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Competenze in sanità sempre più confuse... e il Covid non aiuta

di Andrea Bottega

31 MAR - Gentile direttore,
entro il 30 aprile il governo deve presentare alla Commissione UE la versione definitiva del piano per il Recovery Fund. Per la sanità sono previste 5 linee progettuali e tra queste non c’è traccia di una riforma delle professioni sanitarie, forse perché si ritiene che non ce ne sia bisogno.
 
Come sia possibile cambiare l’organizzazione del sistema sanitario, integrare ospedale e territorio, sviluppare nuovi modelli socio-sanitari, innovare nella ricerca e nella digitalizzazione delle strutture ad invarianza di rapporto tra professionisti sanitari e senza dare sviluppo a nuove competenze e nuovi ambiti di responsabilità rimane per me un mistero. Tutto il contesto cambia, ma gli attori del sistema continuano a lavorare e a recitare le loro parti come se nulla fosse cambiato.
 
Eppure, alcuni segnali che le cose non vanno poi così bene dovrebbe essere giunto da tempo al Ministero della Salute. Qualche anno fa fu l’Omceo di Bologna a prendersela con l’Assessore dell’Emilia Romagna – il dott. Venturi – per aver emanato una delibera che prevedeva la presenza del solo infermiere nelle ambulanze senza il medico. Il caso giunse perfino ad interessare la Corte Costituzionale.

 
Poi in Veneto ci fu l’attacco della CIMO alla delibera 1580/DGR del 29/10/2019 sui percorsi di formazione regionale di competenze avanzate in applicazione del CCNL comparto sanità del 21 maggio 2018. La questione si è chiusa il 3/12/2020 con la sentenza del TAR Veneto n. 1168/2020 che ha dichiarato il ricorso inammissibile.
 
Ma ciò che rimane agli atti è un chiaro segnale da parte delle rappresentanze dei medici di non allargare il campo della professione infermieristica e tenere la nostra professione ben ferma al secolo scorso.
 
D’altra parte, oggi, in un mutato contesto emergenziale, osserviamo l’invasione di campo nelle competenze che per legge (DM 739/1994, art. 1, comma 3, lettera d: l’infermiere “garantisce la corretta applicazione delle prescrizioni diagnostico-terapeutiche”) sono attribuite alla professione infermieristica.
 
Il primo caso è il Decreto legge sostegni che all’art. 20, comma 2, lettera h) consente ai farmacisti di somministrare i vaccini – in via sperimentale – ed acquisire direttamente il consenso informato, dopo aver svolto un corso FAD. A questo punto la presenza degli infermieri nelle farmacie è praticamente inutile come lo è anche il relativo superamento dell’esclusività di rapporto previsto dal punto e) dello stesso articolo.
 
Farmacisti che fanno gli infermieri, ma anche infermieri che fanno i farmacisti. Non dimentichiamo che il Nursind ha più volte combattuto contro quelle aziende sanitarie pubbliche che impiegavano infermieri dei reparti nella distribuzione diretta dei farmaci, competenza che spetta al farmacista. Non che l’infermiere non fosse in grado di consegnare una scatola del farmaco e registrane l’uscita - basta saper leggere e scrivere ed aver nozioni di farmacologia come l’infermiere ha -, ma quell’atto rientra nelle competenze che la legge attribuisce al farmacista.
 
Il secondo caso riguarda la ancora più recente delibera della regione Veneto n. 305/DGR del 16/03/2021 sul percorso di formazione complementare in assistenza sanitaria dell’Operatore Socio-Sanitario. Le novità riguardano la formazione, 150 ore di FAD e 250 ore di tirocinio, e le competenze dell’allegato A che richiamano la figura dell’ex infermiere generico.
 
Sul punto si osservano le posizioni del Coordinamento OPI del Veneto e di alcuni sindacati. Sulla questione, penso che sia compito dell’Ordine delle Professioni Infermieristiche tutelare la professione da eventuali invasioni di campo. È bene ricordare che tutela della professione significa tutela del cittadino.
 
