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Il Distretto, questo sconosciuto

di Rosario Mete

19 GIU - Gentile Direttore,
in merito all’articolo di Luciano Fassari pubblicato su Quotidiano della Sanità il 17 Giugno “Assistenza territoriale. Senza una vera idea di riforma non bastano i miliardi a farla funzionare” mi sento in obbligo di precisare alcuni concetti alla base della Sanità pubblica e fondanti il nostro SSN. Nel 2017 lo Stato ha confermato con un apposito DPCM che il Livelli Essenziali di Assistenza, cioè le prestazioni che il SSN è tenuto a fornire a tutti i cittadini, a titolo gratuito o con pagamento del ticket, sono tre: la Prevenzione Collettiva e la Sanità Pubblica, attività assistenziale assegnata la Dipartimento di Prevenzione, l’Assistenza Distrettuale gestita e garantita dal Distretto e l’Assistenza Ospedaliera. Lo stesso decreto ha dettagliato in numerosi articoli le prestazioni che i tre “Pilastri dell’assistenza del SSN” devono fornire ai cittadini, assegnando ai primi due, Dipartimento di Prevenzione e Distretto, tutti i servizi di Assistenza territoriale.  


In particolare il Distretto garantisce l’assistenza sanitaria di base di cui fa parte la medicina di famiglia, l’emergenza sanitaria territoriale, l’assistenza farmaceutica, l’assistenza integrativa, l’assistenza specialistica ambulatoriale, l’assistenza protesica, assistenza termale, l’assistenza sociosanitaria domiciliare e territoriale e l’assistenza sociosanitaria residenziale e semiresidenziale in una logica d’integrazione dei servizi e dei professionisti coinvolti.
 
Quindi quando nell’articolo di Luciano Fassari s’inseriscono nello stesso elenco i servizi, gli operatori dell’Assistenza territoriale e le strutture che gestiscono gli stessi, Dipartimenti di Prevenzione e Distretti, lasciando intendere che ognuno vive di vita autonoma, non si contribuisce a far chiarezza sull’organizzazione del nostro SSN, alimentando quella confusione di “chi deve fare cosa” che in questo periodo di emergenza sanitaria si è fortemente incrementata, sviluppando le logiche di settore e corporative. Confusione che potrebbe invece essere superata assegnando al Distretto e al Dipartimento di Prevenzione i ruoli che le normative nazionali impongono in una logica d’integrazione fra professionisti.
 
Questo per evitare che ogni gruppo “coltivi il proprio orticello”, come i Medici di Medicina Generale che colgono ogni occasione per rivendicare la loro autonomia di liberi professionisti, ponendosi a margine e non nel sistema complessivo di Sanità Pubblica.

Non parlerei di “esigenza di una riforma complessiva dell’assistenza territoriale”, quanto di necessità di riconoscere e assegnare da parte delle Regioni e dei Direttori generali delle Aziende sanitarie al Dipartimento di Prevenzione e al Distretto il ruolo di governance del sistema sanitario territoriale potenziando, con le risorse previste dal Decreto Rilancio, i Servizi istituiti per rispondere ai bisogni di salute della popolazione. Ciò in una logica che vede il “paziente” non “al centro del sistema”, ma nel sistema partecipando con gli operatori al successo dell’intervento sanitario.

In questo contesto anche il Ministero della Salute tarda a dare indicazioni certe nel rispetto delle normative, lasciandosi coinvolgere nelle logiche di settore sviluppate in larga misura dai gruppi di professionisti attraverso i sindacati che li rappresentano, istituendo gruppi di lavoro senza le componenti della Sanità Pubblica Distrettuale e del Dipartimento di Prevenzione.

Il dibattito non si è “incentrato esclusivamente sul portare a dipendenza i medici convenzionati sul creare la nuova figura dell’infermiere di famiglia” (io stesso e altri colleghi dei Distretti e della Card Nazionale abbiamo pubblicato numerosi articoli su questo Quotidiano online), ma si sono poste spesso le vere motivazioni che hanno visto l’Assistenza territoriale sempre più depotenziata e le strutture di riferimento, Distretto e Dipartimento di Prevenzione, svolgere un ruolo marginale perché le priorità dei decisori si sono rivolte a logiche che hanno privilegiato i servizi posti fuori dalla Sanità Pubblica territoriale.

Infine, condivido la considerazione conclusiva di Luciano Fassari che “il cittadino, invece di essere guidato, si trova ogni giorno coinvolto da una miriade di servizi che non si parlano tra loro”, in quanto è venuto a mancare la funzione assegnata al Distretto dalla Riforma Sanitaria, soprattutto con la modifica del 1999, di gestione e di coordinamento di tutti i servizi di assistenza primaria e intermedia in quanto la cultura settoriale è prevalsa su quella dell’integrazione dei professionisti e dei servizi non conoscendo, o non volendo conoscere, la reale attività svolta nell’Assistenza territoriale. Il Distretto, questo sconosciuto.
 
Rosario Mete
Presidente della CARD Lazio (Confederazione delle Associazioni Regionali di Distretto) 
Docente Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive Sapienza Università di Roma

19 giugno 2020
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