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QS Edizioni - giovedì 22 ottobre 2020

Lettere al Direttore

Siamo sicuri che ci siano troppi anziani nelle Rsa?

immagine 28 settembre - Gentile Direttore,
la notizia della nomina da parte del Ministro Roberto Speranza di una Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana ha destato più di qualche perplessità, specie (ma non solo) per quanto riguarda la scelta di nominare presidente della Commissione Monsignor Paglia,  Gran Cancelliere del Pontificio Istituto Teologico per le Scienze del Matrimonio e della Famiglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita.
 
Ma scelta del Presidente a parte, molte preoccupazioni nascono anche dalla “filosofia” che ispira, manco tanto sotto traccia, i lavori della Commissione sostanzialmente finalizzati a promuovere il trasferimento a livello domiciliare della assistenza attualmente erogata dalle strutture residenziali per anziani, di solito per semplicità raggruppate sotto l’acronimo RSA (Residenze Sanitarie Assistenziali). Ne è del resto prova il fatto che molti articoli abbiano associato la istituzione della Commissione alla riforma delle RSA.
 
Come pure ne è prova il fatto che nel comunicato stampa sulla nomina della Commissione scaricabile dal sito del Ministero si attribuisca a Monsignor Paglia la dichiarazione secondo cui  “la Commissione rappresenta un prezioso strumento inteso a favorire una transizione dalla residenzialità ad una efficace presenza sul territorio attraverso l’assistenza domiciliare, il sostegno alle famiglie e la telemedicina. L’auspicio è che l’Italia, paese tra i più longevi ed anziani del mondo, possa mostrare un nuovo modello di assistenza sanitaria e sociale che aiuti gli anziani a vivere nelle loro case, nel loro habitat, nel tessuto famigliare e sociale”.
 
Il messaggio manco tanto subliminale è che ci sono troppi anziani nelle RSA e troppo pochi assistiti a domicilio.  Per dare il buon esempio siccome è meglio perché più preciso e tecnicamente corretto parlare di “strutture residenziali per anziani” io userò l’acronimo SRA. Quella  affermazione (troppa residenzialità e poco domiciliarità) se non declinata tecnicamente in base a dati ed analisi rischia di portare nella direzione sbagliata almeno nella stragrande maggioranza delle realtà dove la strada giusta è avere sia più assistenza domiciliare sia più assistenza residenziale. In entrambi i casi “fatte meglio”, con standard assistenziali più robusti, strutture (nel caso delle SRA) fatte meglio,  una maggiore integrazione nella rete dei servizi territoriali e un miglior utilizzo e una migliore formazione delle varie   figure professionali ( a partire dall’infermiere di famiglia/comunità, peraltro eccentricamente definito “di quartiere” nel Decreto che istituisce la Commissione).
 
Intendiamoci. Qui non è in discussione l’altissimo tributo di sofferenze e dolori  pagato dagli ospiti delle SRA e dalle loro famiglie nel corso della recente epidemia e la opportunità di ripensare profondamente tutta l’organizzazione complessiva della risposta sanitaria e sociale ai problemi della popolazione anziana del nostro paese. Il punto chiave è ragionare sulla base di principi, dati ed analisi per identificare tutte le traiettorie progettuali che vanno in modo coerente attivate a partire dalla attuale situazione. E a spanne (alla commissione non mancano certo le competenze per fare le sue valutazioni) nella stragrande maggioranza delle Regioni Italiane mancano posti letto di SRA, come testimoniato dalle lunghe liste di attesa per l’inserimento in struttura proprio in dimissione dall’Ospedale. Peraltro vi sono differenze importanti tra le varie Regioni, come molto ben documentato dal Rapporto Oasi 2019. Dai confronti internazionali non risulta che in Italia ci siano troppi letti di SRA rispetto alla media dei paesi europei (anzi, la spesa per la cosiddetta Long Term Care è tra le più basse)   né risulta che nelle nostre SRA il Covid-19 abbia colpito con maggiore gravità rispetto agli altri paesi. Ciò che invece si sa è che quantità e qualità della assistenza in queste strutture va aumentata, prevedendo una maggior presenza sia di infermieri che di fisioterapisti oltre che di OSS e prevedendo una presenza medica adeguata e sicuramente aumentata. Come si sa che le strutture sono spesso inadeguate a far fronte ad emergenze infettive e che il personale che vi opera va formato alla gestione di tali emergenze. Tutte carenze peraltro riscontrate anche dai Nas in coincidenza con la pandemia.
 
La Commissione, altissima quanto a profilo culturale, sembra priva delle necessarie competenze sui molti e complessi aspetti (anche normativi amministrativi e regolamentari) delle attività residenziali per gli anziani. Queste competenze possono essere solo maturate sul campo, ad esempio lavorando nei Distretti e negli Ambiti Sociali. Perché, non va dimenticato, il Decreto sui Lea del 2017 a questi ambiti organizzativi fa afferire la responsabilità della gestione delle SRA.
 
Una ultima considerazione. La composizione della Commissione fa pensare che ci sia una sorta di retropensiero in chi l’ha impostata per cui è in un recupero “etico” del ruolo delle famiglie che va cercata la strada principale per “riformare le RSA”. Se fosse così la strada scelta per i lavori della Commissione sarebbe veramente sbagliata. Detto che una diversa cultura sociale e quindi familiare sui temi dell’invecchiamento delle nostre comunità è fondamentale, occorre ricordare però che la stragrande maggioranza degli ospiti delle SRA ha problemi sanitari rilevanti che solo in alcuni casi possono essere gestiti a livello domiciliare, livello cui andrebbe comunque assegnato o trasferito molto più personale rispetto a quello di cui oggi dispone l’assistenza domiciliare nella stragrande maggioranza delle Regioni italiane.  
 
Per riuscire ad operare questa assegnazione/trasferimento occorre procedere ad una razionalizzazione significativa della rete ospedaliera, razionalizzazione per cui il DM 70 del ’75 costituisce ancora salvo qualche aggiustamento un utile riferimento. E qui viene fuori il vero principale nemico (a mio parere) del potenziamento della assistenza domiciliare e cioè la incompetente ritrosia di molta politica a incidere sulla struttura delle reti ospedaliere, reti in cui è “impigliato” molto del personale  che andrebbe assegnato al livello territoriale (residenziale e domiciliare).
 
Più (o meglio prima) che alle famiglie la Commissione dovrebbe parlare alla politica senza la cui crescita culturale le SRA rischiano di aumentare ancora di posti letto senza aumentare però di qualità. Se servono dei programmi elettorali che confermino questo rischio quelli delle recenti elezioni regionali delle Marche non li ho ancora buttati …
 
Claudio Maria Maffei
Coordinatore scientifico di Chronic-on
28 settembre 2020
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