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Mmg e Case di Comunità: due ore ciascuno e passa la paura!

di Ornella Mancin

10 DIC - Gentile Direttore,
da anni viene da più parte invocata una riforma della medicina del territorio e la pandemia ha reso di fatto più impellente la necessità di un rinnovamento. Il PNRR ha offerto le possibilità economiche perché questo si possa finalmente compiere, per cui da mesi siamo in attesa che qualcosa di innovativo segni l’inizio del cambiamento.
 
Non so quindi se dirmi stupita o indignata nel leggere (QS 9 dicembre) che le Case di comunità, da mesi presentate come l’elemento di rilancio della medicina territoriale, richiederanno la presenza dei medici di famiglia per 2 ore alla settimana.
 
E’ chiaro che chiunque abbia a cuore l’assistenza di base, non può pensare che un “ammasso” di medici che si alternano con turnazioni di due ore alla settimana possa dare una svolta significativa alla medicina territoriale.
 
Fatico a comprendere come sia minimamente pensabile una simile organizzazione. Io medico di famiglia continuo a lavorare nel mio ambulatorio come ho sempre fatto e senza alcun cambiamento rilevante (magari ancora senza personale di segreteria e/o infermieristico) ma aggiungo ai miei compiti due ore in una casa di comunità. E cosa andrò a fare? Al momento non è dato di sapere.
 
Cerchiamo almeno di fare due conti per capire cosa dobbiamo attenderci. Una casa di comunità per 50.00 abitanti vuol dire per esempio che nella mia realtà di campagna raccoglierà gli abitanti di almeno 3 comuni. Immagino che sarà localizzata nel comune più grande che guarda caso è anche quello dove ha sede l’ospedale.
 
Con gli standard attuali (1 medico ogni 1500 assistiti) stiamo parlando di 33 medici di famiglia (ma probabile anche meno visto la carenza e l’aumento dei massimali già in atto in molti posti) che devono dare 2 ore del loro tempo settimanale alla casa di comunità . Quindi circa 66 ore settimanali.
 
Ammesso che ci siano 33 medici, con due ore settimanali si riesce a malapena a riempire i turni dalle 8 alle 20 dal lunedì al venerdì e al sabato mattina fino alle 14 con un solo medico a turno. Alla faccia dei tanti bei progetti di case di comunità con più medici che lavorano insieme in equipe, si confrontano tra loro e con gli specialisti, si prendono carico dei malati cronici, coordinando con gli infermieri l’assistenza domiciliare e molto altro.
 
Non è chiaro poi perché ad ogni casa di comunità saranno collegati 10-15 ambulatori con 10-20 medici afferenti (e i restanti dei famosi 33 medici resteranno isolati?) e in che cosa consista questo collegamento previsto per alcuni e non per altri.
 
Molto più rilevante è invece la presenza del personale infermieristico (ammesso che si trovino 20-30 mila infermieri disponibili!) facendo pensare che ci sia l’idea di far “shiftare” buona parte dell’assistenza clinica dai medici agli infermieri come avviene nei modelli anglosassoni.
 
Il personale amministrativo è decisamente sotto stimato: da 5 a 8 unità per casa di comunità. Dovendo garantire una apertura di 12 ore al giorno vuol dire che ci saranno 3-4 persone al mattino e altrettante al pomeriggio per rispondere alle richieste e a fare da filtro a una popolazione di 50.000 persone.
 
E’ ovvio che è un numero del tutto inadeguato per far fronte a tutta l’enorme massa di richieste che ogni giorno arrivano nei nostri studi (dalla richiesta di un appuntamento, alle informazioni su come prenotare il vaccino, a cosa serve per andare in viaggio in un determinato Paese, a dove si scarica il Green Pass e cosi via…).
 
Difficile pensare che le case di comunità aiuteranno a risolvere i tanti conflitti e contenziosi che avvengono oggi nei nostri studi, generati dall’enorme numero di richieste, non sempre appropriate, a cui l’utente vuole risposte immediate. Per come sono pensate esse possono ambire al massimo a diventare un punto di primo intervento dove far accedere i codici bianchi.
 
In questo caso è lecito chiedersi:
- Ha senso investire cosi tanti soldi in tali strutture (il Pnrr prevede 2 mld per la sola loro costruzione)?
- Ha senso collocarle nelle zone più popolose servite presumibilmente anche da un ospedale?
- È questa la riforma del territorio che cambierà la medicina territoriale?
 
Ben altro ci aspettavamo da una riforma della medicina del territorio.
Che tristezza quando pur avendo i soldi a disposizione non si ha il coraggio di riformare veramente Questa è non solo una occasione sprecata ma anche temo l’ultima chiamata per un cambiamento che la medicina del territorio probabilmente è destinata ancora una volta a mancare.
 
Ornella Mancin
Medico di medicina generale


10 dicembre 2021
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