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Noi operatori protagonosti di una nuova sanità che rimetta al centro il bene comune della salute

di Maurizio Guccione

16 NOV - Gentile Direttore,
intervengo in un momento così grave con l’unico scopo di evidenziare come il passato stia incidendo sul presente. Mi riferisco al silenzio di chi, almeno da un decennio, avrebbe dovuto occuparsi delle categorie sanitarie – l’armoniosa moltitudine delle professioni sanitarie – e che invece ha sottomesso facendo prevalere logiche politiche che – lo stiamo vedendo in queste ore – hanno prodotto un sistema fallace in primis per la carenza di personale.
 
Parlo come Tecnico sanitario di radiologia medica che sta compiendo il passo di abbandonare questa professione e parlo da chi ha visto svuotare le potenzialità di tante strutture non si sa bene a beneficio di quale “riorganizzazione” che, a sentire lorsignori, avrebbe garantito a noi cittadini una sanità migliore.
 
Noi abbiamo una sanità migliore grazie a chi, nella Costituzione, ha tracciato la rotta da seguire; e sempre noi abbiamo avuto una sanità solidale perché la legge 833 del 1978 dava la vita al concetto di sistema sanitario nazionale per tutti, nessuno escluso. Quella doveva essere la strada da seguire, non l’aziendalizzazione della sanità: creare sistemi sanitari efficienti non significa usare la mannaia; ovverosia, creare sistemi che creano salute, significa investire sugli uomini e le donne che producono salute: tutti gli attori che oggi sono in scena, concorrono tra loro per dare servizi sanitari efficienti. Ma se questo sistema vede intaccare corposamente la formazione e l’assunzione di chi deve lavorare affinchè la sanità sia efficiente, allora significa che l’unico obiettivo per chi ha “governato” il delicato comparto della sanità, è inequivocabilmente un taglio tout court.

 
L’ultimo decennio è stato clamoroso: turn over bloccato, rimpinguimento dei professionisti sottostimato, mancato investimento sulla medicina (prevenzione e cura) nel territorio. Questi sono conti che prima o poi si pagano. E se la politica ha preferito risparmiare su chi avrebbe dovuto occuparsi dei cittadini malati, se questo è stato fatto, peggio ancora, senza avvertire la necessità della programmazione (quanti medici mi serviranno nel 2020, quanti infermieri, quanti tecnici?) allora vuol dire che sono stati traditi i principi cardine sia della Costituzione che del buon senso.
 
Un grande Paese come l’Italia (ma io appartengo alla schiera di chi nutre forti dubbi su questo tipo di “grandezza”), non può voltarsi dall’altra parte e far finta di non prevedere situazioni di emergenza: certo, chi poteva immaginare questa pandemia? Forse ebbero a farsi la domanda anche nel Seicento quando la peste falcidiò l’Italia: ma eravamo nel 1630, appunto, non eravamo i gongolanti consumatori di adesso e non ci battevamo il petto parlando di tecnologia e industrializzazione.
 
Oggi i professionisti della sanità hanno un’arma da utilizzare nei confronti della politica, così frammentata ed esile come una promessa, come diceva Charlie Brown: quell’arma buona dovrà essere capace di imporre alla politica l’agenda delle necessità sanitarie in Italia, dovrà e potrà iniziare una contrattazione non solo sull’aspetto economico, pure importante ma consecutivo alla costruzione di un sistema sanitario che rimetta al centro il bene comune della salute, accantonando l’idea balzana di ridurre, limare, chiudere, risparmiare affinchè i conti, nella sanità, tornino: via gli sprechi ma non gli uomini che concorrono a dare il “prodotto” sanità; via le piramidi burocratiche che intralciano le esigenze di una gestione efficiente.
 
Ripartendo da questo tragico momento si può fare: facciamolo per chi soffre oggi, facciamolo perché il personale sanitario possa sentirsi protagonista e non l’orpello di troppo di un sistema di governo che chiama al bisogno ed è sordo quando a chiamare sono i professionisti sanitari. Solo allora, “ce la faremo”.
 
Maurizio Guccione
Tecnico sanitario di radiologia medica
Giornalista e autore
Lucca


16 novembre 2020
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