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Sicurezza sul lavoro. Parla Epifani: “Un decreto legge e più investimenti”

di Domenico Della Porta

“La prima questione, dice Epifani è quella di una carenza di controlli e di sinergia tra i vari organismi chiamati a vigilare sul posto di lavoro, tanto da creare inefficienza, duplicazioni e assenza di dati”. Non si conoscono ad oggi i dati sulla spesa per la prevenzione, che comunque continuano ad essere ben al di sotto del 5% del Fondo sanitario a suo tempo stabilito, non si sa neppure quanti operatori sono attualmente presenti nei Servizi

27 SET - Di fronte alla forte apprensione di questi giorni, generata da un incremento di infortuni sul lavoro, peraltro anche mortali, e alla condivisione di adottare urgenti misure in materia di salute e sicurezza sul lavoro venuta fuori dalla riunione di qualche giorno fa convocata dai Ministri della Salute e del Lavoro, Roberto Speranza e Nunzia Catalfo, con la partecipazione delle parti sociali, sarebbe il caso di avviare, per intervenire con misure adeguate sul D.Lgs. 81/2008 la procedura per un decreto legge in materia, più che portare avanti l’azione parlamentare della proposta di legge “Speranza” già incardinata alla Commissione Lavoro della Camera.
 
A sostenerlo è Guglielmo Epifani, uno dei relatori del medesimo pdl, impegnato nelle audizioni di rito, convinto che gli stessi Ministri potrebbero essere d’accordo. I tempi si accorcerebbero notevolmente ha precisato Epifani, velocizzando l’applicazione di quegli obiettivi per i quali già c’è stato completa adesione durante i lavori della Commissione lavoro parlamentare. “La prima questione, dice Epifani è quella di una carenza di controlli e di sinergia tra i vari organismi chiamati a vigilare sul posto di lavoro, tanto da creare inefficienza, duplicazioni e assenza di dati”. Non si conoscono ad oggi i dati sulla spesa per la prevenzione, che comunque continuano ad essere ben al di sotto del 5% del Fondo sanitario a suo tempo stabilito, non si sa neppure quanti operatori sono attualmente presenti nei Servizi.
 
Quello che è chiaro è che i recenti accorpamenti delle ASL nella maggior parte delle Regioni hanno portato a una consistente perdita di personale, anche per mancato turn-over, perdita che rischia di aggravarsi notevolmente nel prossimo futuro. Occorre, perciò, sbloccare i concorsi per arrivare ad un numero congruo di ispettori che siano però adeguatamente formati. Gli ispettori, poi, non devono mai mescolare l’attività di vigilanza con quella di consulenza e quando un ispettore è molto incisivo deve essere premiato. La seconda questione, aggiunge Epifani, riguarda le Pmi.
 
Queste sono punto nevralgico su cui occorre intervenire con forme di supporto a favore dell’implementazione di buone prassi e con trasferimento di competenze. La formazione dei diversi attori della prevenzione è centrale, ma le competenze e il cambiamento dei comportamenti non si acquisiscono solo con la quantità di ore, ma con la qualità, la pertinenza e la specificità degli interventi. Basta quindi con gli enti che fanno della formazione solo un business e rilasciano attestati on line. Il ruolo della pariteticità, quale intesa permanente tra le Parti sociali, titolari dei tavoli contrattuali di livello nazionale e locale, in questo senso, è centrale e determinante per fare la differenza. Il finanziamento per l’Impresa non può essere solo a favore della produttività, ma anche di un sistema che pone al centro la persona, a partire dal garantire le tutele sul lavoro, indipendentemente dalle tipologie contrattuali, guardando al raggiungimento diffuso e certo per tutti di adeguate condizioni di lavoro, verso il raggiungimento di uno stato di benessere organizzativo permanente, nel sistema privato, così come nel sistema del lavoro pubblico.
 
