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Padri, Madri, Giustizia e Medicina

di Gemma Brandi

03 DIC - Gentile Direttore,
la cronaca ci restituisce la narrazione di fatti che appartengono a sponde solo apparentemente contrapposte, mantenendo, al contrario, una comune radice: da una parte, la protesta di alcuni cosiddetti ‘grandi minori’ avverso la decisione dei genitori di impedire che siano vaccinati contro la Covid-19; dall’altra, la ennesima morte per defedamento di una ragazza anoressica, anche lei grande minore.
 
Su queste vicende incombe l’impotenza della Giustizia e della Medicina, delle istituzioni che, forzando neppure troppo la mano, configurano il fronte paterno, ossia la legge, e quello materno, ossia la cura, insieme contribuendo alla tutela della comunità. Le fondamenta condivise di epifenomeni quali quelli accennati sono rintracciabili, a mio parere, nella crisi di posizione che coinvolge l’ordine familiare e sociale, in una consonanza che non desta meraviglia.
 
Da una parte, dunque, appare ultimativa, arrogante e poco argomentata la facilità con la quale vengono imposte ai grandi minori, e comunque ai figli, scelte di salute che contravvengono ai loro desideri, come la pandemia e le vaccinazioni hanno evidenziato, specie quando la convinzione del minore mostra una sintonia con quelle di scienza, istituzioni e maggioranza dei cittadini, da cui prendono le distanze i detentori della patria potestas, per loro personali credenze.
 
Il problema è al centro della narrazione che Ian McEwan ci ha donato nel romanzo The Children Act, dove il rifiuto di trasfusioni salvavita da parte dei familiari di un grande minore leucemico, trattandosi di Testimoni di Geova, determina l’intervento della Giustizia che infine autorizza la terapia coatta ad evitare la morte del ragazzo.
 
In questo caso, va detto, il grande minore non esprime una volontà in contrasto con quella dei genitori, ma la asseconda, non si ribella, come accade invece agli odierni giovani che aspirano a vaccinarsi, scontrandosi però con la volontà di mamma e papà.
 
Se dunque, nel caso di Adam Henry è la fede religiosa a limitare la cura e a mettere a rischio la sopravvivenza di un minorenne, nel caso delle citate proibizioni, ispirate da altre fedi, è la prevenzione ad essere interdetta insieme con le possibilità esistenziali dei giovanissimi cui viene fatto divieto di vaccinarsi. In entrambi i casi Giustizia e Medicina sembrano avere qualche strumento per regolare un dispotismo familiare che non lascia indifferenti i più. Il potere istituzionale contro lo strapotere parentale, verrebbe da dire.
 
Nelle situazioni, invece, in cui i genitori vorrebbero impedire a un figlio di morire, si assiste alla impotenza di Giustizia e Medicina che raddoppia quella di mamma e papà, costretti ad assistere, dal bordo dell’abisso, allo scivolamento di un bene tra i più cari sul fondo irraggiungibile segnato dal confine tra vita e morte. In gioco ci sono la dipendenza diffusa, tanto da sostanze che da relazioni dannose, e la pretesa di indipendenza assoluta persino dagli alimenti, irrinunciabile fonte di vita.
 
Anoressia e dipendenza appartengono al medesimo asse autolesivo estremo, sono le maschere di una tenace volontà di non vivere che l’essere umano mette in campo. Sempre che qualcuno non creda al piacere e all’ambizione estetica come succo di condotte tanto di abuso che di astinenza letali. Capita che genitori disperati e soli si spingano oltre il confine stabilito dalla legge, rinchiudendo il figlio amato in una caverna protettiva. La coazione benigna non è però un esercizio affrontabile da soli. Serve l’apporto istituzionale, ormai inconsistente. Se pensiamo alla giovane morta per anoressia, non possiamo non chiederci come si sia arrivati a un punto di non ritorno. È inspiegabile, o meglio si può spiegarlo ammettendo alcune storture di base.
 
La prevaricazione strisciante che si avverte in certe proibizioni, come pure in talune invasioni di campo, è l’eco lontana di un liberalismo indulgente, di una tolleranza insensata. Sono due facce della stessa medaglia che denunciano la perdita di misura familiare e istituzionale. I genitori si proclamano amici prima che genitori dei loro figli.
 
Gli esperti, nelle separazioni complicate, parlano ai piccoli coinvolti senza autentica considerazione per il ruolo genitoriale, rendendoli arroganti giudici delle condotte di mamma e papà, trovando positivo che, grazie al sostegno ricevuto da detti esperti, essi assumano toni sdegnati parlando con chi sono tenuti a rispettare. Onora il padre e la madre, ecco quanto è opportuno che genitori ed esperti, etiamdio, non tralascino. Il genitore deve mantenere quella posizione che lo colloca su un piano diverso rispetto al figlio, di cui non è il caso che sia l’amico del cuore, cosa che non favorisce neppure l’emancipazione indispensabile per allontanarsi dalla famiglia senza smettere di onorarla.
 
Del pari, come può Mamma Medicina sottrarsi al mandato di cura salvavita? Eppure sempre più spesso accade, anche in situazioni psicopatologiche in cui è evidente che l’epilogo potrebbe essere l’omicidio o il suicidio, accade che la Medicina stia a guardare attonita e impaurita, interessata a salvaguardare i suoi ministri più che il soggetto, i soggetti in pericolo.
 
La Giustizia la segue a ruota, con la mimica seriosa e impettita di chi si attiene al rispetto costituzionale della libertà prima ancora che alla sopravvivenza dell’uomo libero. Non a caso imperversano indisturbate condotte lesive dell’ordine e della sicurezza. Esemplarmente negativa in tal senso è la malamovida che esplode per calli e piazzette del Belpaese senza contenimento alcuno. I genitori hanno perso il rispetto e le istituzioni l’equilibrio che permette il bilanciamento tra necessità e azione.
 
Gli uni e le altre hanno cessato di avere la indispensabile autorevolezza, reagendo con disperazione, indifferenza o con autoritarismo isterico. Da qui occorre ripartire: dall’impegno nel mantenere una posizione equilibrata e protettiva, rinunciando a ideologie difensivistiche, ipocrite e a buon mercato, provando a essere genitori seri davvero e istituzioni all’altezza del compito assegnato, in ogni piccolo gesto, in ogni debito ascolto, in ogni determinazione solo a tutta prima di poco conto, senza darsi la pena di piacere o non piacere, andando oltre l’aspirazione al like.
 
Gemma Brandi
Psichiatra psicoanalista
Esperta di Salute Mentale applicata al Diritto


03 dicembre 2021
© Riproduzione riservata

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