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Infermiere di Famiglia: un futuro da protagonista o da comprimario?

di Andrea Guandalini, Infermiere libero professionista Mantova; Paolo Tettamanti, Infermiere libero professionista Como

30 AGO - Gentile Direttore,
nella speranza che il destino della Legislatura non ponga fine al cammino del DdL S 1346 “Introduzione dell’Infermiere di Famiglia e disposizioni in materia di assistenza infermieristica domiciliare” riteniamo che sia necessaria una riflessione su un testo che ha cominciato il suo cammino da un paio di mesi e giunge dopo alcuni falliti tentativi di normare l’Infermieristica di famiglia in Italia (l’ultimo nel 2014).
 
È ormai chiaro che questi tentativi di dare una norma all’infermieristica di famiglia si collocano all’interno di un dibattito che, tra convegni , associazionismo professionale, esperienze più o meno condivise e pubblicazioni scientifiche, esprime una ricchezza ben diversa rispetto al testo del disegno di legge in questione e, per la verità, anche di quelli che lo hanno preceduto. Il testo in esame infatti parla solo di “assistenza domiciliare” da attuare “in collaborazione con il Mmg” confinando quindi la nuova figura infermieristica a ciò che si può fare già ora in collaborazione con il Mmg (somministrazione farmaci, prelievi ematici, medicazioni, cateterismo vescicale,...) perdendo così una parte consistente della dimensione assistenziale, quella che l’infermiere può svolgere in autonomia.
 
Si intravede in questo Ddl il rischio di una cristallizzazione dell’attuale Assistenza Domiciliare Integrata che ha avuto ed ha il suo limite nella logica prestazionale adottata sia per l’organizzazione del servizio che per la sua retribuzione. Forse l’unico cambiamento sarà quello di trasformare una retribuzione da prestazionale a forfettaria. Inoltre in questo modo i tempi di esecuzione delle prestazioni precluderanno – come già oggi spesso accade – la possibilità di svolgere attività più proprie della professione infermieristica come l’educazione sanitaria, la formazione del care giver o degli assistenti familiari (badanti) o le verifiche della compliance terapeutica solo per citarne alcune tra le più importanti.
 
È necessario probabilmente un passo in più che veda il testo definire il ruolo dell’Infermiere di famiglia e di comunità ossia individui quello che in sociologia si definisce l’insieme strutturato di aspettative e comportamenti attesi riguardanti un individuo che occupa una determinata posizione sociale ossia le norme (giuridiche e deontologiche) e i valori sociali che definiscono le modalità e i contenuti comportamentali dell’infermiere di famiglia e di comunità.
 
Per insieme strutturato intendiamo anche spazi e luoghi di cura e di assistenza visibili e connessi alla rete dei servizi socio sanitari del territorio come ad esempio gli Ambulatori Infermieristici, in grado di fornire attività di natura preventiva, curativa assistenziale e di educazione sanitaria. Luogo in cui personale infermieristico, con adeguata esperienza e qualificazione, incontra la popolazione del territorio e attraverso la presa in carico, l’individuazione dei bisogni e la definizione del piano assistenziale garantisce attività e prestazioni atte a migliorare il bene salute, senza accedere impropriamente ad altre strutture.
Esperienze consolidate e studiate già esistono sia in Europa (Gran Bretagna, Belgio...) che in Italia (Friuli V.G.) e là dove l’infermieristica di famiglia è basata sul ruolo e non sulla prestazione le esperienze sono ampiamente positive: migliore compliance terapeutica nei pazienti cronici, diminuzione degli accessi impropri in Pronto Soccorso sono, ad esempio, indicatori inequivocabili della capacità di incidere positivamente sui bisogni di salute della popolazione.
 
Anche la collaborazione tra Mmg e infermiere di famiglia esiste già: nelle Regioni dove è normato le regole sono chiare mentre laddove non è normata ma esistono infermieri che offrono servizi assistenziali territoriali in regime libero professionale la collaborazione è già un’esperienza
consolidata che parte da lontano per concretizzarsi all’assistenza del paziente. Certo, dove non c’è una norma di riferimento la collaborazione è lasciata all’intelligenza e alla volontà dei professionisti e, non da ultimo, alle risorse economiche del paziente e qui una norma nazionale può certamente portare un progresso notevole standardizzando un modello e ripristinando una uguaglianza dei cittadini nella possibilità di accedere ai Servizi Sanitari di cui ha bisogno.
 
Questa potrebbe quindi essere l’occasione per alzare la qualità dell’offerta del Servizio Sanitario varando un testo che sia all’altezza delle previsioni del documento Health 21 dell’OMS, che accolga la ricchezza che già oggi l’infermieristica di famiglia e di comunità esprime sul territorio nazionale e, soprattutto, che migliori la capacità di risposta ai bisogni dei pazienti.
Verrebbe così recepito il profilo professionale dell’infermiere (DM 739/94) che ha ormai 25 anni ma paradossalmente è ancora largamente da attuare nell’infermieristica di famiglia e di comunità.
 
Il DM 739/94 definisce le principali funzioni dell’infermiere “la prevenzione delle malattie, l’assistenza dei malati e dei disabili di tutte le età e l’educazione sanitaria” e queste funzioni si declinano in un ruolo in cui l’infermiere (e quindi anche l’infermiere di famiglia e di comunità) “partecipa all’identificazione dei bisogni di salute della persona e della collettività; identifica i bisogni di assistenza infermieristica della persona e della collettività e formula i relativi obiettivi; pianifica, gestisce e valuta l’intervento assistenziale infermieristico; garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche; agisce sia individualmente sia in collaborazione con gli altri operatori sanitari e sociali”.
 
Insomma il ruolo dell’infermiere di famiglia e di comunità è già disegnato da una legge dello Stato, il DM 739/94, è già normato in alcune Regioni italiane e in alcuni paesi europei, è descritto in un documento dell’Oms: il testo del DdL S 1346 - con la sua “assistenza domiciliare” “in collaborazione col Mmg” - appare timido e riduttivo. Inoltre esiste il rischio che per questa figura si pensi all’impiego di personale che svolga questo ruolo in intra o extramoenia ossia al di fuori di una attività lavorativa inevitabilmente prevalente su quella di Infermiere di Famiglia: il ruolo richiede formazione, esperienza e continuità che non possono essere garantite da chi fa anche o soprattutto altro e dedica qualche prestazione o qualche ora di straordinario a questo ruolo. Il modello contrattuale del Medico di Medicina Generale – un libero professionista convenzionato con il Ssn – è quello che ad oggi ha dato le migliori garanzie per il professionista e per il paziente.
 
Il legislatore ha quindi l’occasione e gli strumenti per essere molto più coraggioso e varare un testo più complesso e completo dove trovi spazio un’assistenza infermieristica basata sul ruolo e non su alcune prestazioni così che non sia più il paziente a rincorrere i servizi e i professionisti ma sia il Ssn/Ssr che si fa incontro al paziente assistendolo nella ricerca delle risposte ai suoi bisogni assistenziali.
 
Andrea Guandalini,
Infermiere libero professionista Mantova
 
Paolo Tettamanti,
Infermiere libero professionista Como

30 agosto 2019
© Riproduzione riservata

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