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Monsignor Paglia, il “Buon Samaritano” e la laicità nella sanità pubblica

25 SET - Gentile direttore,
l’alto prezzo pagato dalla popolazione anziana alla pandemia SARS COV-2 ha imposto l’urgenza, per il Sistema Sanitario Nazionale, di elaborare su questo tema politiche e strategie nuove. Se ne occuperà una commissione di esperti istituita dal Ministero della Salute, che sarà presieduta dall’arcivescovo Vincenzo Paglia, Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
 
L'arcivescovo Paglia è inoltre consigliere spirituale della Comunità di Sant’Egidio, che già gestisce un programma di assistenza agli anziani in collaborazione con il Ministero della Salute.

La nomina, annunciata entusiasticamente dal Ministro Speranza, lascia interdetti, per gli innumerevoli conflitti di interesse di natura ideologica, politica ed economica che porta con sé, in particolare per l'implicito, ennesimo atto di rinuncia dello Stato alla laicità come suo elemento fondativo.


La nomina di Monsignor Paglia è un passo ulteriore verso una Sanità pubblica che arretra, cedendo ai privati, preferibilmente di ispirazione confessionale, spazi di intervento sempre più ampi. Ciò costituisce un problema di natura economica, ovviamente, giacché si finanzia il privato togliendo risorse al pubblico, ma non solo: il convenzionamento di strutture private confessionali si traduce infatti nella rinuncia a qualunque forma di controllo dello Stato, esattamente come, ad esempio, l'accreditamento delle Università religiose a forte impronta ideologica limita pesantemente la formazione medica e specialistica, inserendola rigidamente in limiti imposti da principi etici parziali.
 
Tali principi etici sono pensati come assoluti, veri e universali, anche se sono in aperto contrasto con il senso comune, con quello che le persone reali pensano e fanno nella vita reale, rispetto a contraccezione, aborto, fine vita.

Di aborto, fine vita, eutanasia e suicidio assistito si occupa la lettera della Congregazione della Dottrina della Fede intitolata "Samaritanus Bonus sulla cura delle persone nelle fasi critiche e terminali della vita", pubblicata all'indomani della nomina e che chiarisce bene, qualora ce ne fosse bisogno, come si muoverà monsignor Paglia nella commissione ministeriale da lui presieduta.

Nella lettera si pretende obbedienza sui temi che riguardano le fasi critiche della vita, non solo da parte dei cattolici, ma anche da parte dei laici, medici e legislatori: "Coloro che approvano leggi sull’eutanasia e il suicidio assistito si rendono (...) complici del grave peccato che altri eseguiranno.
 
Costoro sono altresì colpevoli di scandalo perché tali leggi contribuiscono a deformare la coscienza, anche dei fedeli". Si invita pertanto il personale sanitario cattolico all'obiezione di coscienza e, ove questa non fosse prevista, alla disobbedienza civile: "è necessario che gli Stati riconoscano l’obiezione di coscienza in campo medico e sanitario, nel rispetto dei principi della legge morale naturale”, ma “dove questa non fosse riconosciuta si può arrivare alla situazione di dover disobbedire alla legge, per non aggiungere ingiustizia ad ingiustizia, condizionando la coscienza delle persone. Gli operatori sanitari non devono esitare a chiederla come diritto proprio e come contributo specifico al bene comune”.

Inserita in questo contesto "culturale", la nomina dell'arcivescovo Paglia sancisce la resa dello Stato al primato del Magistero della Chiesa Cattolica, anche in ambito medico.
 
E questo non può che preoccuparci, da medici, perché sottende un’idea della nostra professione che si identifica nella figura del "buon Samaritano", "medico delle anime e dei corpi e testimone fedele della presenza salvifica di Dio nel mondo" (...) poiché nella sofferenza è contenuta la grandezza di uno specifico mistero che soltanto la Rivelazione di Dio può svelare. In particolare, a ciascun operatore sanitario è affidata la missione di una fedele custodia della vita umana fino al suo compiersi naturale".

In questa ottica la sofferenza è il destino dell’essere umano, al quale non è concesso di compiere scelte autonome che riguardano la sua persona, in barba all’art.32 della Costituzione; al medico spetta il dovere di non rispettare quelle scelte, ma di accompagnare, assistere, consolare, con un’idea della medicina che è "sollievo della sofferenza", carità, elemosina, assistenzialismo paternalista. Un'idea che, definendo la professione medica inscindibile da una dimensione di trascendenza, la priva della sua reale dimensione umana.

La professione del medico diventa dunque una “missione”, una “vocazione”, proprio come quella dei preti, la cui presenza negli ospedali pubblici ci costa ogni anno decine di milioni di euro.

Un'idea alla quale, irriducibilmente, ci rifiutiamo di adeguarci.

Corrado Melega, ginecologo Bologna
Anna Pompili, ginecologa Roma 


25 settembre 2020
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