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Infermieri. Ho un sogno: una professione autonoma, riconosciuta e tutelata

di Elisa Ceciarini

01 APR - Gentile direttore,
ne ringraziare lei e il suo giornale per quello che fate per favorire una discussione sulla nostra condizione di infermieri, le invio un commento in risposta al collega Piero Caramello, “Ultima lettera di un infermiere rassegnato” del 26 marzo scorso. Prima di tutto voglio dire a Caramello che sono profondamente dispiaciuta dalla sua decisione di non esprimere più i suoi legittimi giudizi e pensieri su questo giornale e alla sua perdita di spirito riformatore.

Stiamo vivendo un periodo particolarmente infelice per la nostra amata professione alla luce di fatti spiacevoli, visti gli ultimi “inganni” normativi che ci riguardano in prima persona e che purtroppo molti dei nostri colleghi non conoscono, mi riferisco al Comma 566 della Legge di Stabilità 2015, o viste le ultime figuracce mediatiche riguardanti il nostro lavoro e le nostre peculiari competenze, per le quali abbiamo lottato e ci siamo formati, mi riferisco alla trasmissione Tagadà su La7 e l’imbarazzante idea che ha di noi la signora Panella.

Nel mio piccolo posso dire a Caramello di non arrendersi alla dura realtà che il nostro Paese ci costringe ad affrontare giorno per giorno.

Nonostante lavori relativamente da poco tempo, ho sempre ritenuto di dovere difendere il mio lavoro dalle ingiustizie della pratica e mi sono battuta per rendere i reparti in cui prestavo servizio migliori.
 
Se dal principio le mie proposte venivano accettate con benevolenza dai coordinatori, in quanto si trattava di cambiamenti logistici e organizzativi, che favorivano il lavoro di molti, di seguito alla mia crescente attenzione/contestazione per i disservizi d’organico e per la carenza di personale in reparti con elevati carichi lavorativi, sono comparse le prime ostilità dei piani alti.

Diventando sempre più “difficile da gestire” ho avuto la fortuna di essere spostata in molti reparti, avendo così la possibilità di conoscere altre realtà e di raccogliere ed analizzare sempre maggiori incongruenze gestionali degli ospedali in cui ho sostato.

Ho vissuto sulla mia pelle il rischio di causare danno al malato perché il carico di lavoro era enorme rispetto agli infermieri in servizio, ho più volte sopperito alle necessità non solo del mio dipartimento ma dell’ospedale, cambiando 3 reparti in meno di una settimana, sono rientrata più volte dalle ferie per ordini di servizio telefonici e mai scritti, quando poteva essere utilizzato altro personale, ho implorato l’aiuto dei miei colleghi, ho sperato che come me si ribellassero al sistema, che ponessero fine alle ingiustizie dei coordinatori e delle dirigenze, ecc…

Sfido io a trovare infermieri che non hanno vissuto tutto questo e ben altro per il bene dell’azienda.

Per cambiare un po’ la situazione ho iniziato anche io, come Caramello, a scrivere, a documentare i disservizi, a scuotere le folle, a fomentare i colleghi infermieri, a renderli consapevoli dei propri calpestati diritti.

Ovviamente ho ottenuto pochissimo, anzi molti mi vedevano come una che potesse creare problemi con i superiori a discapito di tutti.
Quindi esausta e delusa, ho iniziato a giudicare i miei colleghi, ho iniziato a considerarli vittime volontarie, sempre pronti a rientrare al lavoro senza se e senza ma, pronti ad abbassare la testa e a lavorare senza sosta per stipendi irrisori rispetto l’aumento di responsabilità che ci ha investiti nel tempo.
Il mio spirito riformatore si stava affievolendo, non vedevo che infermieri schiavi della necessità e della contingenza.

Poi è successo qualcosa. Ho conosciuto nuove realtà e ho iniziato a raggiungere nuove consapevolezze.m Grazie agli articoli del Prof. Ivan Cavicchi ho aperto gli occhi e ho compreso quello che fino a quel momento non avevo minimamente messo in discussione.

Non sono gli infermieri “tappa buchi” ad essere sbagliati o gli infermieri riformisti come me e te ad essere migliori, non sono le dirigenze a sbagliare tutto e ha renderci il lavoro quotidiano un inferno, non sono i coordinatori il “nemico” da abbattere. Ad essere sbagliate e profondamente deludenti sono le istituzioni, i nostri rappresentanti sindacali, il nostro collegio Ipasvi.

Le istituzioni ci hanno abbandonato come categoria professionale, ci hanno accontentato con norme antiche e non più attuabili con i cambiamenti repentini della sanità e del malato oggi.

