali e la devolution in sanità, combinati con la cronica e oggi aggravata scarsità di risorse economiche pubbliche destinate alla salute, determinano condizioni locali di accesso al farmaco spesso imprevedibili”, ha detto Claudio Cricelli, Presidente Paa, introducendo i risultati dell’indagine.


Le cause riguardanti l’attuale incapacità di garantire al meglio l’accesso dei farmaci al mercato italiano, sono state spiegate da Bruno Sfogliarini, che ha guidato il team di ricerca Medi-Pragma. “Le cause sono essenzialmente due: la difficoltà di dialogo con Aifa e le Commissioni tecniche e, a livello locale, la forte variabilità degli interlocutori e delle loro istanze”, ha detto. “Non abbiamo ancora ben capito come costruire una figura di market access a livello locale, a causa della diversità degli interlocutori: le Regioni, facendo ciascuna ciò che vuole, creano un sacco di problemi – ha precisato Sfogliarini - d’altra parte, a livello centrale possiamo solo rispondere all’Aifa e alle Commissioni quando convocati: anche se si fanno pressioni per poter discutere con Aifa non si viene chiamati se non quando sta bene a loro”.
 
Un altro aspetto emerso dall’indagine è il bisogno di formare una figura professionale dedicata a questo ruolo. “Abbiamo rilevato una forte richiesta di crescita dei professionisti dedicati alla funzione market access per garantire il raggiungimento degli obiettivi aziendali – ha aggiunto il direttore del team di ricerca Medi-Pragma - inoltre, questo ruolo deve venire supportato da altre funzioni chiave nel modello di business, in primis il public affair in grado di mantenere, con le proprie competenze specifiche, sempre aperto il canale di comunicazione con i diversi stakeholder”.
Si è voluto dunque sottolineare come un professionista di market access dovrebbe essere in grado di veicolare messaggi scientifici ed economici allo stesso tempo, dialogando con farmacisti ospedalieri, responsabili del servizio farmaceutico e Assessori alla sanità. In quest’ottica le competenze farmaco-economiche e di economia sanitaria diverrebbero fondamentali. C’è addirittura chi ha auspicato una contaminazione con la farmaceutica, e le sue regole, da parte di Key Account Manager del largo consumo, avvezzi da tempo a ragionare in un’ottica win-win con i retailer. Secondo molti intervistati quest’ipotesi, apparentemente estrema, potrebbe concretizzarsi qualora le Regioni assumessero la piena competenza sull’accesso, sottraendola ad Aifa.
 
Una conferma e una risposta, seppur indirette, alle istanze dell’industria è venuta contestualmente dalla stessa Agenzia italiana del farmaco, che con Paolo Siviero, Responsabile del centro studi dell’agenzia, ha presentato il “nuovo” algoritmo dell’innovazione che sarà applicato nella valutazione dei farmaci. “Il valore innovativo di un nuovo farmaco non è solamente una proprietà intrinseca del principio attivo che lo compone, ma dipende anche dallo specifico contesto in cui è introdotto e dalla disponibilità di opzioni terapeutiche alternative”, ha detto Siviero, che ha poi spiegato come una corretta valorizzazione dell’innovazione richiede la valutazione degli effetti sulla qualità della cura, in termini di riduzione della mortalità e morbilità, sollievo dal dolore e benefici per la qualità della vita, degli effetti sul costo della cura, ossia risorse utilizzate per lo sviluppo e per la dispensazione al paziente, e degli effetti sul valore della cura, quindi miglioramento della qualità in rapporto ai costi.
“Fino ad oggi la maggior parte dell’innovazione è stata valutata principalmente in termini di qualità della cura; spesso il costo per il raggiungimento dell’innovazione viene ignorato e così il rapporto di diminuzione di altre voci, sminuendone così il reale valore - ha aggiunto il responsabile del centro studi Aifa - da ciò emerge come per definire la reale innovatività di un prodotto si dovranno valutare tutti gli aspetti: la sua efficacia e sicurezza, la malattia su cui agisce, le cure esistenti, oltre al rapporto di costo-efficacia incrementale rispetto allo standard di riferimento, valutato attraverso studi farmaco-economici e di Health technology assessment”.
 
La necessità di contemperare le giuste richieste dell’industria e del privato e le esigenze delle istituzioni chiamate ad amministrare la cosa pubblica a livello nazionale e locale è venuto da Antonio Tomassini, Presidente XII Commissione Igiene e Sanità del Senato e Presidente del Comitato etico Paa. “La costruzione di una rete attraverso cui sviluppare e consolidare rapporti con e tra i diversi stakeholder è un fondamento della vita di una comunità nazionale – ha detto - questi rapporti devono essere favoriti, ma devono allo stesso tempo condursi nell’assoluto rispetto dell’etica, delle leggi e dei regolamenti”. “Il ruolo e gli obiettivi di Public Affairs Association vanno in questa direzione – ha concluso Tomassini - e sono certo contribuiranno a creare anche nel nostro Paese una cultura consolidata, riconosciuta e accettata dei public affairs e del dialogo tra pubblico e privato”.
 

03 luglio 2012
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