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Suicidio assistito. Ecco perché il Cnb ha svolto un buon servizio all’ethos democratico del Paese

09 AGO - Gentile Direttore,
i dibattiti suscitati dal recente Parere del CNB sul suicidio medicalmente assistito sono il segno che nel paese si sentiva l’esigenza di un testo che sta diventando un punto di riferimento sul tema, e riceve apprezzamenti per la puntualità delle analisi e l’equilibrio delle proposte. L’auspicio è che oltre al pubblico sia di qualche utilità anche ai giudici della Corte costituzionale, impegnati a riflettere sul da farsi.

Le chiedo spazio perché la soddisfazione per i tanti consensi è attenuata dalle severe critiche mosse dal collega Francesco D’Agostino, che in un’ampia e recente intervista al quotidiano La Verità del 5 agosto 2019 ha ripreso i temi della sua Postilla di dissenso, allegata al Parere, per ribadire le due ragioni alla base del suo no del Parere stesso: 1) non spetterebbe al CNB preparare un testo meramente descrittivo dei problemi e delle posizioni sul tema (dossografico); 2) il Parere avrebbe dovuto assumere una “logica drasticamente prescrittiva”, quella che ha informato l’unanime Parere 1996 sull’embrione come uno di noi, approvato quando D’Agostino era Presidente del CNB.


Anche quella tesi normativa forte fece molto discutere e molte furono le critiche, ma l’allora onda politico-culturale montante (Berlusconi-Ruini) portò a far sì che quel Parere fosse usato a sostegno della legge 40/04: legge disastrosa, che risultò anche largamente anti-costituzionale. Tuttavia, un Parere oggettivamente fallimentare, dal punto di vista interno fu un successo.

Quando invoca una logica drasticamente prescrittiva, forse D’Agostino ha nostalgia di quel tempo e avrebbe voluto una sorta di Parere 1996-bis, unanime come quello nella condanna del suicidio medicalmente assistito. Purtroppo nell’ultimo quarto di secolo la situazione circa la bioetica è cambiata: papa Francesco interviene saltuariamente sulla bioetica, e non propone una prospettiva unitaria capace di dare indicazioni a una linea politica.
 
Le “novità” come la fecondazione assistita apparivano come “eccezioni estemporanee” (“just flashes”), destinate a pochi, mentre ora sono molte (gene-editing, matrimonio paritario, Gpa, ecc.), diffuse e radicate. Il pluralismo etico non riguarda più solo qualche tema, ma è diventato un sistema di vita, non solo nel mondo occidentale ma anche in Italia, dove si è chiusa l’epoca berlusconruiniana. I prolife rilevano la inarrestabile erosione della tradizionale visione del mondo e si sentono come espropriati, dicono “basta!” al pluralismo e, anzi, vogliono ora riconquistare il terreno perduto. Di qui le cosiddette “guerre culturali” (culture wars), il cui obiettivo è “il dominio di un ethos culturale e morale su tutti gli altri” (J. D. Hunter, Culture Wars, p. 42).

Queste guerre mettono a dura prova, se non in crisi, un aspetto centrale dei sistemi democratici, che da sempre hanno invece promosso le diversità delle posizioni e eretto difese contro la “tirannia della maggioranza”. Al contrario, i fautori della prospettiva tradizionale vogliono riacquistare un’assoluta “egemonia culturale” (avrebbe detto Gramsci) per limitare o addirittura annullare il pluralismo, come si propone chi cerca di “Ristabilire l’ordina naturale”, come recita il titolo di un interessante studio della European Parliamentary Forum on Population & Development: es. gli organizzatori del Congresso di Verona dello scorso marzo, rivelatosi un fallimento, come ho sostenuto nell’editoriale di Bioetica 4/2018. Questa spinta della bioetica come movimento culturale influenza anche la bioetica accademica, in cui c’è ormai disaccordo su tutto: sui termini, su quali siano i problemi rilevanti, ecc., e non si sa neanche da che parte cominciare.