I nostri rappresentati sindacali sono inesistenti, raccolgono voti promettendo “mari e monti” e poi lasciano al proprio destino i colleghi che lottano sul campo giuridico e processuale il problema del demansionamento e della post-ausiliarietà, spostano continuamente l’attenzione verso problematiche altrettanto importanti, come lo sblocco dei contratti e i relativi, per non dire miseri, aumenti di retribuzione ma di secondo piano rispetto ai quesiti pratici che ogni giorno ci troviamo a fronteggiare.

Il collegio Ipasvi è, dulcis in fundo, il maggior artefice della nostra inconsistenza e indeterminatezza sul piano lavorativo, non ci assiste nelle nostre lotte professionali, non è presente nella nostra quotidianità e per molti colleghi non rappresenta altro che un’organizzazione di secondo piano, alla quale non si rivolgono e non credono.

Tutta questa indifferenza determina e costringe le nostre strutture sanitarie a farci lavorare male e a non riconoscere il nostro valore come professionisti indispensabili per la cura e la tutela del malato. Ho raggiunto la consapevolezza che la maggior parte di responsabilità non è nostra, non siamo noi che ci accontentiamo della prassi così com’è, non è colpa nostra se il nostro lavoro è così duro e al contempo così poco tutelato.

Siamo l’unica professione sanitaria in cui il demansionalemento e la dequalificazione sono “istituzionalizzati” e normati, attraverso l’art. 49 del Codice Deontologico Infermieristico; siamo inoltre professionisti “schiavi” delle necessità organizzative delle strutture assistenziali in cui prestiamo la nostra opera, in quanto hai fini dell’art.11 Obblighi del Dipendente Contratto Collettivo (ex art. 28 del Comparto Sanità) non ci è consentito alcun pratico rifiuto inerente agli ordini superiori.

Leggendo più volte l’articolo del Presidente del Collegio Ipasvi Carbonia Iglesias, Dott. Graziano Lebiu su QS del 16 e del 28 marzo 2016, mi sono resa conto che la legge è chiarissima, noi non abbiamo le facoltà conoscitive e le competenze giuridiche per poter contrastare l’impugnabilità di certi decreti. Dovremmo fare un corso intensivo di consulenza giuridica e rivolgersi a più rappresentanti legali per poter opporci a certi “obblighi normativi”, in quanto contestare certi ordini di servizio appare macchinoso e a volte inutile, perché siamo vincolati al rispetto e all’attuazione di tali disposizioni.

Tutto si conclude con la retorica conclusione che “la miglior tutela e auto-tutela dell’infermiere sta nelle sue esperienze, conoscenze e competenze, nella sua professionalità e nel suo riconoscimento dal gruppo con il quale si rapporta” (cit. Dott. Lebiu), ma come è auspicabile questo tipo di comportamento se mancano le tutele, se non abbiamo gli appoggi che ci spettano in quanto professione intellettuale, se le norme non si cambiano ma restano fossilizzate nel passato?

Non viene minimamente preso in esame un rinnovamento dei nostri profili normativi, del nostro codice deontologico, delle nostre rappresentanze sul campo, del nostro collegio professionale.

Questa realtà di fatto deve essere contestata ed affrontata da tutti noi, in quanto le conseguenze degli effetti del demansionamento rappresentano solo la punta dell’iceberg oggi, ma possono renderci in futuro il nostro lavoro ancora più difficile e come tale, ricco di insidie e contenziosi legali.
Farci la lotta l’uno con l’altro, tra noi professionisti sanitari, non fa altro che indebolirci e ci distoglie dal vero problema.

La necessità impellente è coalizzarci come categoria, di restare uniti contro la superficialità di chi organizza il nostro lavoro e rende la prassi quotidiana faticosa e ingestibile.

Per fare questo servono persone che hanno il coraggio di scrivere, anche andando controcorrente come il prof Cavicchi, persone che conoscono gli “inganni” delle leggi che per anni ci hanno illuso di essere una professione intellettuale e libera, ma anche persone che come noi hanno vissuto su se stessi il prezzo dell’assenza di tutela, il prezzo delle mansioni, il prezzo dell’assenza di autonomia.

Io credo ancora nella possibilità di scegliere che strada seguire. Questo è possibile con l’aiuto di tutti. È importante che tutti gli infermieri vengano aiutati e indirizzati verso la conoscenza di tutto questo, che vengano diretti verso la comprensione di ciò che gli spetta di diritto e che riconoscano il potere derivato da tale scelta.

“I have a dream”, quel sogno si chiama “professione autonoma, riconosciuta e tutelata”. 
 
Elisa Ceciarini
Infermiere e studente magistrale

01 aprile 2016
© Riproduzione riservata

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