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“Con nuovo Atto d’indirizzo i cittadini avranno 7mila medici in meno. È un pastrocchio”. Il j’accuse di Pina Onotri (Smi)

di Luciano Fassari

Intervista alla segretaria del sindacato dei medici italiani che conferma e rilancia le critiche al documento propedeutico alla riapertura delle trattative per le convenzioni di medici di famiglia. Bocciato senz’appello l’H16: “Una diminuzione di ore rispetto alle 24 attuali che inciderà inevitabilmente sui livelli occupazionali e sui Lea che dipendono da essi”.

19 APR - “Oggi il cittadino ha 24 ore di assistenza nell’ambito delle cure primarie, mentre da domani in poi ne avrà 16. E non mi sembra la stessa cosa. Una diminuzione di ore che inciderà inevitabilmente sui livelli occupazionali e sui Lea che dipendono da essi”. Parole della segretaria dello Smi, Pina Onotri che in quest’intervista approfondisce le ragioni del dissenso del sindacato in merito al nuovo Atto d’indirizzo per il rinnovo della convenzione della medicina generale.
 
Dottoressa Onotri, il vostro sindacato è stato tra i primi ad avversare il nuovo Atto d’indirizzo. In primis avete denunciato che ci sono rischi occupazionali per i medici della continuità assistenziale (ex guardia medica). Ci fa capire meglio perché c’è questo pericolo?
È presto detto. Oggi il cittadino ha 24 ore di assistenza nell’ambito delle cure primarie, mentre da domani in poi ne avrà 16. E non mi sembra la stessa cosa. Una diminuzione di ore che inciderà inevitabilmente sui livelli occupazionali e sui Lea che dipendono da essi. Inoltre, ciò determinerà un sovraccarico di lavoro per il 118, che già è in carenza di personale medico con molte ambulanze che sono già demecalizzate, e dei Pronto soccorso.
 
Avete fatto delle stime sull’impatto occupazionale?
Secondo noi a rischiare di più sarà chi ha un contratto a tempo determinato che rappresenta il 40% degli organici. Su circa 16 mila medici della continuità assistenziale sono circa 7mila quelli che saranno penalizzati. Ma a pagare saranno soprattutto i cittadini.
 
In questo senso avete chiamato in causa anche i sindaci.
Guardi, siamo veramente preoccupati perché come ben sa in Italia è pieno di piccoli paesini in zone disagiate dove è vero che gli abitanti sono pochi ma è anche vero che la guardia medica è per loro l’unico presidio sanitario.
 
Voi quindi non credete che saranno rispettate le specificità regionali.
Va sempre a finire che le specificità vengono determinate dalle ragioni del bilancio. Ci dev’essere un’omogeneità da nord a sud.
 
Passiamo al ruolo unico. Perché lo criticate?
Non critichiamo il ruolo unico, diciamo solo che nell’Atto non è impostato. Ruolo unico vuol dire tempo pieno e pari dignità retributiva. Così non sarà e ci saranno sperequazioni tra professionisti. Insomma nulla di nuovo rispetto ad oggi.
 
Appunto qualcosa però si dovrà pur cambiare non crede? Mi spiega, a proposito, perché avete dichiarato che con questo Atto si decreta la “fine del medico di famiglia”?
Il medico di famiglia finisce nel momento in cui si pensa di dare l’assistenza così come disegnata dall’Atto. I cittadini avranno il loro medico di fiducia, ma in ogni caso quando lui non sarà di turno dovranno rivolgersi alla struttura di riferimento dove ci sarà il collega di turno. Secondo noi tutto ciò complica tutto. Sarebbe stato sufficiente mettere finalmente gli studi in rete con le strutture sanitarie esistenti (ospedali, distretti, etc), fare piani assistenziali, far partire la tessera sanitaria. Il tutto senza inventarsi soluzioni aleatorie. E poi c’è il problema delle risorse.
 
I fautori dell’Atto fanno notare però che con il nuovo sistema ci sarà più assistenza di giorno dove serve di più.
Tutte queste attività integrative che i medici di continuità assistenziale dovrebbero fare, vorrei solo ricordare che già sono previste. C’è l’assistenza domiciliare integrata, l’associazionismo, la rete, i gruppi. Quindi non mi si dica che non c’è nulla durante il giorno. Incrementiamo questi servizi piuttosto che levare un servizio importante come l’ex guardia medica la notte. E ricordo, il pronto soccorso ha già molti problemi di suo.
 
Al sistema attuale viene però imputato di essere poco impiegato la notte e che l’inappropriatezza degli accessi al pronto soccorso si verifica di giorno. Che dite?
Guardi, una cosa è la risposta all’urgenza un’altra cosa è l’assistenza ad un malato cronico.  Laddove sono nate le case della salute non si è risolto molto. Qui rischiamo di far partire un’ambulanza per una colica renale con il rischio di perdere un infarto.
 
Le ripeto, quindi sarebbe meglio non cambiare nulla?
Non dico che il sistema delle cure primarie non dev’essere ripensato. Ma non con questo pastrocchio, dove a mio avviso si stanno ancora una volta togliendo servizi sanitari ai cittadini. Le faccio solo l’esempio della città di Roma: nel 2013 la centrale d’ascolto operativa della guardia medica di Roma ha processato 444 mila chiamate in un anno.
 
Sui numeri europei per l’assistenza non urgente?
Ci adeguiamo alla direttiva europea e questo va bene ma dall’altra parte non possiamo pensare di levare quello che di buono c’è. E poi il servizio di continuità assistenziale costa pochissimo, appena lo 0,3% della spesa sanitaria: 0,75 euro a persona. Può funzionare, può essere poco sicuro, ma va ripensato non abolito.
 
E sui pericoli per i medici della continuità assistenziale la notte?
Non mi si venga a dire che perché il 60-70% sono donne per evitare i pericoli di subire violenza, come purtroppo è successo, gli togliamo il posto di lavoro. Rendiamo invece più sicuro il loro lavoro.
 
L’11 maggio sarete a Montecitorio per protestare. Ma a parte ciò cosa pensate di fare? L’Atto d’indirizzo è stato approvato e ora la Sisac aprirà i tavoli di trattativa.
Ci siederemo al tavolo ma ciò non ci impedisce di protestare prima e di esprimere i nostri dubbi, le nostre opinioni e le nostre preoccupazioni. Anche perché non ci bastano le promesse.
 
Luciano Fassari
 
 
 

 

19 aprile 2016
© Riproduzione riservata

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