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Recovery plan. Arrivano i primi finaziamenti. Come spenderli?

di Antonio Panti

01 SET - Gentile Direttore,
i primi soldi europei sono arrivati e si avviano le riforme del recovery plan. Logica vuole che si cominci dal finanziare i settori più deboli: il territorio e i servizi informatici. Sembra invece che i primi fondi siano destinati all’innovazione tecnologica. In effetti il parco macchine italiano è assai arretrato ma è inutile acquistare nuove macchine se non si fanno funzionare H12, se non si assume il personale competente e se non si razionalizza: abbiamo più macchine che qualsiasi altra nazione europea e pochissime lavorano a tempo pieno.
 
In realtà con questi soldi si dovrebbero finanziare i grandi cambiamenti del servizio che tutti auspicano: il dibattito è aperto e, come cantava Battiato, “parleranno tutti quanti, dotti, medici e sapienti”. Però il problema principale è che per attuare anche semplici aggiustamenti occorrono alcune precondizioni.
 
La prima è la diffusione di una cultura istituzionale del servizio pubblico, intesa come solidarietà sociale e responsabilità di ognuno. Ciò riguarda i cittadini, i medici e gli altri professionisti sanitari e, non ultimi, gli amministratori. Ma questa cultura pubblica sembra deperire di anno in anno, appannarsi di fronte a un pervasivo individualismo. Come spiegare altrimenti i no vax e l’infantile ribellismo dei medici renitenti alla vaccinazione, nonostante le norme deontologiche sulla sicurezza del paziente, se non come un’insofferenza ad ogni regola, un’esaltazione anarchica da salotto?
 
Praticare la professione sfruttando la solidarietà degli altri è il contrario della responsabilità esaltata dalla deontologia, che trasforma l’io medico di fronte al tu paziente in un noi che esprime una responsabilità solidaristica.
 
Nonostante l’indubbia decadenza del senso del bene comune, tuttavia non abbiamo sentito mai alcuna voce contraria al servizio pubblico. Anche il più aggressivo capitalismo finanziario appare cauto dopo la pandemia, quasi si percepisse che esistono diritti che richiedono l’intervento dello Stato e che vi è un limite all’aumento delle disuguaglianze che non conviene oltrepassare.
 
Le spettacolari scoperte della medicina hanno condotto tutto l’apparato sanitario a un approccio biomedico piuttosto che sociale, quale sembrava ancora prevalente a fine ottocento. L’ineccepibile attenzione all’individuo e ai suoi diritti ha finito però per porre in ombra l’interesse della collettività e ad accentuare le disuguaglianze. E tutti gli studi già pubblicati dimostrano che anche nel Covid la mortalità è maggiore nelle classi meno abbienti.
 
In questo quadro, reso complesso dall’estensione degli interessi in gioco, occorre praticare anche una cultura del compromesso politico, non solo all’interno della professione e del corpo sociale, ma con tutte le parti economiche coinvolte nella sanità che oggi rappresenta una parte rilevante del sistema produttivo del paese tanto che il momento decisionale coinvolge il Governo nella sua totalità. Un cambiamento del modello produttivo per cui, se non sappiamo come eserciterà la sua professione un medico tra pochi anni, certamente non sarà come adesso.
 
Torniamo allora ai primi versamenti europei. Dove e chi decide la loro allocazione? E in base a quali interessi? Valgono più i bisogni dei cittadini, le evidenze della scienza o gli interessi del mercato? Occorre trovare un equilibrio che potrebbe facilmente sfociare in “un programma progressista di riforme capitalistiche” come sostiene Joseph Stieglitz. Qualsiasi confronto sull’assetto del servizio sanitario non può ignorare il terreno su cui si svolge.
 
Si dice comunemente che questa calamità rappresenta un’opportunità, ma per chi? Se si osserva la vicenda dei vaccini, nonostante che gli Stati operassero in condizioni di monopsonio, le multinazionali stanno imponendo i loro interessi. Sembra quasi che la tanto auspicata rivoluzione sanitaria questa volta la facciano i ricchi.
 
Un siffatto problema politico emerge nell’assetto dell’assistenza territoriale. Basteranno i fondi per costruire il sistema diffuso delle case di comunità, per assumere il personale e garantire l’assistenza domiciliare? E se si facessero avanti investitori privati come nel sistema ospedaliero? Altresì pensare ai medici generali come imprenditori di sé stessi (lo possono essere e in parte lo sono) ma fino a qual limite di impegno economico personale in una sanità in continua, travolgente innovazione in una società che si trasforma?
 
Dopo il periodo del trionfo del neoliberismo finanziario il reset dei servizi sanitari potrebbe avvenire nel segno di un’accettazione da parte del capitalismo maturo della necessità dell’intervento dello Stato come regolatore dei diritti e dei doveri dei cittadini e della programmazione e gestione (totale o parziale) delle prestazioni erogabili secondo equità.
 
Il tutto all’interno di quella condizione di sorveglianza generalizzata degli assistiti e degli operatori che la medicina digitale promette nel bene e nel male.
 
La questione principale allora risiede nel trovare un compromesso tra i professionisti della sanità e nell’individuare gli strumenti politici che consentano una pressione positiva sui decisori pubblici e privati.
 
In conclusione, prima di concordare su come utilizzare i fondi ai fini della preparedness della sanità pubblica, sarebbe opportuno preoccuparsi della governance del sistema, almeno definire i termini fondamentali della professionalità sanitaria, dalla formazione, alla governance, alla responsabilità, alla disciplina, ai diritti sindacali.
 
La preoccupazione è che, dopo tanto discutere tra esperti, sfugga il momento decisionale e la sanità sia ricostruita al di fuori di ogni auspicio e impegno di chi nella sanità vive e lavora.
 
Antonio Panti

01 settembre 2021
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