Governo. Si dimette il capo gabinetto del Mef Roberto Garofoli. Per il M5S era la ‘manina’ che aveva stanziato nel Decreto fiscale 84 mln alla Croce Rossa

Governo. Si dimette il capo gabinetto del Mef Roberto Garofoli. Per il M5S era la ‘manina’ che aveva stanziato nel Decreto fiscale 84 mln alla Croce Rossa

Governo. Si dimette il capo gabinetto del Mef Roberto Garofoli. Per il M5S era la ‘manina’ che aveva stanziato nel Decreto fiscale 84 mln alla Croce Rossa
Nel decreto che ha sbloccato i fondi, quelli per l’ente liquidatore si fermavano a 15.190.765 l’anno per 3 anni. La rimodulazione, spuntata nel testo entrato a Palazzo Chigi lo scorso ottobre, ne assegnava invece alla struttura oltre 10 di più, a valere sul Fondo sanitario nazionale, arrivando così a 28,1 l’anno. A quel punto il premier Conte decide di stralciarlo. Ma il caso non si chiude così e, fin da subito, il M5S arriva a chiederne le dimissioni accusando il capo gabinetto di essere la 'manina' che ha agito in segreto per inserire questa modifica. 

Salta il braccio destro del ministro dell'Economia Giovanni Tria. Ha infatti ufficializzato oggi le sue dimissioni il capo gabinetto Roberto Garofoli. Le voci sulle sue dimissioni si rincorrevano da giorni a causa dei rapporti totalmente incrinati con il M5S e con il premier Giuseppe Conte a seguito della querelle scoppiata lo scorso ottobre sugli stanziamenti alla Croce Rossa.
 
L'articolo 23 del Decreto fiscale approvato lo scorso 15 ottobre dal Consiglio dei Ministri insieme alla manovra, stanziava 84milioni di euro complessivi per il triennio 2018, 2019 e 2020 intitolati a “Disposizioni urgenti relative alla gestione liquidatoria dell’Ente strumentale alla Croce rossa Italiana”. Tutto ciò, però, avviene ad insaputa dei ministri. Nel decreto che ha sbloccato i fondi, quelli per l’ente liquidatore si fermavano a 15.190.765 l’anno per 3 anni. La rimodulazione spuntata nel testo entrato a Palazzo Chigi ne assegnava invece alla struttura oltre 10 di più, a valere sul Fondo sanitario nazionale, arrivando così a 28,1 l’anno.
 
A quel punto il premier Conte decide di stralciarlo. Ma il caso non si chiude così e, fin da subito, il M5S arriva a chiederne le dimissioni accusando il capo gabinetto di essere la 'manina' che ha agito in segreto per inserire questa modifica. A difesa di Garofoli si era schierato da subito il ministro Tria spiegando, con una nota ufficiale del Mef, la ratio alla base di quella contestata norma.
 
E si arriva così all'epilogo odierno. Garofoli, giudice amministrativo, presidente di sezione del Consiglio di Stato, segretario generale nel governo Enrico Letta e nel 2014 al ministero dell'Economia con Pier Carlo Padoan, ufficializza il suo passo indietro.
 
Per la sua successione, due le soluzioni al momento più gettonate: Luigi Carbone, esperto di semplificazione amministrativa e già componente dell'autorità per l'Energia elettrica; oppure la soluzione 'interna' rappresentata da Fortunato Lambiase, capo della segreteria tecnica di Tria.

19 Dicembre 2018

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