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Eutanasia

di Enzo Bozza

25 MAR - Gentile Direttore,
Nicola è un uomo di 60 anni, direttore di banca e molto noto in paese. Qualche anno fa ho scoperto la sua malattia, un tumore del colon avanzatissimo purtroppo al momento della diagnosi. Per questo motivo con un lavoro di squadra tra chirurgo, oncologo, gastroenterologo e medico palliativista, abbiamo deciso che ogni intervento sarebbe stato troppo invasivo e non avrebbe risolto la situazione. Seguiremo Nicola fino alla fine solo con le terapie di supporto perché la battaglia l’abbiamo già persa. Nessuna guarigione possibile ma le cure sono indispensabili fino alla fine.

Con il medico anestesista, esperto in cure palliative, seguiremo Nicola a casa, adattando di giorno in giorno la terapia, del dolore, soprattutto. E il dolore, come spesso accade in questi casi, diventa protagonista assoluto delle giornate di Nicola. Il cancro del colon con le sue metastasi, morde l’intestino e le ossa. La sensazione è lacerante, un morso che non molla mai, diventa un serpente che si muove nel corpo lacerando e infuocando ogni organo. Invade ogni pensiero e quando si pensa di essere ormai saturi di dolore, e per questo debba mollare la presa, ecco che ricomincia e ancora peggio di prima, si ha la sensazione di essere su una soglia, un varco al di là del quale il dolore può attenuarsi o esplodere. Si cerca di stare fermi, immobili su una attesa angosciante per non svegliare la bestia, quella che ti morde la carne. La carne che era amica e ora solo tormento, il corpo, quello di sempre, diventa un nemico sconosciuto.

L’anima è fatta di pensiero ed è il soffio vitale che ti fa essere ed esistere, ma quando il dolore la occupa tutta e per tutto il giorno, esistere diventa una maledizione, ed essere non ha più senso se non puoi nemmeno andare in bagno con le tue gambe.

Come capita spesso, il dolore di Nicola diventa un problema complicato, con il medico palliativista concordiamo la terapia antalgica con una pompa ad elastomero che inietta continuamente un cocktail di morfina e farmaci adiuvanti. La morfina aumenta di settimana in settimana. Arriviamo quasi a sessanta milligrammi, stiamo sedando Nicola, in maniera pesante ma quando apre gli occhi tra un sonno farmacologico e l’altro, urla e ci chiede pietà.

Quando siamo lontani da Nicola, io e il collega, evitiamo di guardarci negli occhi, perché ci sentiamo sconfitti e non possiamo dirci che basterebbero due fiale di potassio o una di tiopentone in vena per far cessare tutta questa mostruosa sofferenza. Abbiamo giurato, il giorno della Laurea, che mai avremmo somministrato un farmaco letale, come dice il nostro Maestro Ippocrate. Noi medici non diamo la morte, ma questa crudele signora si è preso già tutto, in maniera lenta si prende un organo alla volta e rimane un filo appena che trattiene un barlume di umanità sull’orlo dell’abisso.

In questo filo passa solo la disperazione e il dolore di non esistere più ma non essere ancora una stella, quella energia dell’Universo che ci è stata prestata e che ora il creditore vestito di nero viene a riprendersi, come sempre. Nicola si addormenterà per sempre, la notte di Natale del 1998.

L’abbraccio della moglie a noi medici è di riconoscenza e di euforica liberazione da un incubo. In questi casi, si vede spesso un parente sorridere, perché non è finita la Vita ma semplicemente è andata via la morte e con essa tutta l’indecenza della sconfitta, del dolore, delle piaghe, dei tubi, cateteri, flebo, farmaci e grida nella notte. La storia di Nicola è solo una delle tante che noi medici potremmo raccontare e sempre con lo stesso copione.

Queste storie ci abitano, fanno parte del nostro dolore cristallizzato in una soffitta della nostra anima, perché per continuare a lavorare o si dà un senso a tutto questo o si cerca di dimenticare. Ippocrate non aiuta e Dio non aiuta e nemmeno lo Stato Italiano ti aiuta quando un malato terminale ti chiede aiuto stringendoti la mano e invocando sollievo o pietà. Per questo, non è compito della Religione e non è compito della Filosofia dare una risposta. Ma è compito dello Stato permettere alla Medicina di ammansire la Morte, di toglierle l’ultimo boccone dalla bocca crudele e vorace. L’umanesimo della Medicina è riconoscere e rispettare il dolore di un uomo che sta morendo da solo, è il rispetto laico e compassionevole tra uomini, perché fa parte dell’anima e dell’intelligenza di un uomo non voltare le spalle quando un altro uomo ti chiede aiuto. Tutto qui, né filosofia, né religione, si tratta solo di capire quando la antica signora vestita di nero ha finito il suo pasto.

Enzo Bozza
Medico di base a Vodo e Borca di Cadore


25 marzo 2022
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