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Ma perché il Piano Nazionale della Cronicità non ha funzionato?

di Claudio Maria Maffei

28 SET - Gentile Direttore,
oggi e domani si terrà il Quinto Congresso Nazionale Onda (Osservatorio nazionale sulla salute delle donne e di genere) su “Cronicità e differenze di genere”. Per me è l’occasione di riflettere sui motivi che hanno portato di recente qui su QS Tonino Aceti a segnalare ancora una volta i gravi ritardi e le grandi disomogeneità di applicazione del Piano Nazionale della Cronicità (PNC).
 
Sono andato a rileggere i risultati dello studio “Malattie croniche: supporto e valutazione comparativa di interventi per l’identificazione proattiva e la presa in carico del paziente complesso finalizzati alla prevenzione dei ricoveri ripetuti”, del programma 2015 del Centro per il controllo delle malattie del Ministero della salute (CCM). Questo studio venne proposto dalla Regione Toscana in collaborazione con le Regioni Veneto, Emilia-Romagna e Sardegna e con l’Agenas.  Ebbe formalmente inizio a marzo 2016. I risultati divennero oggetto di un primo rapporto della Agenzia Regionale Sanitaria della Toscana nel febbraio 2018

 
Il documento così concludeva a proposito dei risultati ottenuti confrontando gli assistiti complessi arruolati  verso gli assistiti complessi di MMG non aderenti al progetto (il periodo di osservazione era stato sui primi 9 mesi dell’anno 2017 in cui era stato attivato il Piano Assistenziale Individuale per questi pazienti): “Alla luce quindi di quanto presente in letteratura ed in una recente revisionei risultati trovati riflettono quanto atteso, visto che in base alle analisi di Toscana e Veneto, non c’è stato nessun effetto positivo su mortalità, accessi al Pronto Soccorso  e ospedalizzazione. In Emilia-Romagna, dove il setting delle Case della Salute, è più maturo ed implementato da più tempo, sono stati invece registrati un calo significativo del tasso di accesso al Pronto Soccorso  ed una lieve diminuzione di tutti i tassi misurati, da imputarsi anche al setting stesso delle Case della Salute, oltre che all’intervento previsto nel progetto.
 
Il rapporto si concludeva poi con una tabella sulle buone pratiche e le criticità emerse nel Progetto. Potremmo sintetizzare le buone pratiche con la considerazione che il PNC (e quindi i suoi “pezzi”) può funzionare. Più interessanti le criticità perché possono aiutare a capire i ritardi e le disomogeneità nella traduzione operativa del Piano nelle diverse Regioni.
 
Due di queste rimandano al dibattito molto acceso di questi giorni sull’inquadramento contrattuale e organizzativo della medicina convenzionata:
1. c’è scarsa adesione di molti Medici di Medicina Generale, infermieri e  specialisti al cambiamento e al lavoro in integrazione per mancanza di formazione/cultura;
2. mancanza di riferimenti anche a livello contrattuale.
 
In estrema sintesi, dal Progetto (i cui risultati vennero presentati in un convegno tenutosi a Roma nel marzo del 2018) emerse che  anche in realtà “avanzate” la traduzione operativa del PNC e del modello che lo ispira (quello del Chronic Care Model) è una operazione di lungo periodo, funziona meglio e comunque prima dove ci sono già esperienze come quelle delle Case della Salute, richiede un importante sostegno formativo e  va resa compatibile con gli aspetti contrattuali.
 
Date le criticità emerse già in sede di progetto CCM, non stupisce che nonostante il Piano fosse stato approvato dalla Conferenza Stato-Regioni e prevedesse un sistema di monitoraggio, nonostante sia stata prevista nel Gennaio 2018 una Cabina di Regia  e nonostante sia stato istituito e finanziato un Osservatorio Cronicità con particolare anche se non esclusiva attenzione all’utilizzo della telemedicina la situazione tra le diverse Regioni italiane continui ad essere quella segnalata da Aceti. Né sarà di particolare utilità  il gruppo interparlamentare sulla cronicità di recente istituzione.
 
Adesso ci si aspetta che la declinazione operativa del PNRR possa  essere la volta buona per accelerare i processi di innovazione organizzativa e strutturale che servono per dare una risposta nuova e migliore alla cronicità. Potrebbe, ma  a patto che si comprenda che queste innovazioni hanno come precondizione alcuni problemi culturali e contrattuali che vanno affrontati per evitare che si accumulino nuovi ritardi e si scavino ulteriori differenze tra le varie Regioni. E’ fondamentale che il dibattito acceso cui mi riferivo prima tenga conto del fatto che per far funzionare  il Piano Nazionale della Cronicità (e il PNRR) occorre far funzionare in modo davvero diverso la Medicina Generale, qualunque sia la forma contrattuale che gli si vuole dare.
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico Chronic-On

28 settembre 2021
© Riproduzione riservata


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