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Coronavirus. Operatori 118 non sono carne da macello

di Roberto Romano

15 MAR - Gentile Direttore,
l’emergenza Coronavirus, come già più volte detto da illustri medici e colleghi sulle pagine del suo giornale, sta mettendo a durissima prova il sistema sanitario nazionale. Il servizio 118 e 112, in particolare, vera linea di fronte insieme ai pronto soccorso, alle terapie intensive e alla medicina di famiglia e di continuità assistenziale, si trova in una situazione problematica dovuta essenzialmente alla mancanza, in certi luoghi quasi totale, di dispositivi di protezione individuale.
 
Gli iscritti della nostra associazione, quasi da ovunque, lamentano questa mancanza e conseguenti risposte organizzative che, quando date, non risultano essere sempre all’altezza e, ancora meno, tutelanti. La popolazione pare che si sia accorta, finalmente, quanto il personale sanitario, in particolare gli infermieri, siano vitali per il sistema salute nazionale. I politici, a ruota, ci incensano in ogni dove. A questa inedita e tardiva stima per tutti noi, fino a pochi giorni fa picchiati per una attesa di qualche minuto in più in pronto soccorso o per una risposta territoriale differente da quella eventualmente attesa, non sta corrispondendo, purtroppo, una vera tutela da parte di chi gestisce in queste ore l’emergenza.
 
Ieri, durante la consueta conferenza stampa delle 18.00 della protezione civile, a una domanda precisa posta da un giornalista al Dr. D’Ancona, dell’Istituto Superiore di Sanità, riguardante la morte di un operatore del soccorso della Soreu Alpi-Bergamo si è risposto che il problema degli operatori sanitari è “comune” e che a fronte del grande numero di operatori sanitari infettati “si deve stabilire se l’esposizione è avvenuta al di fuori dell’ambiente di lavoro o professionalmente”.
 
Risposta dettata dalla prudenza, senza dubbio, se non fosse che la percentuale di operatori sanitari esposti e positivi al virus appare, anche ad un profano, un po’ troppo alta per poter essere ascritta ad una esposizione casuale da parte degli stessi. Questo, a maggior ragione, se si tiene conto della mancanza di dispositivi di protezione di cui sopra e che è stata confermata dalla stessa protezione civile, oltre che dall’esperienza di ognuno di noi che lavora sul campo.
 
Vorrei dire al Dr. D’ancona che ogni operatore esposto in maniera incongrua, e che per questo contrae la malattia, è un fallimento del nostro servizio sanitario nazionale. Vorrei averlo sentito pronunciare queste parole, invece che una implicita negazione dell’evidenza. Un fallimento che si percepisce dalla mancata programmazione, specie riguardo agli approvvigionamenti dei DPI, di vie preferenziali a livello nazionale ed internazionale, per l’acquisizione di risorse. Programmazione che doveva essere compiuta a vari livelli in “tempo di pace”, evitando di lasciare sulle spalle di chi ora quell’emergenza la gestisce, protezione civile in primis, un problema che in questa fase è molto complesso risolvere. Che ci si sarebbe potuti trovare di fronte ad una nuova pandemia, come quelle che il secolo scorso hanno spazzato il mondo, era qualcosa che tra gli addetti ai lavori girava da anni.Dove erano i quadri dirigenti di questo Paese, nessun livello escluso, mentre non si accorgevano di quello che anche semplici romanzieri paventavano con dovizia di particolari purtroppo in molti casi anche esatti? Forse in questo Paese abbiamo bisogno di mettere qualche scrittore a gestire il sistema sanitario al posto di qualche dirigente?
 
Ora è necessario rimodulare il sistema di risposta all’emergenza. Dire quello che per anni non si è saputo o voluto dire. Dire, ad esempio che il pronto soccorso non è luogo dove recarsi quando altri servizi non funzionano, o non sono messi in grado di funzionare. Dire che il 118 o il 112 sono numeri di emergenza sanitaria a cui non telefonare se non in caso di vera urgenza. Cambiare il modello di risposta del sistema di emergenza, che non può continuare a rischiare la salute dei propri operatori inviandoli o comunque esponendoli a situazioni di non urgenza, rischiando peraltro di far diventare loro stessi un vettore di contagio.
 
Gli operatori del sistema 118 non sono carne da macello o i liquidatori di Chernobyl. Chi, per citare Andrea Bottega, la cui lettera al Presidente Conte condividiamo in pieno, risponderà dei colleghi malati o morti? Cosa si aspetta a vietare la libera vendita di dispositivi FPP2 e FPP3 alla cittadinanza, che non ha motivi scientificamente fondati per utilizzarli (si vedono persone che portano a spasso il cane con la maschera FPP2 o FPP3), deviando tutto l’approvvigionamento nazionale sul servizio sanitario dove questi dispositivi invece sono letteralmente vitali?
È dovere primario della politica nazionale e regionale, così come delle varie dirigenze aziendali tutelare gli operatori sanitari, bene insostituibile del Paese, anche attraverso scelte impopolari. In seguito, quando questo delirio sarà alle nostre spalle, per qualcuno sarà anche doveroso, e quasi obbligatorio, dimettersi.
 
Roberto Romano
Presidente Società Italiana Infermieri di Emergenza Territoriale (Siiet)
 

15 marzo 2020
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