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I tempi cambiano, il contratto sanità, no

di Mauro Carboni

04 APR - Gentile Direttore,
riprendendo la trama del rinnovo contrattuale del comparto sanità, al di fuori delle consuete analisi ed esegesi che appassionano molti; poiché l’ultimo incontro tra sindacati e Aran di fine marzo non ha prodotto cambiamenti significativi rispetto alla situazione precedente, vorrei dare rilievo agli aspetti socio-lavorativi del contratto.

Lo stato dell’arte ci dice che le mobilitazioni di parte sindacale non sembrano avere effetti efficaci né sulla parte economica né su quella normativa. La realtà è che mancano i presupposti per dare corpo ad un contratto che avrebbe dovuto avere tra i suoi obiettivi quello di concretizzare il riconoscimento delle professioni sanitarie.

Oserei dire, vista l’invarianza nel tempo dell’architettura contrattuale, che l’atto di indirizzo alla base della bozza sia inadeguato ai tempi e quindi non consentirà di realizzare progressi rispetto al passato. Più che interpretare le richieste di cambiamento, l’Aran sembra impegnata soprattutto a presidiare i limiti di quanto proposto, far quadrare i conti e tenere a bada le istanze, a mio avviso legittime, dei professionisti sanitari.

Gli istituti contrattuali quali lavoro straordinario, pronta disponibilità, banca ore, formazione…, sono tutti aspetti rilevanti rispetto ai quali le rappresentanze stanno avanzando proposte importanti ed apprezzabili, ma se non cambierà la struttura contrattuale, il nuovo contratto sarà recepito, da coloro che ne prenderanno gli effetti, come peggiore del precedente.

I tempi cambiano, con loro le professioni sanitarie, ma il paradigma dei contratti resta identico, esattamente come la volontà di appiattire verso il basso le professioni sanitarie. La disciplina degli incarichi infatti, presentata come possibilità di carriera, di fatto non riguarderà solo il personale laureato. In quest’ambito il contratto perde l’occasione di valorizzare aspetti quali responsabilità, competenza, livello formativo ed obblighi giuridici. La quarta area nascerà vuota, senza peraltro trovare resistenze, come per timore di incardinarvi chi ha già i requisiti o svolge funzioni tipiche di quell’area. Per il contratto delle funzioni locali non è stato così, a quanto pare. Altro ostacolo allo sviluppo di carriera dei sanitari.

Questa fotografia porta a riflettere sulla qualità del lavoro svolto dal comitato di settore. Da ciò che è chiaramente emerso sin dalla prima proposta, la stesura è stata guidata da una visione del professionista sanitario non medico quale operatore di serie b, una sorta di paraprofessional piuttosto che professionista a tutto tondo. Tengo a sottolineare che oggi gli obblighi e le responsabilità di un infermiere, un tecnico sanitario o un fisioterapista, pur avendo competenze proprie e diverse da quelle dei medici, sono tali e quali a quelle di questi ultimi. In molti casi è il contratto a chiedere loro addirittura il possesso della laurea magistrale. Tra l’altro, la stragrande maggioranza di essi ha già conseguito uno più master universitari a contenuto specialistico o manageriale.

Poiché ciò che asserisco è sicuramente patrimonio conoscitivo di tutti gli attori coinvolti, c’è da chiedersi se non ci sia qualche forza oscura ad ostacolare questo sviluppo di carriera. Tra i vari report sindacali pubblicati dopo l’ultimo incontro c’è chi ha rivendicato un maggiore rispetto per chi lavora in sanità. Mi sento di sposare questa istanza in quanto non si può elogiare in tempo di covid e poi, come l’emergenza finisce, far finta di niente. Questi professionisti, lo ricordiamo tutti, hanno affrontato il covid della prima ora a mani nude e senza mascherine, con grande competenza, a scapito della propria incolumità e di quella dei famigliari ed oggi è chiaro che si sentano traditi. Senza il loro impegno, la loro competenza ed il loro sacrificio probabilmente non avremmo raggiunto gli stessi risultati in termini di vite salvate e sicuramente non riusciremo a realizzare gli obiettivi del PNRR.

La partita, a quanto pare, riprenderà intorno alla metà di aprile, ma al momento la situazione è chiaramente in stallo. L’unica certezza che abbiamo è che il contratto nascerà scaduto e che gli oltre tre anni trascorsi dall’ultimo rinnovo non sono stati utilizzati per capire come valorizzare le professioni sanitarie.

Sul fronte delle probabilità invece c’è da aspettarsi che finite le elezioni RSU, la strada per la conclusione sarà più agevole, ma non certo quella dei professionisti sanitari. Gli attori in scena saranno più liberi di trovare un accordo. Il contratto resterà solo lo sfondo un po’ sfocato di un quadro che in primo piano avrà la complicata situazione politica internazionale e i suoi riflessi sulla nostra economia.

Le professioni sanitarie resteranno senza i riconoscimenti sperati, con il vincolo di esclusività vivo e vegeto, al loro posto, quello che la politica tutta vuole ricoprano, dichiarazioni di captatio benevolentiae a parte. Gli effetti sul funzionamento delle aziende sanitarie, sul clima lavorativo, sul burn out e sull’attrattività di queste professioni li vedremo più avanti.

Dott. Mauro Carboni
Esperto di diritto contrattuale


04 aprile 2022
© Riproduzione riservata

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