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Perché aderiamo alla legge di inziativa popolare contro l’autonomia differenziata

di E.Papini, E.Turi

24 GEN -

Gentile Direttore,
la questione dell’autonomia differenziata (AD) è stata resa nota al pubblico per la prima volta, quando Veneto, Emilia Romagna e Lombardia hanno firmato le pre-intese nel gennaio 2018 con l’allora Primo Ministro, Gentiloni, a mandato peraltro scaduto, essendo imminenti le elezioni. Avrebbe quindi dovuto occuparsi solo degli affari correnti e non certo di provvedimenti potenzialmente lesivi della stessa Costituzione.

Tutta questa prima fase è stata gestita nel più assoluto segreto e poco o nulla è trapelato sulla stampa. L’informazione è stata comunque sempre molto scarsa e sola ora, in seguito all’attivismo del Ministro Calderoli, si comincia a discuterne, anche se ancora troppo poco, e senza approfondire. Eppure si tratta di una trasformazione radicale della nostra forma stato: verrebbe infatti meno l’unità della Repubblica che sarebbe frantumata in 21 statarelli semi-indipendenti e ininfluenti sul piano internazionale. A questi statarelli verrebbero traferite, se richieste, tutte le 23 materie di competenza statale, fondamentali per la tenuta del sistema.


Come la scuola, che costruisce e garantisce l’identità stessa del paese; la sanità, dove la pandemia, ha certificato il fallimento dei Servizi sanitari regionalizzati, soprattutto nelle regioni richiedenti l’AD e con i residui fiscali più alti ed ha reso evidente la necessità di un recupero almeno parziale dello stato; le politiche energetiche, che non possono certo essere affrontate a livello locale; i rapporti politici/commerciali con l’Unione europea e a livello internazionale, che, visti i mutati scenari geopolitici non possono essere gestiti dalle regioni, ma da un paese forte; le infrastrutture strategiche come ferrovie, autostrade, porti e aeroporti, che sono indispensabili per superare i divari territoriali; l’ambiente, che va ad incidere sulla salute e le cui trasformazioni, nel bene e nel male travalicano le singole regioni.

Sarebbero colpite anche le politiche del lavoro con la suddivisione regionale della contrattazione e con possibili differenziazioni salariali territoriali, di fatto nuove gabbie salariali.

Dopo lo shock della pandemia e con la guerra, che non si sa dove ci porterà, è velleitario pensare di avere politiche pubbliche frammentate a livello territoriale. Questa frammentazione delle competenze è incompatibile con lo stesso PNRR.

I problemi ci saranno per tutte le materie e per tutte si avrà un impatto sulla salute, soprattutto nel caso delle regioni più povere, ma che succederà nello specifico della Sanità?

Sarà cancellato il nostro il Servizio Sanitario Nazionale (SSN), ora improntato a principi di universalità, equità e solidarietà, per cui tutti i cittadini, indipendentemente da origini, residenza e censo devono essere curati allo stesso modo con oneri a carico dello stato, mediante prelievo fiscale su base proporzionale.

Avremo 21 Servizi sanitari diversi e ogni Regione ne deciderà l’organizzazione in base alle risorse disponibili, tenuto conto anche di tutte le altre materie. Poiché è prevedibile che le risorse non bastino, dovranno ricorrere ad assicurazioni, fondi integrativi e sanità privata: la salute come merce e non più come diritto fondamentale.

Al centralismo dello stato si sostituirà il centralismo delle regioni, e le autonomie dei Comuni e delle assemblee elettive continueranno a essere annullate e mortificate.

Le Regioni del Centro-Nord, favorite dal trattenimento di gran parte delle proprie tasse, potranno riorganizzare i propri servizi, anche puntando sul privato. Invece per le regioni del Sud e isole, già ora sotto finanziate[1] e penalizzate dal Titolo V, si prospetta il tracollo della sanità pubblica, poiché, ridotti o annullati i trasferimenti da parte dello Stato, le entrate derivanti dalla propria insufficiente base impositiva non basteranno al finanziamento dei servizi sanitari e sociali: si incrementeranno i viaggi della speranza dal Sud verso il Nord

I Livelli Essenziali di Assistenza (LEA) che non sono stati mai calcolati in base al reale fabbisogno dei territori continueranno a essere realizzati solo in parte e in modo difforme tra aree povere e ricche e tra Nord e Sud: ciò aumenterà ulteriormente le disuguaglianze del nostro paese, soprattutto a svantaggio di Meridione e Isole, ma anche delle aree povere dello stesso Nord.