Ed ancora. Occorre intervenire con piani mirati su infortuni stradali (in itinere e in occasione lavoro), causa di una percentuale importante degli infortuni mortali, e molto spesso plurimi, a partire da un intervento organico nei settori della logistica e dei trasporti, inserendo questi obiettivi anche nel prossimo Piano Nazionale di Prevenzione 2019-2022. E’ essenziale e possibile, per disporre di strumenti per una corretta programmazione e valutazione di efficacia - e per progettare forme di comunicazione condivise e non strumentali -, acquisire nuove informazioni, relative ai denominatori (Anagrafe lavoratori, Anagrafe aziende, Retribuzioni, Contratti di lavoro, CIG), e ai danni occorsi a lavoratori autonomi (partite IVA), attingendo alle banche dati INPS e qualificando e rendendo utile il Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione (SINP).  Non va sottovalutato, infine, la funzione dei Comitati e Commissioni di Coordinamento previsti dalla vigente normativa. Accanto ai numerosi decreti attuativi previsti dalla 81/2008, ancora in attesa di adozione, sarebbe utile rafforzare le finalità previste da questi organismi, investendoli anche della capacità di verifica di quanto dagli stessi programmato. Anche per le Regioni è probabilmente giunto il momento di aggiornare la normativa prevista dal decreto 81. Siamo pronti ad aderire a questa spinta riformatrice e a collaborare in un’ottica di concertazione istituzionale affinché – ha sottolineato l’assessore della Regione Lazio Alessio D’Amato che ha preso parte ai lavori del tavolo  - le norme possano essere scritte insieme per arrivare a semplificare e ad avere una interpretazione univoca delle disposizioni nel rispetto delle competenze fissate dalla Costituzione.
 
Per capire cosa avviene nei luoghi di lavoro è utile analizzare i dati forniti dall’Inail attraverso il Sistema di sorveglianza nazionale degli infortuni mortali, denominato Infor.MO, avviato nel 2002. Da qui si può notare come tra i fattori di rischio determinanti l’infortunio mortale ci siano: modalità operative non idonee (come errori nelle procedure di sicurezza, che spesso si traducono in pratiche abituali in azienda o dovute a formazione assente o carente); seguiti da problemi riguardanti l’ambiente di lavoro (come l’assenza di apprestamenti di sicurezza, percorsi attrezzati, segregazione di zone pericolose o illuminazione adeguata); utensili, macchine, impianti che non rispettano gli standard di sicurezza.
 
È chiaro che non si può escludere, tra le cause d’infortunio, la negligenza o indisciplina di un lavoratore o anche, come messo in evidenza dall’Inail, casi dovuti a tentativi istintivi del lavoratore di far fronte a problemi riscontrati su macchine e attrezzature. È evidente, però, che nella generalità dei casi siamo di fronte a delle criticità che potevano essere individuate già in fase di valutazione dei rischi e l’infortunio evitato con adeguate misure di carattere organizzativo. Qui c’è un punto di caduta dell’intera questione. L’organizzazione dei processi produttivi risponde a esigenze di redditività e produttività dell’impresa. Sia da un punto di vista normativo che di accordi tra le parti sociali, la produttività del lavoro è messa al centro di ogni questione. Gli aumenti di produttività vengono ricercati nell’intensificazione dei ritmi di produzione, nella saturazione dei tempi ciclo, nell’allungamento delle ore di lavoro.
 
Al lavoratore viene chiesto, richiamandolo a una responsabilità nei risultati d’impresa, di dare sempre il massimo, di essere sempre disponibile. In questo modo e utilizzando l’arma della ricattabilità del lavoratore – specie quando assunto con contratti precari – le imprese sopperiscono agli insufficienti investimenti tecnologici. Soprattutto le piccole imprese, che costituiscono una grossa fetta del tessuto produttivo italiano e dove – come si rileva dai rapporti dell’Inail – il tasso d’incidenza infortunistico è più elevato. Ma proprio l’intensificazione dei ritmi di produzione aumenta i rischi di infortunio, dovuti alla fatica, all’abbassamento della soglia di attenzione. Una rincorsa esasperata alla produttività che ha portato qualche imprenditore più spregiudicato anche a fare a meno delle protezioni nei macchinari.
 
Domenico Della Porta
Docente di Medicina del Lavoro, Facoltà di Giurisprudenza Uninettuno - Roma

27 settembre 2019
© Riproduzione riservata

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