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Referendum. Le contraddizioni di Gelli

di Luca Benci

27 OTT - Gentile direttore,
sono rimasto veramente basito dalle dichiarazioni rilasciate dall’onorevole Gelli e riportate su Qs sugli effetti che l’accoglimento del referendum costituzionale avrebbe sulla sanità. Commentando il sondaggio dell’Istituto Piepoli sulla manovra finanziaria – la sintesi del titolo di Qs è da manuale “Gli italiani hanno a cuore la salute e voteranno si” -  sull’aumento del Fondo sanitario – manovra di cui a oggi nessuno conosce l’esatto testo, neanche il Parlamento! – l’onorevole Gelli arriva a una conclusione ardita: “una volta letta attentamente la riforma costituzionale che si intende attuare e constatate le opportunità che si andrebbero a creare per il nostro sistema sanitario grazie alla modifica del Titolo V, nessun cittadino avrà alcun dubbio su cosa votare”. Voterà quindi Si “per rafforzare il sistema sanitario sul piano delle garanzie di equità e uniformità dei livelli essenziali di assistenza sul territorio e ridurre il divario esistente tra le regioni”.

 
Non si comprende il nesso tra le politiche statali di finanziamento del Fondo sanitario – che in questi anni sono state orientate a un severo taglio della spesa – e la riforma del titolo V. Le risorse per il finanziamento del Servizio sanitario nazionale erano e resteranno, qualunque sia l’esito del referendum, decise dallo Stato.
 
Per altro, l’onorevole Gelli appartiene allo stesso schieramento politico che quindici anni orsono approvò, anche allora a stretta maggioranza, proprio la riforma del Titolo V in senso maggiormente “federalista” con le stesse motivazioni di oggi: il migliore funzionamento del sistema, motivandolo però, con la capacità dei cittadini di controllare la spesa pubblica e la qualità dei servizi data la prossimità degli elettori con gli amministrati. Oggi contrordine: meglio il centralismo!
 
Cerchiamo allora di capire meglio i livelli di cambiamento. Si passerebbe dall’attuale ripartizione con la legislazione concorrente tra Stato e Regioni in materia di “Tutela della salute” alla legislazione esclusiva dello Stato. Alle Regioni competerebbe invece la legislazione esclusiva in relazione alla “programmazione e organizzazione dei servizi sanitari”.
 
Ad oggi, quindi, Stato e Regioni hanno il diritto di legiferare sulla stessa materia – Tutela della salute – con lo Stato che determina i principi fondamentali a cui le Regioni si devono attenere.
Il sistema, si dice, crea contenzioso e lo cambiamo.
La situazione, invece, è ben più confusa.
In realtà allo Stato, la legge di revisione, attribuisce la materia delle “disposizioni generali e comuni” sulla tutela della salute.
 
Ho già avuto modo di notare – proprio su queste colonne – che l’abolizione della vituperata “legislazione concorrente” esce dalla porta e rientra, a pieno titolo, dalla finestra.
 
La legge di revisione costituzionale afferma di volere abolire la legislazione concorrente, ma poi utilizza espressioni scivolose, di incerta interpretazione. Se competono allo Stato le “disposizioni generali e comuni” non competono però alle Regioni le disposizioni non generali e non comuni in materia di tutela della salute – stessa formulazione utilizzata anche per la materia “istruzione” – ma solo di assistenza sanitaria e ospedaliera. Se non competono alle Regioni vuol dire che si rischiano dei vuoti legislativi che nessuno può colmare?
 
La vera svolta, però, può esserci proprio con un’altra norma: la clausola di supremazia. E’ una norma che permetterebbe allo Stato centrale di intervenire direttamente sulla legislazione esclusiva delle Regioni. In sanità, quindi, lo Stato potrebbe intervenire direttamente, con un apposito procedimento, invadendo le residuali competenze esclusive della Regione, che abbiamo visto essere di “programmazione e organizzazione sulla grandezza delle aziende sanitarie e sulla loro organizzazione? Per restare ai giorni nostri potrebbe rendere invalida la recente legge del Veneto sulla c.d. “azienda zero” o la legge della Toscana sulle macroaziende interprovinciali? Potrebbe obbligare una modello unico?
 
Ci stiamo preparando a un centralismo precedente al 1970? Chi gestirebbe in concreto queste politiche? Il Ministero della salute e i suoi funzionari? Ritorniamo a un forte accentramento delle funzioni sulla burocrazia ministeriale in luogo dei rappresentanti votati dai cittadini?
 
Le domande sono lecite mentre la questione legata alla qualità dei servizi e alla sperequazioni territoriali non hanno alcuna attinenza con la riforma costituzionale. Sono anni che la sanità viene, proprio nelle Regioni più sfortunate, gestita centralmente: le regioni del sud commissariate sono gestite, di fatto, dal ministero dell’economia. Questa centralizzazione ha acuito e non diminuito il gap tra nord e sud.
 
Sono le politiche con leggi ordinarie che hanno peggiorato i servizi sanitari non certo la Costituzione come già autorevoli commentatori hanno avuto modo di analizzare.
Risulta quindi decisamente eccessiva la apodittica affermazione dell’onorevole Gelli  riguardante il fatto che “nessun cittadino” avrà il dubbio di come votare una volta letta la – come abbiamo visto – pasticciata ennesima riforma del Titolo V della Costituzione.
 
Tra l’altro le cinque Regioni a statuto speciale rimangono tali e verrebbero quindi sottratte alle politiche ipercentraliste previste dalla revisione costituzionale.
 
All’onorevole Gelli vorrei, infine, fare notare che il disegno di legge sulla responsabilità professionale di cui è relatore alla Camera, nel suo iter parlamentare bicamerale è decisamente migliorato, a dimostrazione che anche la contestata “navetta” può dare, come in questo caso, buoni frutti.
 
Luca Benci
Giurista

27 ottobre 2016
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