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Il Pronto Soccorso siamo tutti noi

di Elio Rosati

09 DIC -
Gentile Direttore,
dopo quasi due anni dallo scoppio della pandemia da Covid 19 è necessario mettere alcuni punti sullo stato del nostro servizio sanitario nazionale. Il Covid 19 ha messo in evidenza tutti i limiti del servizio pubblico in aree diverse ma centrali per la vita dei cittadini: la sanità in primis, ma anche i trasporti pubblici locali, la scuola, il sociale.
 
Siamo alle porte di un altro inverno e di una più che possibile nuova ondata. Dopo un anno, abbiamo, grazie all'impegno di ricercatori e aziende, vaccini che aiutano a mitigare il virus e a dare le prime fondamentali armi di difesa contro la pandemia. Ma ancora molto c'è da fare. E tra queste vi è da garantire un luogo che nel recente passato è stato il simbolo della lotta al Covid: il Pronto Soccorso. È da tempo che con SIMEU del Lazio, SIMEU è la società scientifica dei medici di medicina di emergenza e urgenza, collaboriamo strettamente per migliorare il servizio reso ai cittadini. Oggi siamo a un punto delicatissimo.
 
Senza troppi giri di parole: non c'è più personale sanitario a disposizione per lavorare nei Pronto Soccorso del Lazio (ma anche altrove...). Il personale sanitario è carente. Stanco. E si trova a dover far fronte, ancora una volta, all'ondata del Covid. E tanto per essere chiari il grosso dei pazienti Covid di questi giorni non è vaccinato. A proposito di come le scelte individuali condizionano tutti e tutto. Oggi il personale del Pronto Soccorso non ha risorse umane da mettere sul campo.
 
Stiamo per combattere l'ennesima battaglia senza esercito. A questa situazione che non si risolve nemmeno con i Bandi che vanno pressoché deserti dato che la "carriera" in Pronto Soccorso non solo non è attrattiva ma implica una dedizione h24 (l'ultimo Bando per 153 posti ha visto la partecipazione di circa 125 medici, di cui buona parte già dentro il sistema che usa legittimamente il Bando per spostarsi...) rispetto ad altre specialità, aggiungiamo quello che in "letteratura" è definito boarding.
 
In altre parole, magari più crude, si tratta del paziente che viene "parcheggiato" per più giorni in qualche angolo del Pronto Soccorso in attesa di essere preso in Reparto. E il boarding ricade come attività di assistenza sanitaria in capo al personale del Pronto Soccorso. Perché fino a quando non si entra in Reparto si vive in una terra di nessuno dove il Pronto Soccorso deve, per non si sa quale mistero della umana scienza, seguire chi non è in rischio di vita e/o di trattamento per superare la fase acuta.
 
Date queste due situazioni che complicano un possibile accesso di nuove leve al Pronto Soccorso ci sono alcune possibili soluzioni che, se introdotte in tempi rapidissimi, potrebbero avere un duplice effetto sul personale (scarso) e quindi sui cittadini e sul miglioramento del servizio. La prima proposta riguarda la possibilità di far andare a lavorare in Pronto Soccorso i giovani specializzandi del Primo anno affiancandoli al triage infermieristico e dandogli in carico i codici 4 e 5 (casi di minore entità) in modo da avere un duplice ma sensibile effetto.
 
Il primo: il personale del Pronto Soccorso sarebbe maggiormente concentrato sulle emergenze più rilevanti. Il secondo: gli specializzandi avvierebbero un percorso di accesso lavorativo sul campo con un bagaglio di esperienze difficilmente eguagliabile.
 
La seconda proposta riguarda il boarding e la sua gestione. Qui si tratterebbe di tradurre in pratica il concetto di presa in carico del paziente che, una volta stabilizzato e in attesa di accesso al reparto, verrebbe seguito da personale del reparto a cui sarebbe destinato ma nei locali del Pronto Soccorso. in questo caso l'effetto sul personale del Pronto Soccorso sarebbe quello di restituire ai propri compiti istituzionali i medici e gli infermieri; il personale del reparto afferente avvierebbe già le cure del caso dai locali del Pronto Soccorso; il paziente avrebbe già un percorso delineato e protetto di cure.
 
La realtà del Covid ci sta insegnando molto. Anche a caro prezzo. Dato che medici disponibili nel Lazio, ma anche nel resto del paese, non ne avremo se tra qualche anno, tutti noi dobbiamo aiutare il Pronto Soccorso a tenere botta, a reggere l'urto, a superare la notte.
 
Queste due proposte non sono risolutive. Ma dobbiamo dare tempo alle nostre dottoresse, ai nostri dottori, alle nostre infermiere e ai nostri infermieri di Pronto Soccorso di fare bene il proprio lavoro. Anche in questa tempesta. Dobbiamo tutti fare la nostra parte. I medici dei reparti si mettano a disposizione per farsi carico già dai locali dei Pronto Soccorso dei pazienti in attesa di letto. E noi cittadini vacciniamoci per non andare a intasare il luogo più delicato della nostra sanità pubblica: il Pronto Soccorso. Avete fatto caso che le strutture private non hanno il Pronto Soccorso? Beh, la sanità pubblica finirà con la fine del Pronto Soccorso. E se non facciamo qualcosa ora sarà troppo tardi. Per tutti.
 
Elio Rosati
Segretario regionale di Cittadinanzattiva Lazio

09 dicembre 2021
© Riproduzione riservata

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