I Servizi territoriali e ospedalieri saranno influenzati dalle scelte politiche che, finora, hanno privilegiato gli ospedali rispetto ai territori e al privato. Un esempio eclatante è dato dalla Lombardia con 20 cardiochirurgie (107 in tutta Italia).

Una parcellizzazione non sostenibile riguarderà altra materie e competenze, come la politica dei farmaci, la sanità animale, le specializzazioni della dirigenza, Igiene e sicurezza negli ambienti scolastici e altro ancora. Segnaliamo almeno altri due ambiti in cui l’AD avrà conseguenze negative, già sperimentate, tra l’altro con la regionalizzazione introdotta nel 2001 dal nuovo Titolo V: si tratta della Tutela della salute sui luoghi di lavoro e della Prevenzione primaria

Per la Tutela della salute e della sicurezza sui luoghi di lavoro, abbiamo già visto l’indebolimento dei contratti di lavoro, presidio fondamentale per l’eguaglianza tra tutti i lavoratori. Di più sarà a rischio la tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro e l’igiene ambientale interna vista la variabilità delle norme da regione a regione e visto che le attività di vigilanza sarebbero non di rado soggette a forme di pressione in base ad interessi estranei alla salute.

La Prevenzione primaria. Oggi si riconosce che esseri umani–animali–ecosistemi sono interconnessi. Fare prevenzione primaria significa quindi intervenire su: ambiente, processi produttivi, trasformazioni urbanistiche, politiche abitative e trasporti, sulle diverse matrici ambientali, negli ambienti scolastici, di vita e di lavoro, nelle situazioni di degrado, etc. allo scopo di affrontare i rischi per la salute umana e degli ecosistemi. Quindi l’approccio non può che essere multidisciplinare, secondo una programmazione condivisa e partecipata e secondo una metodologia unica nelle diverse regioni. Sono tali e tanti gli interessi, pubblici e privati, che si vanno a toccare con la prevenzione primaria, che essa deve essere guidata da una robusta volontà centrale che faccia da guida e dia indicazioni certe e valide per tutti i territori.

Per concludere, da quanto esposto l’autonomia differenziata sarebbe un danno enorme non solo per la democrazia e l’Unità del paese e per l’aggravamento delle disuguaglianze, ma temiamo costituirebbe il De Profundis per quel SSN che molti di noi hanno visto nascere. In questo momento in molti si stanno battendo contro il DDL presentato dal Ministro Calderoli, ma non abbastanza, anche perché continua ad esserci un deficit di informazione.

Come scrivevano Massimo Villone e Ivan Cavicchi su questo quotidiano, tutte le professioni sanitarie, nelle loro molteplici articolazioni dovrebbero insorgere in un fronte comune con tutti i sindacati per smuovere il confronto pubblico e creare le condizioni per fermare l’autonomia differenziata e per salvare il nostro servizio sanitario.

Per chi volesse vi è quindi anche la possibilità di firmare per la LIP (Proposta di legge costituzionale) di iniziativa popolare che chiede la modifica degli artt. 116, 3° c. e 117 della Costituzione, anche online con lo SPID su www.coordinamentodemocraziacostituzionale.it.

La proposta è stata scritta dall’ex senatore e costituzionalista Massimo Villone, e si propone, attraverso il cambiamento dell’Art.116 di eliminare, di fatto, la possibilità di chiedere l’AD immotivatamente, e attraverso la modifica dell’Art.117 di far tornare allo stato alcune materie, tra cui l’istruzione e la salute.

Pur essendo per una radicale modifica del Titolo V della Costituzione, che lo riporti alla sua versione originaria, invitiamo a firmare la LIP come un possibile strumento di pressione sul Parlamento.

Elisabetta Papini
Coordinatrice nazionale Forum per il Diritto alla Salute

Edoardo Turi
Medicina Democratica Roma

Note:
[1] Il finanziamento del SSN si basa sulla spesa storica, che considera come parametro principale l’età della popolazione. Così le regioni del Centro-Nord, che hanno storicamente una popolazione più anziana (che abbisogna di più servizi) ricevono di più di quelle del Sud, con una popolazione giovane, ma con una aspettativa di vita minore, causa le condizioni socioeconomiche, che ne penalizzano la salute e l’accesso alle cure.



24 gennaio 2023
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