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Chi e perché vuole toglierci il diritto di chiamarci medico

di Riccardo Spampinato e Giuseppe Bonsignore (Cimo)

02 APR - Gentile Direttore,
il ddl Gelli sulla Responsabilità Professionale in campo sanitario, adesso in discussione al Senato, dopo l’iniziale accoglienza improntata ad un cauto ottimismo, vede arrivare adesso non poche critiche da più parti, spesso per opposti motivi. Nessuno lo dice chiaramente ma in realtà è una guerra con più fronti che si contrappongono, ciascuno con le proprie ragioni e i propri interessi da difendere.
 
C’è il fronte delle Associazioni dei Cittadini che chiedono giustizia e soprattutto garanzie sui tempi e sull’entità dei risarcimenti, c’è il fronte delle Azienda Sanitarie che provano a far quadrare i conti eludendo l’obbligo assicurativo (elusione non concessa al medico) e demandando al medico l’onere del rimborso, c’è il fronte delle Assicurazioni che sperano di incrementare ulteriormente il proprio business, e infine c’è la trincea dei medici che provano a resistere agli assalti all’arma bianca di tutti gli altri.
 
Rinunciando alla tentazione di addentrarci nell’ostico terreno dei cavilli giuridici e delle dotte discettazioni sul tema in cui ultimamente si cimentano in tanti, è tuttavia inevitabile non accorgersi di un vero e proprio buco nero nel testo di legge: la scomparsa del medico!

Viene infatti coniata l’espressione “esercente la professione sanitaria”, perifrasi nella quale appaiono inglobate figure professionali assai diverse tra loro per storia, formazione culturale, competenze e livelli di responsabilità. In altri ambiti professionali ciò non sarebbe nemmeno immaginabile. Provate a pensare, ad esempio, alla creazione di un’ipotetica categoria di “esercente la professione scolastica” in cui vengano accomunati senza alcun distinguo il preside, i professori, le segretarie e i bidelli.

Ma con(tro) i medici tutto è lecito. L’ulteriore svilimento della figura del medico non giunge infatti inatteso. Parte da lontano e si sviluppa attraverso una serie di riforme che ne hanno limitato nel tempo la specificità del profilo professionale, mettendone in discussione ruolo e prerogative, contribuendo anche ad acuire quel deterioramento del rapporto medico-paziente, così importante e altrettanto sottovalutato, in un tentativo di esecrazione della nostra figura professionale. Adesso si giunge a sopprimere addirittura il nome di un’intera categoria e si pure provato a negare il diritto a vedere riconosciuto un tavolo negoziale specifico. Tentativo al quale abbiamo già risposto, per fortuna con la giusta fermezza, che adesso va mostrata anche contro il tentativo della cancellazione del medico “per legge”.

L’appellativo medico compenetra la natura stessa della sua funzione, l’essere medico non equivale a fare un mestiere. La modifica del nome finirebbe quindi col rappresentare l’annientamento, non soltanto formale ma di sostanza, di una figura dalla storia millenaria, universalmente riconosciuta e radicata nella cultura dell’intera umanità. Tutto ciò, in decisa controtendenza rispetto ad altre professioni e mestieri, come dimostra l’evoluzione linguistica, stavolta non sostanziale ma prevalentemente formale, che nel segno del politically correct ha interessato tante altre realtà lavorative. Il netturbino è diventato operatore ecologico, la donna delle pulizie si è trasformata in colf, il bidello ha indossato i panni del collaboratore scolastico e via di questo passo.
 
Un cambiamento terminologico che nasce dalla chiara volontà di progredire nella scala sociale, magari solo accontentandosi di prendere le distanze dalla comune accezione dispregiativa di un lavoro, continuando a fare la stessa identica cosa di prima, solo chiamata in modo diverso. Sacrosanta aspirazione sulla quale non abbiamo nulla da eccepire: se un fiore può diventare petaloso con la benedizione dell’Accademia della Crusca, magari la prostituta può evolversi in escort e il suo cliente, ieri puttaniere, diventare utilizzatore finale.
 
Ma perché allora soltanto il medico va declassato, diventando un semplice esercente di una professione? Non vogliamo certo il riconoscimento sacerdotale dell’antichità, ma ci chiediamo perché mai in tanti sentano il bisogno di punirci, di demonizzarci? Forse è finalmente giunto il momento di combattere contro l’involuzione, anche terminologica, di una categoria che al contrario di altre non ha mai avvertito l’esigenza di cambiare denominazione ma che, la trasformazione di etichetta l’ha subita da irrefrenabili pulsioni esterne rispetto alle quali non ha mostrato finora la necessaria forza per resistere ad un cambiamento immotivato e ingiustificato, a volte addirittura mortificante.
 
Già il passaggio da medico a sanitario ha creato confusione di ruoli, adesso la confusione si espande ed amplifica, con l’introduzione di una generica e inappropriata espressione che rappresenta l’acme della stortura linguistica, l’ultimo affronto inferto alla professione medica. Chissà cosa ne penserà la divinità pagana che veniva invocata nel vecchio Giuramento di Ippocrate come Apollo medico. Qualcuno riesce ad immaginare un’invocazione ad Apollo esercente la professione sanitaria? E poi, proprio nell’ambito della responsabilità professionale appare insensato creare un unico gruppo di competenze e livelli di responsabilità tanto diversi tra loro. Senza nulla togliere all’indiscussa valenza delle altre figure che intervengono con la loro specificità nella gestione della Salute, non è accettabile la scomparsa del medico, come individuo e come professionista, riconosciuto soltanto al momento di pagare il conto dei risarcimenti. Perché privarci della nostra connotazione etimologica, della radice stessa in cui affonda il nostro sapere?
 
Per chi esercita questa professione, la definizione di medico è preziosa come il brand dell’imprenditore che, orgoglioso, mostra a tutti i suoi prodotti con tanto di etichetta. Il marchio di fabbrica sta tutto proprio nella denominazione di chi, prioritariamente, ha sulle proprie spalle il compito di garantire e dispensare salute. Negli ultimi decenni abbiamo assistito all’appiattimento di stampo ideologico della professione medica con l’introduzione del ruolo unico della dirigenza, abbiamo lottato e lo stiamo ancora facendo contro la demagogia di chi torna a tentare d’impedirci di svolgere quella libera professione che rappresenta un diritto del medico ma anche garanzia di libera scelta del paziente, abbiamo sopportato la progressiva riduzione delle possibilità di carriera, abbiamo subito umiliazioni e mortificazioni professionali di ogni tipo. Adesso vogliono addirittura cancellare il nostro nome. In attesa di una netta e decisa presa di posizione da parte della FNOMCeo, auspichiamo il ravvedimento della politica per riparare a tutto ciò. Ci avete già tolto tanto, spesso veramente troppo.
 
Ci avete spogliato e provate ancora a farlo, della nostra dignità umana e professionale. Lasciateci almeno il sacrosanto diritto di continuare a chiamarci ancora Medici.

Riccardo Spampinato 
Segretario Cimo Sicilia
 
Giuseppe Bonsignore
Segretario aziendale Cimo Villa Sofia Cervello

02 aprile 2016
© Riproduzione riservata

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