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Smantellare la medicina generale vuol dire privatizzare

23 SET - Gentile Direttore,
abbiamo letto con molto interesse il documento delle Regioni pubblicato su Quotidiano Sanità e con altrettanto interesse una delle lettere al direttore scritta da una collega che esprime opinioni che meritano il massimo rispetto, considerazione ed anche una risposta.

Il documento delle Regioni parte dal presupposto che la pandemia abbia avuto una risposta insufficiente dalla medicina generale, vuoi per scarsa organizzazione, vuoi per debolezza strutturale-

Pure si mette in relazione la debolezza strutturale della medicina generale con la morte dei colleghi. Quindi la morte dei nostri colleghi, secondo questa singolare teoria, sarebbe stata causata dal modello organizzativo e non dal fatto che all’epoca non avessimo le mascherine che in Italia non c’erano. Considerazione raccapricciante.

Bisogna avere l’onestà di riconoscere che la responsabilità è  generata  dal caos che governa le cure territoriali che ha ormai hanno perso  un quadro di riferimento nazionale a causa del proliferare  di modelli diversi e contraddittori a livello regionale.


Il Federalismo spinto e anarchico è il problema, non i medici di medicina generale: mandati al fronte senza mascherina e con la buste di plastica ai piedi. Così non si va da nessuna parte. Per migliorare un sistema che va ricostruito, non demonizzato, non distrutto, si riconoscano le mancanze e gli errori commessi,  e non si cerchi furbescamente di attribuire colpe a chi colpe non può averne. Non siamo importatori di mascherine.

L’altro grande tema è il rapporto di lavoro. Come se l’attuale contrattualistica fosse responsabilità della medicina generale e non di un impianto normativo antico e di un federalismo spinto che ha determinato, come più volte da noi denunciato, estreme disparità di accesso alle prestazioni ed al sistema, da Nord a Sud. In tutti i corsi di management aziendale la filiera corta è un importante asset organizzativo, in Italia le filiere non finiscono mai.

Strutture su strutture, figure professionali su figure professionali. La responsabilità è sempre di qualcun altro. Noi però siamo gli unici  che ci mettono sempre la faccia davanti alle persone, tutti i giorni. Non abbiamo apparati che ci separino dalle persone, c'è’ solo una scrivania.

Adesso qui si vuole imbastire la storia che se riformi la medicina generale migliori il sistema. Facile per chi non è stato capace di governare il sistema delle cure territoriali  trovare il capro espiatorio , ma si facciamo fuori la medicina generale è come dire che la responsabilità dell'alluvione non è di quelli che non hanno governato gli argini, di quelli che hanno costruito sul letto del fiume, di quelli che hanno cementificato il territorio, la responsabilità è dei pompieri che non sono arrivati in tempo per fermare l'acqua.

Un sistema è tale se funziona da sistema, se si mettono i professionisti nelle condizioni di operare, di poter esplicitare il loro potenziale e non invece imbrigliando in schemi dipartimentali che sono quelli che hanno portato il sistema a vivere sempre sopra la linea di galleggiamento economico. Se si mettono i professionisti in grado di operare liberamente, nell’ambito delle prerogative previste dalle norme e dai contratti, a tutela della salute del cittadino e non solo dei conti dell’azienda.

Se si sta pensando come riempire i palazzi della comunità assumendo dipendenti con i soldi della convenzionata è più un piano di sfollamento che la costruzione di un sistema migliore. Abbiamo un contratto fermo, nella sua struttura, dal 2005. 16 anni. Si scopre oggi? Ma, per favore.

La colpa è della Fimmg? Beh, certo è sempre colpa della Fimmg, mica di quelli che fanno i ricorsi al Tar per non andare a domicilio, che lasciano i tamponi agli infermieri, i vaccini ai farmacisti che cavalcano le paure in nome di una presunta sicurezza, ma sotto sotto brigano per avere o già hanno incarichi in strutture pubbliche. Facciamo chiarezza.

Nella pandemia l’assenza di un piano pandemico, che già nel 2003 era stato proposto, così come l’istituzione di un centro italiano delle malattie infettive, ha pesato e non poco. Non c’era uno straccio di niente sul terreno. Solo faldoni negli archivi.

Non si va alla guerra senza una strategia. I partigiani della medicina generale potevano fare i partigiani, non certo le truppe speciali.

Ma a ben vedere e ricordando l’esordio di questa funesta pandemia, il primo fallimento l’hanno avuto i vati delle patologie croniche ed i progettisti degli ospedali per intensità di cura. Assolutamente incapaci di essere recettivi per i malati che c’erano all’epoca.

Anche qui colpa del filtro della medicina generale? Ma quale filtro, le linee guida, che certo non abbiamo scritto noi erano Tachipirina e vigile attesa. Partigiani che si sono dovuti arrangiare con quello che sapevano fare. Qualcuno potrebbe dire, ma la proposta?

Eccola la proposta: il livello di accesso deve essere garantito in modo capillare e uniforme  dalla medicina generale, le prestazioni e le funzioni devono essere definite in modo chiaro, il profilo organizzativo, nell’ambito dell’autonomia professionale, deve essere garantito in coerenza agli obiettivi definiti a livello nazionale, derogando alle regioni funzioni accessorie.

Ci deve essere un cittadino che sceglie un medico, un medico che fornisce le prestazioni richieste, nei modi richiesti, a seconda delle necessità assistenziali, in strutture adeguate capaci di fornire in modo uniforme il set minimo di funzioni. Senza equivoci.

Un medico con uno studio visibile, che dia la possibilità di gestire non solo l’ambulatorio con i suoi orari ma anche l’extra orario. Un medico formato alla gestione del rischio biologico, che sia in grado di poter organizzare, gestire e controllare i servizi che fornisce e sia legato ad obiettivi di sistema, che sia legato alla rete ospedaliera di eccellenza e che possa avere il controllo della gestione del secondo livello, oltre a disporre di strumenti diagnostici di primo livello.

Un medico a rapporto fiduciario, in un sistema a lista longitudinale. Deve essere un LEA non il medico di medicina generale, ma le prestazioni della medicina generale. Poi, palazzi, mini ASL, poliambulatori, sono strumenti, non obiettivi.

A meno che, invece, l’obiettivo  vero non sia quello di marginalizzare non il MMG ma il sistema pubblico,: se salta il modello di cure primarie basato sul rapporto fiduciario, la prossimità degli studi medici, l'autonomia organizzativa del mg, si aprono  grandi spazi al privato accreditato, spazi che oggi non ci sono  a sufficienza per soddisfare  gli appetiti che si stanno scatenando sul grosso affare del PNRR.

Ecco perché si parla di Cooperative come fossero la panacea dei mali della sanità, sullo sfondo la privatizzazione. Qualora fosse, sarebbe onesto dichiararlo, senza trovare mezzucci per emendarsi la coscienza. Almeno ognuno di noi saprebbe come comportarsi negli anni a venire, decidere se rimanere in Italia, decidere se lasciare la convenzione oppure per alcuni, realizzare il sogno da dipendente o , meglio ancora, prendersi un bell’incarico da dirigente di quei  colleghi che diceva di voler tutelare.

Gianni Cirilli
Segretario regionale Fimmg Lazio


23 settembre 2021
© Riproduzione riservata


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