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Suicidio assistito. Perché si aggiunge “medicalmente”?

di Pietro Cavalli

13 MAG - Gentile Direttore,
nel mondo attuale l’importanza delle parole e del loro significato viene spesso sottovalutata. Non così in medicina, dove l’impiego di una terminologia corretta è una delle basi della professione ed appare indispensabile che ogni condizione venga descritta senza possibilità di fraintendimento (Fate attenzione a leggere i testi di medicina: potreste morire per un errore di stampa – M. Twain).
 
Spesso invece accade che questo aspetto venga sottovalutato, specie quando la medicina diventa l’oggetto delle riflessioni di chi con l’esercizio della professione medica ha veramente poco in comune. Anche l’introduzione disinvolta di nuove definizioni, sigle, neologismi dovrebbe prima di tutto essere discussa e condivisa, pena il rischio di impattare pesantemente su etica e comportamenti professionali che spesso la società considera  scontati e difficilmente modificabili.
 
Recentemente è stato introdotto nel dibattito sull’eutanasia il termine “SMA (suicidio medicalmente assistito)”, con la medesima indifferenza con cui viene utilizzato l’acronimo “PMA (procreazione medicalmente assistita)” e  nessuno sembra essersi accorto del messaggio che viene sottinteso da questa definizione.
 
Sarebbe invece opportuno rendersi conto che, nell’ebbrezza tipicamente italiana dell’impiego di nuove terminologie e nuove definizioni  per vecchi ed irrisolti problemi, la definizione “SMA” riesce a trasmettere l’idea che il medico debba esserne “de facto” l’attore primario, oltre a ribaltare sulla sua figura l’intera problematica legata al suicidio assistito.   
 
E’ questo un gioco non pulitissimo, a cui si può rispondere citando un recente articolo su BMJ, che pubblica i risultati di  una recente indagine del Royal College of Physicians: solo il 4% dei medici inglesi coinvolti nelle cure palliative è a favore di un coinvolgimento del medico nel suicidio assistito, il 16% è incerto, l’80% è decisamente contrario.  
 
Inoltre le conclusioni della più importante Associazione medica per le cure palliative (APM) a riguardo del coinvolgimento dei medici nel suicidio assistito, sottolineano l’errore di confondere i pro e i contro di tale pratica con il coinvolgimento dei medici: si tratta infatti di due problemi ben distinti ed è la società che si deve pronunciare sulle problematiche di fine vita, senza il coinvolgimento diretto dei medici.   
 
“It is a common mistake to confuse a view on the rights and wrongs of assisted suicide with whether doctors should be involved. They are entirely distinct, and society shall ultimately be given the right to decide, without the direct involvement of doctors”. (BMJ 2019; 365:12008)
 
In quest’ottica sembra importante rendersi conto del rischio e della pericolosità del termine “SMA (suicidio medicalmente assistito)” che, oltre a non rappresentare la realtà attuale, costituisce  probabilmente una fuga in avanti e rischia di rappresentare solo le aspirazioni di chi medico non è e/o vuole imporre scelte lucidamente già decise al di fuori della complessità di ogni  rapporto medico-paziente.
 
La sottintesa richiesta al medico di una operatività tecnica ed occasionale,  necessaria per porre fine ad un’esistenza gravata da insopportabili ed inguaribili sofferenze, non ha nulla a che vedere con il rispetto della volontà del paziente, della libera determinazione della persona, del dovere del medico di astenersi dall’accanimento terapeutico. Non confondiamo i due piani, per favore. Non rovesciamo sulla figura del medico la soluzione delle problematiche legate al suicidio assistito, che vanno invece affrontate e discusse in un ambito certamente più vasto.  
 
Personalmente, se a qualcuno può interessare, mi dichiaro appartenente al gruppo che rifiuta il coinvolgimento diretto del medico come esecutore diretto. Ritengo infatti che la situazione sopra descritta possa essere inquadrata non solo dal punto di vista bioetico, ma anche dal punto di vista pragmatico, laddove ci si può riferire alla banale osservazione che il periodo di formazione di un medico, quando va bene, necessiti di venti,  venticinque anni di studio. Senza mancare di rispetto agli elettricisti, per imparare a staccare una spina basta molto, molto di meno.   
 
Pietro Cavalli
Medico Genetista
ASST-Cremona

13 maggio 2019
© Riproduzione riservata

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