In questa situazione fortemente conflittuale il CNB ha pensato di affrontare il tema del suicidio medicalmente assistito cercando di apprestare una mappa concettuale dei problemi in gioco e delle posizioni in campo (compito descrittivo), e anche di dare alcune indicazioni normative (compito prescrittivo) sulla scorta delle prospettive dei componenti.

D’Agostino ritiene però che il CNB abbia abdicato al compito prescrittivo a favore di quello descrittivo. Riconosce che in alcuni punti quest’ultimo impegno “tocca le vette della migliore esposizione didattica della tematica” (Postilla), ma afferma anche di non ritenere “così necessario e urgente che il Cnb entrasse in un’argomentazione che va invece affidata all’università” (La Verità). Non è chiaro se D’Agostino intenda affermare che non era necessario e urgente affrontare il tema, e che era meglio evitarlo. Questa tesi è facile da smontare: la scelta del CNB è stata ottima, e se non l’avesse fatta si sarebbe votato all’inutilità. Il successo che il Parere sta riscuotendo è la conferma che ha colto un’esigenza sentita.

L’altra tesi è che il compito descrittivo avrebbe dovuto essere lasciato all’Università o ente analogo. Non si capisce però perché il CNB non avrebbe avuto titolo a fare il lavoro, che è riuscito tanto che D’Agostino ne loda il risultato. Se è vero che in accademia ci sono disaccordi diffusi, è facile che le varie università avrebbero prodotto testi diversi e anche contrastanti: non avrebbero fornito una mappa affidabile e condivisa. Ora, invece, l’abbiamo e ciò facilita l’orientamento comune. E va sottolineato che già il sapere quali sono i problemi e le posizioni da discutere ha una valenza normativa (almeno sul piano concettuale). Vale forse la pena riconoscere alla Presidenza tutta, e in particolare al presidente D’Avack e alla vice-presidente Palazzani, l’aver saputo coordinare una trentina di studiosi di diverso orientamento e di essere riusciti a creare quel clima collaborativo che, al di là delle inevitabili divergenze (anche dure), ha portato non alla guerra culturale ma al consenso unanime almeno sulle parti descrittive: un risultato notevole, in linea con lo stile democratico.

C’è però un’altra ragione per cui secondo D’Agostino il CNB non avrebbe dovuto impegnarsi nel compito descrittivo, e cioè che non vale “la pretesa di esporre in modo neutrale le diverse posizioni in campo [sul suicidio], in nome di un pluralismo che in astratto condivido ma che in questo caso funziona male” (La Verità). Eppure D’Agostino ha riconosciuto che, pur muovendosi nel pluralismo, il CNB è riuscito a esporre bene le diverse posizioni. Nonostante l’operazione sia riuscita, insite nel dire che essa non vale, perché il pluralismo è accettabile in generale, ma non nel caso specifico. Buttata lì in modo secco e senza spiegarne il perché, la tesi fa pensare a chi proclama che in generale è giusto che tutti paghino le tasse, ma dice poi non lo è nel caso specifico che lo riguarda. Le critiche al compito descrittivo sono inconsistenti.

La critica principale però è che il Parere avrebbe dovuto affrontare il problema “in una logica drasticamente prescrittiva” (Postilla), cioè dire in modo netto e chiaro se il suicidio e l’assistenza al suicidio siano o no eticamente giustificabili. Ma anche questo è stato fatto, e D’Agostino è uno degli 11 componenti per cui il suicidio non è mai giustificabile né eticamente né giuridicamente, mentre per altri 13 componenti lo è in alcune circostanze, e per 2 lo è sul piano etico ma non su quello giuridico. E sono anche specificate le ragioni a favore o contro, dando al lettore l’opportunità di valutarne il valore e la forza, e di prendere eventualmente posizione. Certamente a ciascuno avrebbe preferito l’unanimità o una schiacciante maggioranza per la propria posizione, ma il pluralismo interno al CNB ha portato al risultato sopra indicato, e rispecchia il pluralismo diffuso nelle società democratiche moderne. In questo senso, il lavoro svolto nel e dal CNB è in linea con questo spirito democratico e un servizio a esso. 

