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L’infermiere di famiglia non deve essere “ausiliario” al medico

25 SET - Gentile Direttore,
vorrei rendere chiaro ed espansivo il mio punto di vista sul disegno di legge relativo all’istituzione dell’infermiere di famiglia/comunità (IFC), la cui prima firmataria è la senatrice Paola Boldrini. Ho partecipato alla tavola rotonda del convegno organizzato dall’ordine di Firenze sul tema. Il tempo a disposizione dentro una tavola rotonda è sempre poco e non ho potuto replicare alle considerazioni altrui. I giovani infermieri però mi hanno chiesto di farlo.
 
Ringrazio la senatrice Boldrini per la dichiarata intenzione di valorizzare la figura infermieristica. Secondo me, nonostante tutto l’impegno della senatrice, quel DDL tende all’arresto del progresso dell’infermiere e della sua disciplina, facendoli anzi regredire. Proverò a spiegare perché.
 
Il DDL Boldrini è stato scritto, giustamente, dopo aver letto i progetti infermieristici sul tema che erano già in essere, in particolare quello del Friuli Venezia Giulia e della Toscana. In nessuno di questi progetti però, e conseguentemente neanche nel DDL, è scritto che “l’infermiere opera anche in autonomia”, ma che è limitato ad associarsi ed “ovviamente a collaborare” con il medico o ad integrarsi in team multidisciplinari; sono infatti definiti solo indicatori quantitativi, e non qualitativi di processo ed esito riconducibili alla qualità dell’assistenza infermieristica erogata.

 
Non ho mai redatto un testo di legge, ma ho avvertito la premessa al DDL lunga, poco ordinata e conseguenziale rispetto alla legge 42 del ’99. Le giustificazioni utilizzate nella premessa le ho percepite come inconsistenti e fuorvianti perché l’IFC è intimamente inserito nella sostanza costitutiva dell’infermieristica, come il medico di famiglia è insito nella medicina, non necessiterebbe pertanto di motivazioni altre se non quelle ricavabili dal nucleo della teoria dei bisogni di assistenza infermieristica (D.Manara, 2000).
 
La politica dovrebbe giustificare l’IFC attingendo a quegli elementi strutturali, assicurati da una informazione attenta e puntuale fornita da chi si pone in interfaccia fra gli infermieri e la politica, anche a livello regionale. Utile invece sarebbe stato citare la legge 42 del ’99, che definisce professionisti gli infermieri e la 251 del 2000 che riconosce la piena autonomia infermieristica con l’istituzione del Servizio infermieristico.
 
La classe medica dovrebbe essere aiutata, dalla rappresentanza infermieristica, attraverso impegnati confronti , a capire cos’ è l’infermieristica in modo che possa essere normata per la comunità con una identità corretta e rispettosa anche di chi la eserciterà. Se la si giustifica con la proclamazione dell’anno dell’infermiere o simili motivazioni si toglie l’essenza categoriale, il carattere intellettuale dell’essere infermiere.
 
Dietro questo DDl, la visione del legislatore sull’infermiere si rivela, quindi, radicalmente ribaltata rispetto al legislatore della L.42 del 1999: da ausiliario a professionista, e ora di nuovo da professionista ad ausiliario.
 
Nella proposta di legge, come nei progetti in essere, vengono elencati, come da mansionario, solo gli interventi che hanno uno scopo esterno alla professione infermieristica: le medicazioni, i consigli sugli stili di vita, le somministrazioni di farmaci, in maniera anche disordinata come a voler riempire ciò che di per se non riempie.
 
L’unico sapere richiesto è quello tecnico dentro l’area assistenziale subordinata ad altre discipline e saperi. Nessun riferimento allo scopo ultimo, teleologico, della professione infermieristica con interventi che favoriscono la ricerca e il ritrovamento di senso nel vivere, nonostante le situazioni avverse e l’aumento delle disuguaglianze nella mente e di fatto. Si riparla quindi di compiti o di attività predefinite e non di diagnosi infermieristiche delle quali esistono libri che già si studiano all’università e dove già si distinguono i problemi collaborativi e i problemi da risolvere autonomamente.
 
La risposta dei Direttori infermieristici presenti, P. Zoppi e M. Gregorini, confermata anche dal resto dei relatori presenti, a queste considerazioni è stata grosso modo questa: “sono considerazioni che vanno bene per scrivere libri, ma nella pratica quotidiana occorre mediare con i medici e quindi occorre scrivere “collaborare” piuttosto che “operare in autonomia” in modo da non avere resistenze e inserire nel sistema della medicina di iniziativa l’IFC. Intanto l’infermieristica c’è poi pian piano si migliora”
 
La mia replica è questa: si media su ciò che ancora non esiste, ma non su ciò che esiste già.
 
L’infermiere è già un professionista, è quindi autonomo nel suo esercizio e l’infermieristica risponde già a bisogni diversi da quelli ai quali risponde il medico.
 
A mio avviso, si evidenzia che siamo una professione che non evolve dalla condizione di ausiliarità, nonostante la norma, a causa del mantenimento della cultura ausiliaria da parte dei dirigenti ai diversi livelli. Un interfaccia, quello dei dirigenti, che si realizza senza un confronto aperto con gli infermieri ospedalieri e territoriali e con obiettivi diversi.
 
Il dirigente porta a casa la delibera per l’IFC e acquista fama e onore insieme al politico che l’ha promossa. Intanto, l’infermiere per diventare IFC si rimette a studiare, frequentando l’ennesimo master di I° o 2° livello ,per trovarsi in una realtà in cui può esercitare solo una parte del suo essere infermiere, quella subordinata al medico, senza autonomia.
 
Di quella distanza fra quanto studiato e quanto operato nessuno saprà mai se non l’IFC , sofferente perché frustrato nelle sue potenzialità. La colpa poi la si darà ai medici che dominanti nel servizio sanitario non vogliono la nostra autonomia. Ma non sono i soli
 
Marcella Gostinelli
Infermiera

25 settembre 2020
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