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Covid. Quici (Cimo): “Medici non eroi, da sempre resilienti”


È su questo filone che sviluppa il libro del presidente del sindacato “Giuro di non dimenticare” che è stato presentato oggi a Roma in cui sono anche raccolte le testimonianze dei medici che sin dall’inizio hanno vissuto in prima persona la pandemia

14 SET - Il giuramento di Ippocrate e la resilienza ai tempi del Covid. E’ questo il senso di “Giuro di non dimenticare” il libro scritto da Guido Quici, Presidente della Cimo-Fesmed, presentato oggi al Senato dalla Senatrice De Lucia della Commissione Istruzione e dalla Senatrice Castellone della Commissione Sanità. Un titolo forte per mandare un segnale forte: evitare che, passata la pandemia, non si perdano quelle emozioni e quelle esperienze professionali che possono essere utili a migliorare il nostro Servizio Sanitario nazionale ad essere testimone per le future generazioni di medici. Non eroi ma fedeli a quel giuramento. Quici sottolinea che parlando di storie di medici il riferimento va al giuramento di Ippocrate, un giuramento che va al di là di quello che può apparire un atto formale e che invece traspira nei racconti dei colleghi, attraverso le loro azioni, il loro modo di affrontare quei problemi che, di fatto, hanno cambiato la vita professionale, e anche personale, di ogni medico.
 
Ma “Giuro di non dimenticare” significa anche “ricordare quelle esperienze di lavoro fatte di paure, sacrifici, emozioni, notti insonni, sguardi smarriti che hanno visto medico e pazienti combattere, da soli, il virus in situazioni sia cliniche che organizzative drammatiche molto più spesso di quanto si creda o si sia stati portati a conoscenza dagli organi di informazione. A proposito di resilienza, oggi è questa una parola divenuta quasi di moda, ma in realtà per i medici è insito questo concetto da sempre”.

 
L’idea del libro nasce quindi dalla esigenza di raccogliere le testimonianze dei medici che sin dall’inizio hanno vissuto in prima persona la pandemia e, quindi, affrontato le mille difficoltà “dimostrando ancora una volta – sottolinea il presidente di Cimo-Fesmed - che la parola resilienza è nel Dna dei medici e dei sanitari italiani”.  Nel libro sono raccolte le testimonianze di 28 medici che “si sono raccontati in modo semplice e spontaneo, mostrando le proprie paure ed ansie, i propri momenti di gioia e sconforto, ma ciò che davvero colpisce è la solitudine condivisa con i pazienti”. E “al di là di coloro che possiamo definire Covid-VIP, resta il fatto che da un punto di vista clinico la malattia è stata curata dai clinici; attraverso il diretto rapporto con i pazienti e nel libro emerge, con chiarezza, che medico e paziente si sono trovati soli a combattere la stessa battaglia; il primo con poche armi a disposizione, il secondo solo, senza il conforto dei propri cari e con l’incognita del domani”. Il risultato è che proprio il Covid – qualcosa che era davvero non immaginabile e fortemente presente e destabilizzante tutto d’un colpo - ha “rinsaldato quel legame tra medico e paziente, sopito da troppo tempo”, come lo stesso Censis “ha poi saputo ben rappresentare con un recente rapporto che evidenzia come l’87% degli italiani ha fiducia nelle competenze e nella professionalità dei medici ospedalieri e il 91,4% dei pazienti ritiene prioritario conservare il rapporto diretto con il medico”.
 
Il titolo del libro è fortemente significativo, perché parte dal giuramento di Ippocrate quindi dalla “responsabilità deontologica dei medici” ma al tempo stesso “rappresenta – dice Cristina Cenci di CIMOLAB - anche un monito a non dimenticare quanto sta succedendo. L’aspetto deontologico lo si percepisce dai toni pacati degli autori, dalla solidarietà tra colleghi, dalla ironia e soprattutto dalla assoluta mancanza di atti accusatori”. Non è un libro di denuncia – “e sarebbe stato fin troppo semplice” farlo -, ma si tratta di “racconti scritti con il cuore, liberi da qualsiasi forma di condizionamento esterno; racconti di un vissuto fatto di emozioni, paure, insicurezze, ma anche di humor e volontà di affrontare le cose in modo professionale per quelle che sono. Su tutti il rifiuto di essere considerati eroi perché, fragili, con le sue paure, i propri dubbi e soprattutto vulnerabili perché il passaggio da medico curante a paziente è elevato”.
 
"Poi, certamente, non manca il dimostrare di amare il proprio lavoro anche attraverso i propri pensieri e le proprie emozioni. Ed ecco quindi il medico anestesista della Valle d’Aosta che d’estate nel tornare al proprio paese in Sicilia non riesce nemmeno ad abbracciare la mamma tanta è la paura di poterla contagiare perché ha visto tanti pazienti dell’età della mamma morire in terapia intensiva. O il collega chirurgo diabetico della Campania che si offre volontario per aiutare i colleghi dei reparti Covid e poi si ammala lavorando in tale reparto. E c’è la collega umbra mamma di una bambina molto piccola che non ci pensa due volte a lasciarla a casa con la sorella separandosi da lei per 2 mesi durante la prima ondata per non metterla a repentaglio ed è convinta che la figlia da grande capirà che non è stato un abbandono ma che la madre ha risposto al giuramento prestato all’inizio della sua carriera".
 
Nel libro non mancano anche spunti di ironia. Alcuni esempi: la simpatica collega delle Marche che racconta di non poter mettere la maschera del suo supereroe preferito Batman perché è un pipistrello e, quindi, non è il caso vista l’origine – a quanto pare - del virus; oppure: “grazie al Covid non devo fare cinque giri di parcheggio per trovare un posto per l’auto”. In sintesi, emerge uno “spaccato” fatto di cose concrete e raccontato da chi è davvero sul campo. Una testimonianza che le forze politiche dovrebbero conoscere – conclude Quici - perché ha molto da insegnare. 

14 settembre 2021
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