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Veneto. Intervista ad Alessandra Moretti (Pd): “Senza un piano serio di assunzioni la situazione, già grave, diventerebbe insostenibile”

La consigliera esprime perplessità sulla misure per il pensionamento a quota 100 e anche sul reddito di cittadinanza, anche in sanità: “Dal lavoro si arriva al reddito e non viceversa”. E sui vaccini afferma: “In Italia senza un salto culturale, che però necessita di tempi lunghi, l’obbligo vaccinale rimane l’unica soluzione possibile”. Con lei abbiamo parlato anche di Pssr, Azienda Zero, Pfas e West Nile

21 DIC - Intervista al Consigliere Avv. Alessandra Moretti, componente della V Commissione - Politiche socio sanitarie - e vicepresidente della IV Commissione - Valutazione delle politiche pubbliche e degli effetti della legislazione regionale. Partito Democratico. Per il Consigliere Moretti la Regione non sta tenendo conto della situazione di precarietà dei medici e degli infermieri, non sta facendo programmazione per i prossimi pensionamenti e non tiene nemmeno conto dei costi che debbono subire per l’assistenza le persone non autosufficienti e, molto altro ancora …

Proprio in questi giorni il PSSr ha concluso il suo iter di approvazione. Cosa ne pensa in generale?
Il Piano Socio Sanitario regionale 2019-2023 (PDL della Giunta n. 357) è il più importante documento programmatico della Regione dato che il bilancio per la sanità veneta pesa per oltre 9 miliardi, oltre il 70% dell’intero bilancio regionale. Purtroppo, però, la programmazione sanitaria del Veneto ha già fallito sui territori.

Per noi del Gruppo PD due sono le questioni imprescindibili che il nuovo Piano doveva affrontare: innanzitutto, l’assistenza per i non autosufficienti, in particolare per gli anziani, dato che sono circa 9 mila le persone della terza età, non autosufficienti, che non ricevono contributi e che quindi devono pagare di tasca propria almeno 2.300 euro al mese.


Poi, c’è la drammatica carenza delle professionalità mediche: mancano 1300 medici negli ospedali e nei prossimi cinque anni andranno in pensione 1135 medici di famiglia su 3147. Mancano anche infermieri, OSS, psicologi, soprattutto nelle strutture periferiche. Senza professionisti della sanità, qualsiasi piano è inutile.

In generale, la programmazione regionale ha fallito in particolare sulla cronicità e la non autosufficienza, basti pensare che sono state avviate solo 70 delle 300 Medicine di Gruppo Integrate previste.

Il Gruppo del Partito Democratico ha fatto una conferenza stampa per proporre le controproposte per noi prioritarie rispetto al nuovo PSSr, che riguardano innanzitutto un richiamo forte alla tutela del lavoro, perché i dati sono allarmanti: nel 2018, fino a questo momento, si sono registrate ben 59 vittime sul lavoro, 16 in più rispetto allo stesso periodo del 2017. Quindi, è necessario dare seguito agli accordi presi con le parti sociali, potenziando gli SPISAL e assumendo 30 tecnici della prevenzione.

Occorrono inoltre nuovi servizi per nuove patologie: autismo, celiachia, disturbi alimentari, per cui servono servizi specialistici dedicati e prestazioni integrative innovative. Ma non solo: il Piano dovrebbe creare una rete integrata di assistenza territoriale, tra la parte sanitaria, rappresentata dal ricovero ospedaliero, e quella sociale, con la presa in carico a livello territoriale del paziente dimesso dal nosocomio, per garantirgli le necessarie cure. Le diverse Ulss devono confrontarsi e fare rete tra di loro per garantire omogeneità nell’erogazione dei servizi socio sanitari. Fare rete territoriale vuol dire seguire un Protocollo condiviso e omogeneo, per offrire risposte integrate, organizzate e strutturate ai nuovi bisogni assistenziali, arrivando a effettuare diagnosi più precoci, prodromiche a interventi di prevenzione che possono poi contenere i costi sociali legati alla cura delle diverse patologie.

Infine, il nuovo Piano deve riconoscere con atti concreti le specificità di territori ‘emarginati’ quali sono le zone montane, lagunari e il Polesine.

Spero che queste proposte vengano accolte in Aula, nel corso della discussione e approvazione del testo da parte di tutta l’Assemblea.

Se si dovesse confermare la quota 100, in Veneto, nel comparto sanità, saranno oltre 8000 ad andare in pensione. Ne vuole parlare? 
In Veneto abbiamo già una situazione emergenziale per quanto riguarda personale medico e pensionamenti, che si aggraverà nei prossimi anni. Con ‘quota 100’ sarebbe un vero e proprio disastro, ben peggio della riforma Fornero.

