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05 FEBBRAIO 2023
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Ecco cosa si potrebbe fare in sanità con i 37 miliardi del Mes

di Claudio Montaldo

19 APR - Gentile Direttore,
il 30 è evidentemente un numero magico per la sanità italiana, 30/35 sono infatti i miliardi che negli ultimi 15/20 anni sono stati tagliati o non incrementati nel finanziamento del sistema sanitario, 35 md. è la spesa riversata dai cittadini sul privano-privato, per arrivare attualmente ai 37 miliardi di finanziamenti, a tasso bassissimo e senza condizioni, che i ministri economici UE hanno ipotizzato di prelevare dal Mes e indirizzarli ai sistemi sanitari.
Non voglio in questa sede aggiungere una ulteriore, peraltro poco significativa, voce all’aspro confronto sul tema, Decideranno i Capi di stato e di Governo e mi auguro che l’Italia, dopo la pessima figura al Parlamento EU, non butti risorse che da altre fonti costerebbero di più.
 
Voglio invece provare ad indicare a cosa potrebbero servire. Intanto sarebbe auspicabile ottenere una grande elasticità, per poter finanziare sia investimenti che progetti di trasformazione del Ssn. Ragionando quindi come se ogni paese avesse la possibilità di organizzare al meglio le risorse destinate, provo ad individuare alcuni indirizzi.
 
1 - In questi mesi si stanno spendendo fondi ingenti per l’emergenza, a debito corrente, e se ne spenderanno ancora per garantire la sicurezza e la tutela della salute dei lavoratori e dei cittadini chissà per quanto tempo ancora. Sicuramente è questo il primo capitolo.
 
2 – In tutta Italia le strutture sanitarie sono state stravolte, per far fronte al covid19. Il ritorno alla normalità dovrà prevedere la netta separazione tra centri covid19 e attività ordinaria.
I centri dedicati alla cura e alla riabilitazione dei pazienti affetti da corona virus dovranno essere rapidamente individuati e progettati. Sarebbe bene pensarli e organizzarli come sede di attività multidisciplinare, per garantire la migliore assistenza, ma anche metterli in rete in un progetto nazionale di ricerca, che unisca le nostre intelligenze cliniche, tecnologiche e scientifiche, e l’industria del paese.
La tragedia che viviamo ci sfida a recuperare l’annoso gap di investimento sulla ricerca. E su questo tema abbiamo cultura e energia per competere.
 
3 – Negli ospedali si dovrà tornare alla normalità, ad esempio decine di sale operatorie riconvertite in terapie intensive dovranno essere ripristinate, e presto, per rispondere alle esigenze dei pazienti le cui cure sono state differite.
 
4 - Conosciamo tutti la problematica condizione di tante strutture ospedaliere e la necessità di farvi fronte dopo che per oltre un decennio l’art.20 della legge 67/88 non è più stato finanziato.
Nelle settimane scorse sul tema si sono ascoltate tante affermazioni superficiali. È vero che molti posti letto sono stati tagliati sotto la spinta del de-finanziamento. È altresì vero che in molte regioni la rete ospedaliera era ed è obsoleta e molti degli ospedali piccoli e inappropriati soppressi non avrebbero dato alcun contributo alla soluzione dei problemi attuali. E sarebbe insensato ripescarli ora.
La cosa peggiore che può succedere è che torni in campo la cattiva politica, tra l’altro siamo alla vigilia di una tornata elettorale regionale, e si abbandoni a promesse e impegni per catturare voti, riaprire Pronto Soccorso pericolosi o Punti nascita da qualche decina di parti.
Una cosa chiara l’emergenza l’ha dimostrata: hanno fatto fronte al virus gli ospedali veri, dove la dotazione tecnologica, organizzativa, umana e interdisciplinare, pur insufficiente, ha tenuto e attorno ad essa si è potuto lavorare.
 
L’Italia non ha bisogno di “Ospedaletti contentino”, ma di Ospedali veri.
Chiunque se deve costruire una casa o una scuola si affida ad un ingegnere edile, a un geometra o a un architetto. Invece quando si parla di organizzazione sanitaria e sociosanitaria tutti, soprattutto i politici nel proprio territorio, si sentono titolati a decidere ciò che risulta più tranquillizzante, ma non sempre è corretto. L’organizzazione del sistema sanitario è una disciplina scientifica, che mette al centro obiettivo di dare la migliore cura al malcapitato che ne ha bisogno.
Molti anni fa furono il ministro Umberto Veronesi e l’arch. Renzo Piano a proporre un modello di Ospedale, con 500 posti letto e le specializzazioni necessarie attorno a un Dipartimento d’Emergenza. Poi fu il decreto del ministro Balduzzi a definire i parametri organizzativi. Rivisitiamo pure tutto, ma da lì si deve partire. Certamente l’esperienza che stiamo vivendo ci suggerisce di prevedere aree di riserva, attrezzate e pronte, da aprire quando serve, perché come ci dicono gli esperti si possono ripetere altre tragiche emergenze.
 
5 – Ritengo che si debba trovare il modo di finanziare finalmente la costruzione della politica per la salute sul territorio. Le Regioni e i Paesi con una migliore organizzazione territoriale hanno retto meglio al Corona virus. Nella configurazione territoriale oggi c’è il Distretto, ma di norma marginalizzato e burocratizzato. Invece è lì la chiave per affrontare in modo unitario prevenzione, cura e riabilitazione, soprattutto per la cronicità. Nel distretto ci deve stare tutto ciò che si misura sul territorio, come la salute mentale, le dipendenze, l’assistenza agli anziani e ai disabili, i consultori e la non-autosufficienza, la fase terminale: si deve operare sulla persona a 360 gradi. E con i Comuni si deve attuare l’integrazione sociosanitaria.
In tale contesto si delinea il ruolo della Medicina generale, che in questi giorni abbiamo sentito definire spesso “di base”. Preferisco “generale” proprio perché dà l’idea di una gestione complessiva della salute dell’individuo.

La sfida per rivalutare il ruolo degli Mmg, che molti di loro hanno vinto sul campo, mettendosi le tute bianche, quando le hanno avute, o ammalandosi pur di visitare i propri pazienti, ora si deve spostare sull’organizzazione della presa in carico: associazionismo, rapporti con gli specialisti e governo dell’assistenza domiciliare.
Evitiamo di spendere troppi soldi per i muri, le sedi si trovano, mettiamo risorse sul progetto organizzativo, sulle dotazioni tecnologiche, sulla formazione, sulla digitalizzazione e la condivisione delle informazioni.
 
Infine quanto è successo nelle Rsa merita una profonda revisione dei criteri di autorizzazione e accreditamento. Normalmente sono intesi come produzione di enormi volumi di carta, per assolvere ai controlli formali.
Occorrono meno carta e più sostanza, tanta sostanza e qualità.
Spero che queste idee aiutino a comprendere che è meglio deporre le bandierine e prendere i soldi, se le condizioni saranno quelle annunciate.
 
Claudio Montaldo
Già assessore alla Sanità della Liguria


19 aprile 2020
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