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Cinismo, autonomia differenziata e sostenibilità dei servizi sanitari

di Walter De Caro

18 NOV -

Gentile Direttore,
la proposta di autonomia differenziata delle Regioni, pubblicata su QS per come presentata e per le tante aree di intervento a partire dalla Sanità e dalla formazione, appare mettere davvero in pericolo l’unitarietà nazionale e sviluppa un disegno di ulteriore frammentazione di potestà legislativa e risorse che porterà all’ampliamento dei divari territoriali.

La crescita esponenziale delle disuguaglianze sociali e la palese limitazione dei diritti costituzionali, con particolare riferimento al diritto fondamentale alla salute e all’uguaglianza tra tutti i cittadini appaiono già all’orizzonte.

Nel merito, infatti la “bozza Calderoli”, va in totale controtendenza rispetto alle lezioni apprese dalla pandemia: invece di rafforzare la capacità di risposta nazionale (e sovranazionale) come plasticamente reso evidente nel periodo pandemico, vuole amplificare e parcellizzare le differenze portando a 21 modalità regionali differenziate.

Notevoli l’impatto sui servizi sanitari, in particolare in tema di organizzazione e personale, con la possibilità per le Regioni di intervenire ancora più ampiamente sulla formazione, sull’organizzazione e sulla contrattazione.

Questo potrebbe, ovviamente, portare ad una nuova mobilità, ad un mercato del lavoro con regole ancora più disomogenee di quelle attuali. L’enorme disparità tra Nord e Sud, sia in termini economici che sociali e sanitari, potrebbe essere talmente amplificata da portare al collasso di alcune aree geografiche. Dalla pandemia siamo usciti con circa 1.5 milioni di ricoveri in meno e oltre 140 milioni di prestazioni in meno, con enormi differenze tra Regioni e Regioni, spesso non giustificate dall’andamento della pandemia e epidemiologico.

Per converso, in questa fase, sarebbe ragionevole operare per sviluppare maggiori opportunità di coordinamento e omogeneità nazionale, per garantire un progressivo sviluppo e valorizzazione delle professioni, per le attività di promozione della salute, per la prevenzione ambientale e occupazionale, per lo sviluppo delle competenze di operatori e professionisti sanitari, con una revisione complessiva nazionale dell’ambito di esercizio professionale delle stesse.

I prodromi del Regionalismo differenziato (con il progressivo ampliamento della formazione regionale, rispetto a quella riconosciuta a livello nazionale ed europea) appaiono ampiamente in taluni deliberati per l’organizzazione e la formazione sanitaria, ad esempio di Veneto e Lombardia per le funzioni complementari degli operatori di supporto sanitario non fanno ben presagire. Queste fughe in avanti hanno mostrato la volontà, non di garantire salute di qualità e benessere ai cittadini, ma di disinvestire rispetto alle funzioni assistenziali e infermieristiche, per ragioni di mero risparmio, provando a spostare risorse su altre aree. Nulla quindi di positivo, rispetto alla qualità delle cure per i cittadini, all’efficienza, all’eticità del sistema e allo sviluppo del personale sanitario. Numerosi gli studi internazionali, di cui non si sta tenendo conto, dimostrano l’impatto negativo di queste pratiche di parcellizzazione in termini rischio maggiore di morte dei pazienti ed assistenza di minore qualità, specie in assenza di una pianificazione appropriata.

Un altro esempio di piano inclinato che potrebbe peggiorare di molto con l’autonomia differenziata è quello degli “Infermieri di famiglia o comunità”: già adesso abbiamo una notevole differenziazione della formazione e di riconoscimento reale: alcune regioni hanno organizzato corsi di poche o più ore, le Università hanno organizzato Master di primo livello, altre entità formative, anche a statuto speciale hanno sviluppato corsi di perfezionamento, altre università, sempre su base autonoma, hanno sviluppato di fatto percorsi specifici di Laurea magistrale: tutto questo già sta portando ad una tale confusione ed una tale differenziazione di livelli formativi da rendere evidenti le difficoltà alla mobilità di detto personale e l’inserimento contrattale, e non solo, anche tra le stesse Regioni italiane.

Gli esempi sopracitati, declinati anche nelle differenze nell’organizzazione sanitaria e nelle modalità di esercizio delle dirigenze delle professioni sanitarie infermieristiche, a geometria variabile da Regione a Regione, fanno si che tale proposta vada semplicemente rigettata e anzi vada ripensato anche l’attuale modello di regionalismo.

La prospettiva dovrebbe essere quella invece di coagulare e dare una risposta univoca nazionale rispetto al bisogno di risorse per limitare gli effetti della carenza drammatica degli Infermieri, investire guardando agli standard e ad una visione europea volta a razionalizzare le professioni e far esercitare il personale infermieristico al pieno del loro potenziale con le competenze specialistiche ed avanzate. Rappresenta la soluzione di sostenibilità dei sistemi sanitari applicata da diversi Paesi ed è in questa fase una priorità assoluta.

Proprio questa settimana ricorre, la settimana dei “Nurse Practitioner”, gli infermieri di pratica avanzata autonoma con prescrizione, che praticano prevalentemente in ambito di assistenza primaria, ed attualmente ancora non riconosciuti e formati in Italia, ma già presenti in oltre 70 Paesi al mondo. In Canada il Premier Treadeau nel richiamare l’enorme contributo per la salute dei cittadini offerto da queste figure, ha annunciato consistenti investimenti sulla formazione e sulle risorse umane per il settore sanitario con particolare riferimento anche a queste figure.

In conclusione, in Italia, la regionalizzazione dal suo avvento ha già amplificato le differenze nelle cure e nei livelli di assistenza, incrementando la mobilità sud-nord dei pazienti, facendo crescere dismisura le disuguaglianze e la componente out-of-pocket della spesa sanitaria. In molte regioni, nel silenzio, si è assistito ad una progressiva riduzione degli spazi di sanità pubblica a favore della Sanità integrativa, del privato e del privato convenzionato, alla crescita delle liste di attesa e non solo.

Portare avanti questa la visione parcellizzata, cinica ed opportunistica del regionalismo differenziato, porterà inesorabilmente alla mancata sostenibilità e alla riduzione complessiva degli spazi per il servizio sanitario pubblico, equo e universalistico, che rappresenta una delle più importanti conquiste della Repubblica Italiana e che è stato elemento cruciale per il buon andamento complessivo della nostra società.

Walter De Caro

Presidente Consociazione Nazionale Associazioni Infermiere/i



18 novembre 2022
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