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Ma cosa vuol dire competenze “avanzate”?

di Pietro Cavalli

21 DIC - Gentile Direttore,
vorrei proporle un commento all’artico di Benci e Rodriguez su QS del 20/12/2019. Diamo per scontato che in ogni attività che richiede competenze e contributi diversi, tutti i ruoli sono importanti e talvolta essenziali. Pure chi svolge compiti apparentemente individuali si giova del contributo di altre persone: anche l’artista in fondo non lavora isolato, ma ha la necessità di altre figure professionali che gli consentono di far arrivare all’esterno la sua arte. Figuriamoci quando parliamo di moderna medicina, dove tutti i ruoli sanitari sono non solamente importanti, ma necessari per la cura del paziente.
 
A dire le verità non c’era bisogno di tanto inchiostro e neppure dello sforzo di tante menti illuminate per sostenere quanto Menenio Agrippa illustrava con assai maggiore efficacia cinquecento anni prima di Cristo [Tito Livo (14d.c.). Ab Urbe condita libri;II:32-33].
 
Qualche chiarimento comunque si impone. Se tutti sono quindi necessari e ciascuno contribuisce per le proprie competenze, ci è difficile comprendere cosa significhi la locuzione “competenze avanzate”. Le competenze o sono tali o non sono proprio.
 
Per gente come noi, che di mestiere fa il medico, è fondamentale la massima precisione anche nel dettaglio semantico ed è quindi difficile districarsi tra espressioni ambigue e slavine di parole dal significato incerto. Davanti allo sdoganamento del termine “competenze avanzate” trovo un senso di smarrimento. Ma in fondo siamo gente semplice e spesso concreta, poco avvezza all’impiego di terminologie fantasiose.
 
Provo però un profondo disagio nel leggere interventi letterari che raccontano cose tipo la “diagnosi logopedica” oppure la” diagnosi fisioterapica” in toni assertivi.
Sarebbe opportuno precisare che l’intervento del logopedista, del fisioterapista e di altri operatori sanitari, importantissimi quanto in genere del tutto autonomi, dovrebbe essere programmato sulla base di una “diagnosi clinica”: altri tipi di diagnosi non sono conosciute e chi utilizza a bella posta una terminologia nebulosa e confondente dovrebbe essere almeno consapevole dei potenziali danni che sta provocando. E’ vero che siamo nell’era del dott. Google, ma certe fughe in avanti lasciamole al mio parrucchiere, un chiacchierone (comunicazione) in grado di fare una diagnosi suggestiva sulla base dei malanni che gli ho raccontato (anamnesi) mentre mi taglia i capelli.
 
Spiace dover ricordare che diverso è l’intervento per un ritardo del linguaggio associato a ritardo mentale profondo rispetto a forme clinicamente più lievi e che la diagnosi della presenza di una CNV patogenetica o di sindrome di Angelman non la fa il logopedista. Così pure se ti si blocca la schiena e hai parestesie agli arti, il fisioterapista ti manda dallo specialista ortopedico per la diagnosi e solo dopo che la diagnosi clinica è stata fatta può impostare una fisioterapia efficace.
 
Nel ricordare ai profani della medicina clinica che la diagnosi è un processo bayesiano (probabilistico) in cui la probabilità a priori deve essere confermata o confutata con una serie di ulteriori accertamenti clinici e/o strumentali (probabilità a posteriori), è difficile anche solo immaginare che una diagnosi sia basata sulla “anamnesi e comunicazione”. Se si tratta di una provocazione allora sono io che non ho capito: se invece queste affermazioni sono volute, allora credo sia necessario un intervento ben più autorevole del mio
 
Nel concordare poi con l’affermazione “Resta comunque fermo che il professionista sanitario svolge anche attività che non richiedono prescrizione medica e circa le quali egli ha il dovere di informare e raccogliere il consenso”, mi limito a rilevare che, sempre secondo Menenio Agrippa, è difficile non considerare importante anche l’atto di mettere e togliere la padella/pappagallo e che questo atto potrebbe comportare qualche rischio per il paziente allettato. Figuriamoci il catetere.
 
Ne consegue, se ho ben compreso, la necessità di un’informativa specifica e della firma sull’apposito modulo di consenso informato. E così via anche per altre procedure: prelievi, mobilizzazione etc. etc. Data la validità della proposta, sarebbe opportuna una ulteriore riflessione sulla possibilità di un consenso informato cumulativo e sulle sue implicazioni medico-legali, pur se tale tipologia di consenso potrebbe ricadere nella definizione di “consenso generico”, laddove in realtà la tendenza nella più parte dei Paesi dell’Unione Europea è quella della acquisizione di un “consenso specifico”. Auspicabile quindi un approfondimento in tal senso.
 
Pietro Cavalli
Medico

21 dicembre 2019
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