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C’era una volta il “primario”. La risposta ai nuovi problemi non può essere cercata in antichi riti

di Roberto Ferrari

01 GIU - Negli anni ‘70 l’entrata dei medici in reparto era una sorta di rappresentazione scenica su cui si coagulava l’energia morale degli astanti e i pazienti vedevano nel primario il possessore di un sapere esclusivo e concluso. Devo ammetterlo, sono stato molto in dubbio se rispondere o meno all'articolo del Dr. Polillo. Ancora adesso, mentre scrivo, non mi è ben chiaro se si tratti di una provocazione ben studiata, di uno sfogo poco studiato oppure, ipotesi più affascinante, di un racconto; il racconto di un film in costume.

Provate per un attimo ad immaginare questa scena (qualcuno non dovrà fare questo sforzo perchè chissà quante volte l'avrà vissuta): un "primario" fa il suo ingresso in un "reparto" silenzioso, tirato a lucido, fra due ali composte da infermieri e personale di supporto, seguito da una coda di strutturati impettiti e, magari, qualche timido specializzando. La sensazione di assistere ad una scena di un capolavoro del cinema come "Barry Lyndon" o "Arca russa" è molto potente. Proviamo ora a immaginare quest'altra scena, che può piacere o meno, ma che rappresenta meglio la realtà attuale con la quale, noi professionisti e operatori, dobbiamo confrontarci quotidianamente. Il calendario appeso alla parete indica il mese di giugno dell'anno 2015: un "primario" entra in una unità di degenza e visita un paziente che ha già confrontato i suoi sintomi sul web con altri cittadini. Subito dopo aver ricevuto una diagnosi e la prescrizione di un farmaco verifica i suoi effetti collaterali tramite un'app sul suo telefonino.

E' questa la realtà di oggi: il cittadino ha a disposizione una quantità di informazioni sul suo stato di salute enorme e, soprattutto, in tempo reale. Di cosa avrà dunque bisogno questo cittadino se ha a disposizione tutto e subito? Sicuramente non necessita di un possessore di un sapere esclusivo e concluso il quale, più che infondere energia morale, comunica un senso di iniziaticità, di segretezza e, inevitabilmente, di lontananza. Non necessita nemmeno di rappresentazioni sceniche ma piuttosto di professionisti che lo ascoltino, si prendano cura di lui, lo riabilitino e lo aiutino ad essere al centro di tutti questi processi; insomma ha bisogno di tutto ciò che oggi, salvo rari casi isoltati, non gli viene offerto.
Perchè? Per prima cosa i professionisti sanitari faticano a porre in atto un ascolto autentico poichè l'attuale organizzazione del lavoro (mutuata dall'industria e, ancora prima, dalle istituzioni militari) non dà loro il tempo per svolgere questa importante attività.

In pratica, invece di svolgere una professione impostata sul benessere della persona, si lavora per produrre dei numeri, come se il cittadino fosse un prodotto da far uscire il prima possibile da una catena di montaggio; se il "prodotto" risulta poi "difettoso" si finisce per dare la colpa all'"operaio" sanitario. Come se ciò non bastasse la scienza naturale e la tecnologia sono progredite, come scritto dal Dr. Polillo, ma è rimasto indietro l'elemento più importante; la persona. Senza umanesimo la tecnologia e la scienza naturale producono sofferenza, brutture morali e, infine, materiali: il risultato è che il cittadino affetto da una malattia ha a disposizione strade diagnostico-terapeutiche diversificate e accessibili, ma si sente troppo spesso lasciato solo di fronte ad esse. Tralasciando le considerazioni economiche sull'utilizzo che si poteva fare della tredicesima negli anni '70 (io ad esempio negli anni '80 con 500£ mi compravo un Cono Palla...), le quali potrebbero essere peraltro oggetto di relativizzazione se rapportate ad altre categorie professionali e non, sono rimasto parecchio colpito da almeno altre due affermazioni del Dr. Polillo: "I medici hanno ceduto alla politica e alla loro lusinghe e fatto ancora più grave non hanno saputo riconoscere i politici che erano a loro favore dagli altri". "Un rapporto forte e sincero con i cittadini avrebbe invece riposto il medico al centro della scena perché è ancora il medico l’unico ad essere in grado di cambiare il destino naturale delle malattie e offrire una chance di salvezza a chi è malato".

Nel primo caso vorrei ricordare che storicamente quella medica, a differenza delle altre professioni sanitarie, è una categoria molto ben rappresentata in Parlamento; pertanto possiamo affermare che il Sistema Sanitario Nazionale attuale non è certo estraneo al contributo dei medici. In merito alla seconda affermazione mi sento di dire, che un buon iter diagnostico-terapeutico, senza l'accesso ad una assistenza e una riabilitzione di qualità, non cambia di certo il destino naturale delle malattie anzi, ne produce altre, le quali andranno poi affrontate con conseguente investimento di tempo e risorse economiche.

Vorrei concludere citando prima il Dr. Polillo e successivamente il Generale George Patton (lascio al lettore il giudizio su chi fra i due sia il migliore stratega): "In primis è mancata una leadership adeguata ai vertici della Fnomceo, dove i suoi dirigenti appagati dal loro approdo in Parlamento, prestigioso quanto inutile per la categoria, sono stati incartati dalle spregiudicate strategie dell’Ipasvi. Per non cedere nulla agli infermieri si è così finiti per consentire che la linea Maginot della diagnosi e terapia, la frontiera del sapere da difendere fino alla morte, venisse infiltrata e ridotta ormai a un muro di carta". "Una linea fortificata è un inno alla stupidità umana".

Nel corso della storia le strategie basate sulla difesa ad oltranza di un terreno e le linee fortificate in genere non hanno avuto molta fortuna; le linee difensive infatti possono essere aggirate e, come abbiamo visto più di vent'anni fa, i muri, per quanto solidi e sorvegliati, crollano. Il cittadino oggi chiede un Sistema Sanitario Nazionale tecnologicamente aggiornato, interdisciplinare e soprattutto integrato nelle sue componenti: questo obiettivo non può essere raggiunto senza un contributo paritario di ogni professione sanitaria.

Se non vogliamo diventare un corpo estraneo all'interno della stessa società in cui viviamo dobbiamo superare le logiche gerarchiche tipiche dei modelli organizzativi del secolo scorso: in caso contrario il Sistema Sanitario Nazionale, insieme a tutte le professioni sanitarie, diventerà un sito archeologico che testimonierà un passato fatto di ottusità e scarsa lungimiranza.
 
Dott. Roberto Ferrari
Infermiere e Segretario del Collegio IPASVI di Brescia 

01 giugno 2015
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