La questione del personale è centrale: dal 2022, con l’attuale programmazione, una fetta di veneti non avrà più il medico di base e nel 2027 ben 900mila, ossia quasi uno su cinque. Nel prossimo decennio, infatti, oltre la metà dei medici di medicina generale, circa 2.300, andrà in pensione e i nuovi ingressi sono chiaramente insufficienti per colmare il deficit. Ma l’allarme riguarda anche gli specialisti, come confermato da tre studi di Annao Assomed: tra il 2016 e il 2025 in tutta Italia cesseranno l’attività ben 47.284 medici specializzati, il 47% del totale, mentre i neospecialisti non superano le 42.550 unità, con un’emergenza che interesserà soprattutto gli ospedali del Sistema sanitario nazionale.

Senza un piano serio di assunzioni la situazione è già grave e aggiungendo il ‘carico’ della quota 100 diventerebbe insostenibile come ha riportato anche uno studio della Cgil, atteso che da febbraio potrebbero andare in pensione 1.332 medici: con questi numeri sarà impossibile garantire i servizi.

Perché secondo Lei, il reddito di cittadinanza dovrebbe penalizzare l'assunzione dei medici?
L’occupazione, anche quella in ambito sanitario, non si crea con i sussidi né cambiando le regole sul mercato del lavoro ogni tre anni. Dal lavoro si arriva al reddito e non viceversa. Con il “Jobs act” avevamo avviato un processo di abbattimento del costo del lavoro agevolando le assunzioni. Ora il decreto “dignità”, secondo i dati ISTAT, ha già prodotto la perdita di oltre 115.000 posti di lavoro a tempo indeterminato.

Azienda Zero, ruoli e finalità. Cosa ne pensa?
Intanto parliamo dell'unica azienda sanitaria del Veneto in cui cresce il personale, visto che negli ospedali siamo ormai al tracollo. Il tutto senza nemmeno l'ombra dei promessi risparmi.
Bisogna considerare, poi, che il presidente Zaia si è deciso a nominare il direttore generale dell'Azienda Zero dopo mesi e mesi di stallo e dopo i nostri continui richiami.

Infine, la Regione taglia 23 milioni del Fondo Sanitario per pagare debiti fuori bilancio di cui il Consiglio non sa assolutamente niente, quando la Legge 19 del 2016, con la nascita di Azienda Zero, doveva garantire risparmi da mettere a disposizione dei servizi. Invece ci troviamo con meno soldi per i LEA. Finora, gli effetti dell’Azienda Zero non sono promettenti.

West Nile. Cosa si poteva fare nel 2018; cosa farebbe Lei nel 2019?
La nuova programmazione sanitaria regionale per i prossimi cinque anni deve rispondere in modo adeguato all’emergenza rappresentata dalla diffusione della West Nile, epidemia che ha già provocato 15 decessi e per la quale, da marzo 2019, deve partire un capillare intervento di prevenzione sul territorio. Mi auguro quindi che il nuovo Piano stabilizzi le misure di sorveglianza sanitaria e ambientale per contrastarla.

Pfas, la Regione Veneto poteva fare di più?
Anche quest’anno, inoltre, come accade da anni, il presidente Zaia e la maggioranza non affrontano adeguatamente la più grave emergenza ambientale del Veneto, rifiutandosi di prevedere sufficienti contributi, nell’ultima manovra di bilancio regionale, per effettuare interventi di bonifica nell’area dello stabilimento di Trissino della Miteni S.p.A.. Infatti, alla fine la Giunta e la maggioranza hanno messo a bilancio la miseria di 1 milione di euro per far fronte a tutti gli interventi di bonifica dell’intero Veneto.

Vaccini. Qual è la sua posizione? Secondo Lei è giusto oppure no estromettere dalle scuole i bimbi non vaccinati?
Ormai tutti i giorni sui vaccini si legge una cosa diversa, evidentemente al Governo non basta il caos creato con l’autocertificazione. Ogni anno, purtroppo, ci sono bambini di pochi mesi che muoiono di pertosse, quasi un centinaio di vittime del tetano e 300mila contagi di Epatite B. In Italia senza un salto culturale, che però necessita di tempi lunghi, l’obbligo vaccinale rimane l’unica soluzione possibile. Sia d’esempio, in negativo, il Veneto: quando è stato tolto l’obbligo, i tassi di copertura sono calati rapidamente e in alcune aree sono scesi ben al di sotto della soglia di sicurezza.

Anche il Presidente Mattarella ha invitato a non diffidare della scienza, ma evidentemente la propaganda è più forte della ragione.

Endrius Salvalaggio

21 dicembre 2018
© Riproduzione riservata


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