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Dove va la Medicina di Famiglia?

di Bruno Palmas

22 NOV - Gentile Direttore,
il paventato passaggio della Medicina di Famiglia alla dipendenza ha generato nelle OO.SS. di categoria, in una parte dei medici, nei vertici dell'ENPAM preoccupazione e sconcerto. La pandemia, evidenziando le difficoltà del SSN, ha confermato che i cittadini hanno bisogno della sanità territoriale e della medicina di famiglia quasi come il pane per sostenere il peso assistenziale esterno all'ospedale e garantire la presa in carico globale delle persone sane ed ammalate.
 
Però, dato che senza la riforma della medicina di famiglia ogni sforzo di cambiamento del territorio risulterà vano, essa ha bisogno di diversi correttivi e non tanto della modifica del suo stato giuridico.
 
Il percorso dei medici di famiglia verso la dipendenza è sbagliato per vari motivi.
Questa è per molti versi una posizione ideologica, dato che le caratteristiche della dipendenza non sono immediatamente applicabili alle funzioni della medicina generale, e sono incompatibili con l'esercizio della libera scelta fiduciaria da parte del cittadino. La mancanza di un “contratto” di fiducia reciproco crea una evidente deresponsabilizzazione dei medici rispetto alle persone.
 
Peraltro lo status di medici convenzionati non implica la rinuncia ad alcune condizioni tipiche della dipendenza (ferie, tredicesima, sostituzioni retribuite, indennità di fine rapporto, ecc.): altri medici convenzionati (specialisti ambulatoriali) hanno già queste garanzie. Se la questione è limitare l'eccessiva autonomia dei medici di famiglia, l'approccio deve essere diverso.
 
Occorre riformare in modo serio la formazione professionale, che deve uscire dalla logica corporativa e dalla autoreferenzialità ed avviarsi ad un percorso organizzativo e gestionale universitario (come le altre specialità) ma con una contaminazione didattica forte da parte di chi, nella MdF e territoriale, abbia avuto ruoli e curricula scientifici e clinico gestionali di rilievo e riconosciuti.
 
L'accesso al rapporto di lavoro non può essere affidato a graduatorie per soli titoli, ma dovrebbe essere garantito mediante procedure di selezione per titoli ed esami, in modo da garantire al SSN medici di famiglia continuamente all'altezza della selezione di accesso.
 
Il modus operandi della MdF deve essere organizzato per garantire la continuità dell’assistenza territoriale nell’arco delle 24 ore, senza soluzione di continuità, definendo e integrando i ruoli di ciascuno nella giornata e nella notte, la distribuzione dei presidi e degli ambiti territoriali in modo diffuso e capillare, e non solo nelle realtà urbane maggiori.
 
Il rapporto di fiducia tra cittadino e medico deve essere intangibile, e la libera scelta reciproca è la base del contratto professionale/personale cittadino-medico libero e consapevole. Per ciò è necessaria una forbice non stretta tra massimale ed ottimale, ambiti territoriali ampi, diffusione capillare degli studi medici, orari di apertura degli studi in presenza adeguati, per rendere il cittadino libero di scegliere ma non di esercitare il “ricatto della revoca”.
 
La natura della presa in carico dovrà essere globale, per tutelare in pieno la salute delle persone, senza cristallizzazioni prestazionali, orientata a garantire in studio le attività cliniche e strumentali necessarie, con tecnologie moderne, quale base vincolante per la convenzione e per l'accreditamento.
Occorre definire standard di qualità professionale e modelli di verifica della appropriatezza. Accettare di essere valutati secondo parametri di buona pratica, di linee guida, di protocolli professionali deve essere precondizione operativa e di accreditamento, con una riforma seria del carico burocratico.
 
La contribuzione previdenziale della MdF è assolutamente inadeguata e molto lontana dagli standard della dipendenza, tanto che oggi i medici di famiglia hanno pensioni medio-basse.
 
Sul compenso, invece, deve essere superata ogni forma di retribuzione prestazionale. Occorre ponderare la quota capitaria per stato anagrafico, peso assistenziale (patologia croniche, patologie degenerative, ecc.), disagio geografico, e ogni altra condizione che incida sul carico professionale. Decisa deve essere la separazione tra retribuzione di garanzia (quella adeguata ad una vita personale e professionale giusta) e quella di risultato, conseguente alla valutazione di qualità e di risultato.
 
Ripartire dal Distretto. Ragionare sul riordino della sanità territoriale significa affrontare la questione annosa e strategica del Distretto. Esso appare ormai abbandonato a sé stesso, dato che, rispetto all'Ospedale, ha sofferto la scarsa attenzione dei manager aziendali e la sottostima cronica di strutture, dotazioni strumentali e finanziarie, personale sanitario dedicato, scarsa visione strategica.
 
La disponibilità delle risorse del Recovery Found è l'occasione del suo riscatto.
 
Sarà necessario renderlo visibile e riconoscibile dai cittadini come luogo e strumento funzionale della risposta di salute, al pari dell'Ospedale, al fine di :
1. Garantire alle persone l’assistenza continuativa,
2. Riformare e mettere in equipe i professionisti del territorio.
3. Mettere in rete i presidi territoriali.
4. Potenziare le reti informatiche.
5. Avvicinare i servizi alle persone sul territorio, adottando il concetto di vicinanza socio-sanitaria e di equità come valore guida dei servizi.
6. Integrare tra loro i servizi territoriali sanitari e sociali, e di questi con le funzioni ospedaliere, attraverso le Case di Comunità.
 
Se questo sarà fatto, io credo che avremmo dato al Sistema Territorio tutte le opportunità per garantire ai cittadini la vera tutela della salute. Da entrambe le facce del SSN, quella ospedaliera e, appunto, quella territoriale. Come è giusto che sia.
 
Bruno Palmas
Segretario Nazionale TDMe (Tribunale del medico)


22 novembre 2021
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