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Lo sviluppo dei servizi distrettuali: adesso o mai più

di Rosario Mete

18 MAG - Gentile Direttore,
l’emergenza epidemica ha messo in evidenza la necessità di migliorare la risposta ai bisogni di assistenza del territorio, in particolare quelli provenienti dal domicilio. Oggi l’obiettivo prioritario è di prendere in carico i pazienti nella fase precoce della malattia e di seguire con percorsi protetti le dimissioni dalle strutture sanitarie. Inoltre, l’esigenza d’incrementare l’esecuzione dei test e dei tamponi sulla popolazione, impone la presenza di un adeguato numero di operatori.
 
Il Governo ha tenuto conto di queste esigenze fin dai primi giorni del mese di marzo quando ha emanato il Decreto che ha istituito sul territorio nazionale le USCA (Unità speciali di continuità assistenziale), assegnando specifiche risorse e dando alle Regioni il termine di dieci giorni per la loro costituzione.
 
E’ stata un’importante iniziativa tendente a dare un ruolo strategico all’assistenza primaria, in grande sofferenza durante l’epidemia, soprattutto nelle aree con evidenti carenze di strutture di Sanità Pubblica.
 

Le Regioni, pur riconoscendo la necessità del potenziamento dei cosiddetti “servizi territoriali”, hanno adempiuto in ritardo e in ordine sparso. Questo specifico aspetto è stato messo in rilievo dall’analisi dell’8 maggio dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma che ha evidenziato che solo alcune Regioni hanno dato un buon livello di risposta, mentre nella gran parte dei casi le USCA sono state costituite in numero del tutto insufficiente.
 
Il recente Decreto “Rilancio”, approvato dal Consiglio dei Ministri il 13 maggio, ha dato una forte accelerazione al potenziamento del SSN prevedendo l’assegnazione di rilevanti risorse. In modo particolare, su complessivi 3250 milioni previsti per la sanità, ben 1255 sono stati assegnati direttamente al “territorio”, prevedendo 179 milioni alla rete territoriale COVID, 734 per il potenziamento dell’assistenza domiciliare e 342 milioni per l’assunzione degli infermieri di comunità a “supporto della medicina di famiglia”. Per l’utilizzo di questi fondi, le Regioni dovranno adottare Piani di potenziamento e di riorganizzazione della rete territoriale. In mancanza di dettagli applicativi e considerando l’assenza di un serio coordinamento fra le stesse Regioni, è concreto il rischio di avere ancora una volta risposte operative fortemente diversificate nei tempi e nelle modalità, incrementando così il divario organizzativo e le disuguaglianze di salute.
 

I Servizi di Sanità Pubblica territoriale gestiti dal Distretto
L’intervento sanitario nella fase 2 dell’epidemia si dovrà sviluppare nelle prossime settimane prevalentemente sul territorio applicando, come suggerisce anche il Governo, la strategia delle tre T “Testare, Tracciare, Trattare”. Solo se sarà presente una rete assistenziale integrata, completa, omogenea, costituita da professionisti sanitari esperti in Sanità Pubblica, si potranno dare risposte assistenziali efficaci. Questa rete già esiste ed è composta dai Distretti e dai Dipartimenti di Prevenzione, e a questa rete bisogna fare riferimento per lo sviluppo dell’attività assistenziale prevista dal Decreto Rilancio.
 
Questa rete è l’unica capace di promuovere in modo integrato gli interventi, organizzando tutti i professionisti dei servizi territoriali e coinvolgendo e informando la popolazione. Se invece le Regioni e le singole Aziende sanitarie sposeranno logiche settoriali e monodisciplinari, dove ogni gruppo di professionisti lavorerà nel proprio specifico ambito assistenziale senza sufficienti forme d’integrazione, l’intervento sarà parcellizzato e inidoneo a fornire una risposta unitaria e saranno contemporaneamente incrementati gli sprechi. Questa non sarebbe una soluzione vincente. Lo abbiamo visto in Lombardia dove i Medici di Famiglia, senza una forte rete di servizi di Sanità Pubblica organizzati dal Dipartimento di Prevenzione e dal Distretto, si sono trovati spesso soli e con grandi difficoltà a fronteggiare l’emergenza epidemica.
 
Dobbiamo invece implementare le attività integrate di Sanità Pubblica quali l’accertamento e la sorveglianza, lo sviluppo e le strategie per migliorare le condizioni di salute, la verifica periodica dell’efficacia degli interventi, il tutto attraverso la direzione tecnico-professionale e gestionale-organizzativa che solamente le Strutture di sanità Pubblica territoriale possono garantire.
 
Questo è il momento per cambiare rotta: adesso o mai più. Nei prossimi mesi si concretizzeranno importanti opportunità per sviluppare i servizi di Sanità Pubblica territoriali. Dovrà essere prevista una rinascita dell’assistenza primaria, finora segregata a un funzioni marginali. Si dovranno chiarire i ruoli esercitati dai MMG e dai Medici di Sanità Pubblica che lavorano nei Distretti e nei Dipartimenti di Prevenzione, ruoli che sono diversi e fra di loro complementari. In questa fase dell’epidemia tutti i professionisti dovranno adeguatamente concorrere per garantire interventi complessi, garantendo l’integrazione operativa. Un’operazione che può essere vincente solo con l’adesione convinta di tutti gli attori, dai professionisti ai decisori politici e alle comunità locali, dalle istituzioni accademiche agli amministratori che, mettendo da parte logiche corporative e settoriali, nel convincimento che è indispensabile prevedere nel prossimo futuro anche interventi normativi e di modifica dei numerosi Accordi Collettivi Nazionali per costituire le basi di una reale rete d’integrazione secondo logiche di Sanità Pubblica.
 
Se questo non avverrà e sarà nuovamente perpetuata dalle Regioni e dalle Aziende sanitarie l’insensato esercizio della competenza sull’organizzazione privilegiando modelli in contrasto con le necessità assistenziali e inefficaci in termini di salute collettiva, difficilmente si potrà gestire efficacemente l’intervento sanitario nella fase 2 dell’epidemia. Adesso è indispensabile un cambio di rotta per assegnare al Distretto e al Dipartimento di Prevenzione il ruolo di gestione di questo intervento sanitario. Adesso o mai più.
 
Rosario Mete
Presidente della CARD Lazio (Confederazione delle Associazioni Regionali di Distretto)
Docente Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive Sapienza Università di Roma


18 maggio 2020
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