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Se la priorità è l’ospedale e la cronicità … non esiste

di Claudio Maria Maffei

20 SET - Questi giorni Quotidiano Sanità ha ospitato un contributo del  Forum Permanente sul Sistema Sanitario Nazionale nel post-Covid.
 
Come mi ha ricordato Ivan Cavicchi(e di questo lo ringrazio) il Forum comprende “ben 12 illustri società scientifiche con in più qualche professore universitario” per un totale di 14 clinici, oltre a lui naturalmente.
 
Il Forum, è sempre Cavicchi che parla, chiede “ sostanzialmente l’abolizione del dm 70 e un mucchio di altre cose” per le quali  rimanda al documentopubblicato qui su QS. Anche io invito a leggere il Documento del Forum  per ragionare sia su quello che c’è, ma anche su quello che non c’è e cioè il tema della cronicità, che invece è stato pochi giorni fa al centro di un intervento qui su QS di Tonino Aceti, Presidente di SalutEquità.

 
I temi centrali del documento del Forum sono:  l’ospedale (citato in vario modo 39 volte ) e  le attività/figure specialistiche (citate in varia forma 18 volte). In compenso si citano in varia forma le malattie croniche solo 6 volte  e la medicina generale addirittura solo due volte. La cronicità, il lavoro in equipe e quello multiprofessionale mai.
 
Vorrei richiamare l’attenzione su questa sbilanciamento tutto a favore dell’ospedale e dello “specialismo” medico da cui traspare, in clamoroso contrasto, una sostanziale indifferenza culturale rispetto al modello di risposta alla cronicità che un moderno sistema sanitario dovrebbe avere al suo centro. Modello che il documento dimentica totalmente e che, come ormai dovrebbe essere a tutti noto, è quello del Chronic Care Model ripreso dal Piano Nazionale della Cronicità. L’indifferenza diventa addirittura ostilità quando si parla del PNRR, che ha la colpa di fare della risposta alla cronicità  uno dei suoi principali riferimenti (con alcuni limiti, ma questo è un altro discorso).
 
Il Chronic Care Model  ha una robustissima tradizione accademica, essendo stato inizialmente sviluppato nel 1998  dal professor Wagner e dai suoi colleghi del McColl Institute for Healthcare Innovation, in California per essere poi nel tempo oggetto di altri contributi che lo hanno portato ad essere fatto proprio dall’Organizzazione Mondiale della Sanitàe da Kaiser Permanente, organizzazione definita come  “il volto buono della sanità americana, un’organizzazione sanitaria da imitare per la sua capacità di erogare servizi sanitari ad elevata qualità, per l’indiscussa priorità assegnata alle cure primarie, per la capacità di innovazione”. Il Chronic Care Model nelle sue varie versioni presenta, come molto ben illustrato qui,  una serie dielementi caratterizzanti comuni tra cui la scelta di:
1. promuovere  un’assistenza basata sulla popolazione e non sul singolo individuo (per far questo occorre procedere alla stratificazione del rischio e articolare l’intervento su differenti livelli di intensità assistenziale);
2. riconoscere la centralità delle cure primarie nei processi assistenziali con forti collegamenti con il resto del sistema;
3. erogare un’assistenza focalizzata sui bisogni individuali della persona considerata all’interno del suo specifico contesto sociale;
4. dare importanza alla partecipazione comunitaria;
5. investire sull’auto-gestione dei pazienti e dei caregiver;
6. puntare su team multiprofessionali orientati al miglioramento continuo.
 
Di tutto questo era ed è impregnato quel Piano Nazionale della Cronicità del 2015 della cui mancata applicazione Tonino Aceti giustamente si è lamentato qui su QS  e di cui si dimentica completamente il Forum, che esprime sul futuro del sistema sanitario post-Covid una posizione certamente molto autorevole (autorevole secondo la Treccaniè chi “ha autorità, per la carica che riveste, per la funzione che esercita, per il prestigio, il credito, la stima di cui gode), ma purtroppo sui temi della sanità pubblica e della politica sanitaria non altrettanto competente (competente secondo la Treccani è chi “è in grado di parlare o giudicare autorevolmente su argomenti di un’arte, di una disciplina”).
 
Del resto il fatto che un documento che ha come oggetto una riflessione complessiva sul sistema sanitario nascesse come monoprofessionale con una rappresentanza quasi solo ospedaliera di quella unica professione qualche rischio di autoreferenzialità lo faceva temere in partenza. Autoreferenzialità che si è tradotta ad esempio nella giusta proposta di rivedere il fabbisogno dei medici “specialisti di tutte le malattie croniche più rilevanti” senza però fare alcun cenno su tutto il resto delle problematiche della risposta di sistema alla cronicità, ivi comprese quelle del ruolo delle altre professioni e della medicina generale e di nuovi modelli organizzativi e culturali. Insomma, parlando di cronicità il documento torna indietro di oltre 20 anni rispetto a quanto diventato patrimonio comune a livello internazionale.
 
In coda due annotazioni.
 
La prima: colpisce che un documento che omette nel 2021 il tema della cronicità abbia la firma dei Presidenti di Società Scientifiche che si occupano di alcune delle malattie croniche più importanti.
 
La seconda:  colpisce che un documento che vede nel DM 70 un nemico abbia la firma di Presidenti di Società Scientifiche di discipline che il DM 70 valorizza prevedendole solo in ospedali con standard organizzativi in grado di darle adeguata operatività. Il che continua a farmi pensare che del DM 70 molti clinici abbiano fatto una lettura come minimo parziale.
 
Salvo poi scriverne in documenti importanti come quello pubblicato su QS come una sorta di “male da estirpare”. Per concludere con un filo di rispettosa ironia, tutta questa vicenda mi fa venire in mente una espressione che il grande Gianni Brera citava spesso: “ofelè fa el to mestè”. Non credo richieda traduzione.
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-On

20 settembre 2021
© Riproduzione riservata


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