Se vogliamo dare ai cittadini cure sempre più sicure e di qualità non dobbiamo permettere la dequalificazione delle prestazioni. La standardizzazione in sanità non è un assoluto e il rischio zero non è contemplato in nessun atto sanitario. Essendo quindi la tutela della professione una funzione ordinistica, mi aspetto - se non altro perché come associato contribuisco economicamente al funzionamento dell’OPI e della Fnopi - che si passi dalle parole ai fatti e quindi si impugni la delibera al TAR e non ci si limiti alla moral suasion di un comunicato. Non vorrei, infatti, ci fossero altri motivi che impedissero una reale presa di posizione.
 
Per rendere ancora più chiaro il mio pensiero osservo che:
- Alcuni presidenti e consiglieri degli OPI del Veneto, a quanto mi risulta, sarebbero direttamente coinvolti negli organismi direttivi di alcune Case di Riposo e quindi direttamente interessati a supportare tale delibera che risolve il problema della carenza di personale infermieristico;
 
- Dopo il caso degli standard assistenziali, definiti “minutaggio” dalla delibera 610 del 29 aprile 2014, che prevedevano la presenza di infermieri nel gruppo di lavoro, c’è stata una successiva delibera, quella sugli OOSS. Anche questa volta mi risulta abbiano partecipato infermieri nel gruppo di lavoro. Tale delibera, però, è stata dichiarata irricevibile dagli OPI del Veneto. Ne consegue che dovrebbero essere prese delle posizioni simili a quelle dell’Omceo di Bologna sul caso Venturi (con la differenza che in questo caso non c’è alcuno scudo istituzionale).
 
-Tali situazioni non possono limitare la funzione che per legge è attribuita agli Ordini professionali. Il sindacato, infatti, non può e non deve supplire al loro ruolo. Tra l’altro, se chiedo una posizione formale contro la delibera è anche perché non è la prima volta che osservo posizioni contradditorie. Ne elenco due:
 
- Il documento dell’osservatorio Fnopi sui criteri di qualità per il riconoscimento dei master di primo livello, conseguiti prima dell’adozione del documento sui master specialistici del 2019, riporta come criterio di qualità per i futuri master specialistici “l’obbligo di frequenza in almeno il 70% delle lezioni teoriche”. Se questa è l’indicazione che la Fnopi dà per i master che validità hanno i corsi di laurea che da un anno si tengono in modalità totalmente FAD? I laureati dell’ultimo anno devono ritenersi di seconda qualità?
 
- E che dire di quello che succede, sempre in Veneto, dove gli studenti in infermieristica sono impiegati come forza lavoro per vaccinare anziché conseguire gli obiettivi del tirocinio del terzo anno? Gli specializzandi medici hanno ottenuto che la loro attività fosse remunerata mentre gli studenti di infermieristica lavorano gratis. Eppure avrebbero ben ragione di rifiutarsi considerato che pagano la loro istruzione con le tasse universitarie e avrebbero tutto il diritto di pretendere di raggiungere gli obiettivi del tirocinio del terzo anno senza “perdere tempo” a fare iniezioni e dover poi pagare le tasse per un ulteriore anno.
 
A volte mi sembra che gli interessi dei dirigenti e dei professori universitari prevalgano sull’interesse di chi invece punta ad avere una professione fortemente unita intorno a un progetto di rilancio e crescita. Un progetto che parta dal riscatto di una dignità sempre più mortificata.
 
Lasciando a parte le strategie di ciascun ordine per la tutela della professione che rappresenta, resta il fatto che i rapporti tra professioni sanitarie non sono prive di contrasti anche forti. Si dovrà continuare così? Con Regioni che tentano fughe in avanti e il Ministero che sta a guardare cosa decidono i tribunali? Le professioni sanitarie saranno sempre costrette a ricalcare il conflitto Stato-Regioni perché ciascuno rivendica una propria autonomia?
 
La mancanza di un progetto di riforma delle professioni sanitarie è, a mio parere, il vero problema perché, come più volte ho detto, sono i professionisti che fanno la differenza nella cura. Forse tale mancanza è voluta. Nell’interesse di qualcuno che non è il cittadino.
 
Andrea Bottega
Segretario nazionale Nursind

31 marzo 2021
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