D’Agostino ritiene che il risultato non rispetti la sua “logica drasticamente prescrittiva” perché la “tradizione plurimillenaria della medicina dice al medico che deve essere sempre in favore della vita, eppure nel documento del CNB per la prima volta la posizione per la morte è presentata come eticamente equivalente a quella per la vita. Al lettore viene detto scegli tu, se ti vuoi mettere dalla parte pro-life o dalla parte opposta, in favore del suicidio” (La Verità). A dire il vero non è così, perché il CNB è unanime nell’individuazione dei problemi, e poi si divide: parte è per il sì, parte per il no, e parte per il ni, e ciascuna posizione pretende di porsi come la migliore.
 
D’Agostino non vede questo punto e insiste nella bocciare il Parere perché, come abbiamo visto, per lui il pluralismo funziona in astratto, ma non nel caso concreto del suicidio medicalmente assistito (che è diverso dal suicidio tout court, come ho mostrato nella mia lettera a QS del 6 agosto). Purtroppo, però, non ci dice il perché di questo, per cui dobbiamo supporre che ciò nasca da una sua idiosincrasia personale. Anche la Postilla orienta in questa direzione: “Il no […] al Parere sull’aiuto al suicidio del CNB, vuole quindi avere in primo luogo il valore di un’affermazione esistenziale, più che quello di una argomentazione bioetica”.
 
D’Agostino non intende argomentare, ma mette in campo uno stato esistenziale e psicologico, senza addurre super-ragioni nuove e diverse da quelle presentate dai contrari. Anzi, la sua contrarietà all’analisi razionale “inevitabilmente fredda” (Postilla) conferma una volta di più l’assenza di altre ragioni. Sostanzialmente si limita a dire di non volere una ulteriore estensione del pluralismo etico, che però ritiene valido in astratto. Che è come dire: su altri temi lo può accettare, ma sul suicidio medicalmente assistito no: ammetterlo sarebbe come togliere la pietra angolare che fa cadere l’intero castello!

Quello della “fine del mondo” o del “dove mai andremo a finire …” è arma nota e spuntata: lo si è detto dell’aborto, della fecondazione assistita, e via dicendo. Il mondo però, per ora, non è crollato, e sia pure con qualche acciacco, la storia continua almeno come prima, se non un po’ meglio. Anche D’Agostino riconosce che l’aborto non ha portato alla fine del mondo, rispondendo alla pronta domanda che lo interpella sul punto. Insiste però nel dire che il caso del suicidio medicalmente assistito è diverso, perché “chi si schiera a favore non si rende conto che è difficilissimo capire se la domanda è autentica, razionale o invece nasce da una disperazione psicologica, come è frequentissimo nelle situazioni di fine vita” (La Verità).
 
Ragione debolissima, tanto debole da non meritare commenti, ma che rivela come la bocciatura del Parere dipenda da altro, forse dalla convinzione che ormai il pluralismo etico è diventato eccessivo, e che lo si debba limitare “drasticamente”, anche attraverso la chiamata alla guerra culturale per ristabilire l’ordine. Se così è, allora la richiesta di un Parere informato a ciò che D’Agostino elegantemente chiama “una logica drasticamente prescrittiva” è in realtà una richiesta di dominio culturale di una posizione sulle altre, cioè una dichiarazione di guerra culturale al pluralismo in tema di suicidio medicalmente assistito.

Questa mia è una presa d’atto di carattere descrittivo, mentre sul piano prescrittivo continuo a credere che sia stata migliore la scelta del CNB di seguire una logica rigorosamente democratica a favore del pluralismo, perché è eticamente superiore una società senza guerre culturali in cui, come proponeva il primo Engelhardt, possano pacificamente convivere gli stranieri morali, inclusi i nostalgici del passato come D’Agostino. Ecco perché credo che, elaborando il Parere sul suicidio medicalmente assistito, il CNB abbia svolto un buon servizio all’ethos democratico di questo Paese. 
 
Maurizio Mori
Professore ordinario di Bioetica al Dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione, Università degli Studi di Torino,
Componente del Comitato Nazionale per la Bioetica
Presidente della Consulta di Bioetica Onlus 


09 agosto 2019
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