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Bene ‘Pillola 5 giorni dopo’ senza ricetta per minorenni. Ora si investa di più su educazione e formazione alla sessualità

12 OTT - Gentile Direttore,
l’Agenzia Italiana del Farmaco ha deliberato che la cosiddetta pillola dei 5 giorni dopo può essere somministrata nelle farmacie anche alle minorenni senza bisogno di ricetta medica. Si tratta di una decisione storica in un Paese a forte influenza cattolica come il nostro e solleciterà (sta già accadendo) considerazioni e prese di posizione da entrambe le parti, tra quelli che plaudono a tale iniziativa e ai suoi detrattori.
 
Vorrei non cadere nella trappola delle “fazioni” ma attenermi alla realtà dei dati. Innanzitutto occorre ribadire con forza che tale pillola non è un farmaco abortivo come sostiene chi è contrario ma un dispositivo che determina il blocco e la procrastinazione del fenomeno ovulatorio per cui impedisce la fecondazione e non interrompe dunque una fecondazione già avvenuta.
 
Gli effetti collaterali sono modestissimi e non ha conseguenze sui cicli successivi e sulla fertilità della donna. «Si tratta di uno strumento altamente efficace per la contraccezione d'emergenza per le giovani che abbiano avuto un rapporto non protetto, entro i cinque giorni dal rapporto, – ha affermato il direttore generale dell’Agenzia, Nicola Magrini - ed è anche, a mio avviso, uno strumento etico in quanto consente di evitare i momenti critici che di solito sono a carico solo delle ragazze. Voglio sottolineare che si tratta di contraccezione di emergenza e che non è un farmaco da utilizzare regolarmente».

 
Mi sembra che questa affermazione sia corretta ed intellettualmente onesta. E ancora afferma «Ricordo infine che il farmaco è dal 2017 nella lista dei farmaci essenziali dell'Organizzazione Mondiale della Sanità per questa indicazione, come parte dei programmi di accesso ai farmaci contraccettivi, e che le gravidanze nelle teenager sono un importante indicatore di sviluppo di una società, che va tenuto ai minimi livelli».
 
Questo, infatti, è il punto cruciale di tutta la questione: evitare gravidanze indesiderate che sfocerebbero inevitabilmente nell’interruzione volontaria delle stesse; e se ciò vale per tutte le donne, è ancor più importante per le minori.
 
Vorrei ancora una volta ricordare (dovrebbe essere un dato acquisito ma occorre ciclicamente ricordarlo) che grazie all’introduzione nel nostro ordinamento legislativo della legge n° 194 del 22/5/1978 il numero degli aborti volontari è sceso da 234.801 del 1982, il primo anno in cui si è iniziato a presentare un report sulle IVG in Italia, a meno di 80.000 dello scorso anno. Il ricorso alla IVG è diminuito in tutte le classi di età, in particolare tra le giovanissime: gli interventi effettuati da minorenni sono pari al 2.8% di tutte le IVG (erano il 3.0 % nel 2016), assecondando una tendenza alla discesa che si è via via manifestata di anno in anno.
 
La nota stonata sta semmai nel fatto che è ancora molto basso il ricorso alla IVG farmacologica rispetto a quella chirurgica: infatti la media nazionale è ancora intorno al 20 % e soltanto in alcune Regioni si registrano percentuali più alte (ad es. in Liguria dove la percentuale si aggira intorno al 40% del totale con punte che sfiorano il 70%).
 
La recente decisione del Ministero della Salute di rendere possibile il ricorso alla IVG farmacologica fino alla 9° settimana (63 giorni) rispetto alla 7° (49 giorni), allineandosi così ai Paesi europei in questo senso da sempre più avanti, va nel senso di favorire questo tipo di approccio alla IVG rispetto al metodo chirurgico.
 
Semmai chiediamoci che cosa si può fare per ridurre ulteriormente il numero totale di IVG. E qui si apre un capitolo enorme che accenno soltanto: fin quando nel nostro Paese non si mostra la volontà politica di favorire la conoscenza ed il ricorso alla contraccezione, attraverso serie campagne di promozione e di educazione alla salute riproduttiva a partire dalle scuole (dove nessuno va più ad affrontare questi temi) sarà difficile comprimere ulteriormente il ricorso all’aborto volontario che non va mai banalizzato perché resta comunque una tragedia per qualsiasi donna.
 
Eppure ci sono iniziative di buon senso e a basso costo che si potrebbero intraprendere e che molti ginecologi, a partire da quelli che operano nei Consultori familiari pubblici e privati, non si stancano di suggerire:
a) incentivare le iniziative di educazione/formazione alla sessualità, alla preservazione del patrimonio riproduttivo, alla genitorialità da parte dei Consultori familiari,
 
b) far crescere la cultura per una maternità responsabile, mediante l’incentivazione dell’offerta contraccettiva sostenendola con argomentazioni scientifiche anche attraverso campagne promosse e veicolate dai mass media,
 
c) promuovere momenti di confronto e di riflessione tra gli addetti ai lavori (medici di medicina generale, personale sanitario, specialisti ginecologi) e le rappresentanze delle donne, dei cittadini e della scuola,
 
d) sostenere quelle politiche che non siano solo “giovanili” nel titolo ma realmente rivolte alla crescita culturale, affettiva e sociale delle fasce più giovani della popolazione che, per quanti sforzi faccia la scuola, sono sempre più abbandonate a se stesse, pagando per prime la dilagante crisi dell’istituzione “famiglia” mai così profonda come in questi anni.

Il Territorio, la rete dei Consultori familiari in particolare, è pronto e disponibile a prendere su di sé il carico di quest’operazione di salute che è nel contempo assistenziale ma anche formativa e preventiva, nonostante le dotazioni, in termini di strumenti e personale, siano sempre più risicate. La legge istitutiva dei Consultori pubblici è del 1975: quel patrimonio di esperienze e di ideali è ancora lì, a disposizione. Sta alle Istituzioni ricordarsene e utilizzarlo al meglio.
 
Sandro M. Viglino
Presidente Associazione Ginecologi Territoriali (AGITE)

12 ottobre 2020
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