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Il Lazio e il progetto dell’infermiere di famiglia. Il territorio non è un ‘refugium peccatorum’

di Francesco Buono

27 MAG - Gentile direttore,
apprendo con vivo interesse dal Suo giornale dell’ipotesi di un progetto relativo all’istituzione dell’ “Infermiere di Famiglia” nella Regione Lazio, a seguito dell’incontro tra il Presidente della Commissione Politiche Sociali e Salute della Regione  e il Presidente del Collegio Ipasvi di Roma.Certamente condivisibili sono le doglianze relative al riferito diffuso precariato dei professionisti in oggetto e le espresse necessità di implementarne la formazione pratica, indispensabile al profilo di lavoro degli stessi;  un po’ meno  - a mio avviso - quella che viene prospettata come la soluzione al primo dei due problemi.
 
Le legittime aspettative in merito alla creazione di inedite realtà occupazionali, infatti, non sono di per sé un criterio sufficiente per creare “ex novo”  profili professionali , che trovano piuttosto la loro ragion d’essere innanzitutto da un’attenta analisi dei bisogni e poi da un approfondito esame del rapporto costo/benefici, in relazione a realtà  esistenti da tempo nel nostro Paese e alla luce dei quadri normativi  non eludibili.
 
Il Territorio non è una scelta di ripiego né un “refugium peccatorum” per nessuno, sia esso medico o infermiere, tanto meno l’esito di ragionamenti più simili ad ipotesi di “fusione a freddo” che a volontà positive di concorrere a serie progettazioni volte alla rimodulazione dell’offerta sanitaria in tale ambito: in merito all’istituzione di “Ambulatori infermieristici” si parla poi di risparmi garantiti, ma in attesa della presentazione del preannunciato studio, e quindi di un’analisi più tecnica, non posso non essere perplesso dall’idea di una struttura stanziale a diretta gestione infermieristica, come pare, laddove funzioni tipiche del medico, non sostenibili da altri professionisti, dovrebbero necessariamente prevedere o comunque la presenza degli stessi in tal sede o la messa a punto di un sistema gestionale ed operativo “di rete”, nel rispetto delle leggi vigenti e delle conseguenti responsabilità individuali, che non certo s’improvvisa e che è impensabile imporre senza una concertazione inter-professionale.
 
La realtà sanitaria attuale nel caso in oggetto della realtà territoriale (ma a ben pensarci non solo…) va vista in termini di “processo”, inteso come un insieme di varie attività che prendono origine da bisogni riconosciuti come tali  ed esitano nella produzione di un servizio in favore del beneficiario, essendo svincolate dai limiti delle strutture organizzative ed avendo chiari ed espliciti punti di partenza e di arrivo: ben definiti pertanto devono essere lo scopo da raggiungere, l’orientamento a favore di chi fruisce del servizio che si vuol progettare, le modalità della misurazione delle performances, l’organizzazione in team dei vari operatori e la definizione dei livelli di riferimento (benchmarking).
 
Ad un primo acchito, invece, pare che la proposta di cui sopra vada nella riedizione teorica del concetto di gestione per “funzioni” più che per “processi”, laddove invece la necessità di multifunzionalità e responsabilizzazione a multilivello propende  oggigiorno decisamente verso il secondo tipo di approccio.
 
Apprezzabile infine il richiamo del Presidente Lena alla necessità che i vari attori del complesso panorama sanitario facciano dei passi indietro nell’interesse comune, il che mi lascerebbe intravedere un prioritario e fisiologico rientro dei livelli politici nell’ambito dei poteri di indirizzo con contestuale fuoriuscita da quelli gestionali, perseguendo quella “politica del merito” in tale ultimo ambito che, “last but not least”, sarebbe un’interessante inversione di tendenza di per sé prodromica di un cambiamento reale in senso positivo.
 
 
 
Francesco Buono
 
Medico - Roma

27 maggio 2013
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