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QS Edizioni - lunedì 1 giugno 2020

Lettere al Direttore - Toscana

Amore e convivenza al tempo del coronavirus

Gentile Direttore,
proibito toccarsi, salutarsi da lontano senza baci, abbracci o strette di mano: fra persona e persona almeno un metro di distanza (meglio se due). Chiusura di tutte le scuole e delle università, in tutt’Italia. E’ questo che ha deciso il comitato tecnico scientifico voluto da Conte. Forse ci siamo infilati in un tunnel emotivo prima ancora che sanitario? Bisogna trovare presto un modo per convivere col CoVid-19, altrimenti non solo si precipiterà in una recessione economica ma anche in una devastazione sociale e culturale.

La paura del virus è ormai dilagante. La paura in realtà è uno strumento utile. Come il dolore ci segnala il malfunzionamento di una parte del corpo e ci avverte della necessità di intervenire, allo stesso modo la paura ci indirizza verso comportamenti protettivi della nostra integrità, fisica e mentale. Sarebbe strumento utile, purché ci sia una corrispondenza tra la minaccia reale e la risposta, altrimenti si trasforma in panico e fa danni. Non dobbiamo sottovalutare questo virus, è lecito averne timore, ma non possiamo andare in isteria: la ricerca affannosa dell’untore, barricarsi in casa, assaltare i supermercati e devastare così irrimediabilmente i rapporti sociali.

Sembra incredibile che un virus a bassa letalità abbia potuto far tutto questo! Far sprofondare le borse, le stime di crescita. Crollano le prenotazioni aeree, disdette di tutto: dai viaggi agli eventi internazionali. Le teleconferenze hanno sostituito le riunioni. La scuola si organizza per lezioni a “distanza”, perdendo l’ultima occasione di confronto reale tra i ragazzi: i loro rapporti sociali sono già da tempo a rischio, tutti immersi nei telefonini in una realtà virtuale che non esiste!

È un dato oggettivo che i bambini sono i meno colpiti dall’infezione e mostrano un andamento benigno rispetto all’adulto. Ma proprio perché i bambini sono scarsi di sintomi, è più probabile che sfuggano alla diagnosi e possano quindi infettare gli adulti. La chiusura delle scuole in tutta Italia ha un senso quindi, però ha un impatto sociale che potrebbe fare più danni del coronavirus. Ci sono problemi pratici, organizzativi di questi bambini che comunque vanno “piazzati” e quindi complicano l’organizzazione familiare ed il lavoro: molti si organizzano con i nonni ma paradossalmente erano quelli che dovevamo tutelare maggiormente! il rischio è anche di indurre nei ragazzi il concetto che sia meglio stare a casa da soli che in comunità, dove ci possono essere untori! Si insegna ai bambini a non esprimere gesti affettivi, come toccarsi ed abbracciarsi.

La chiusura delle scuole è stata a lungo un fatto eclatante e raro, da riservare solo a grandi calamità. Poi ci siamo abituati con le allerte meteo a chiusure occasionali, di un giorno, due … ma qui si chiudono scuole per settimane: un tempo molto lungo nella vita del bambino, soprattutto se questo si accompagna non ad una sensazione di vacanza, dove si va a giocare con gli altri bambini, ma in una occasione di isolamento e di diffidenza. C’è un concetto da salvaguardare nella cultura dei bambini: la solidarietà. I genitori spesso mancano a questo compito: allevano i figli in un individualismo e in un egocentrismo che nuoce e nuocerà alla società. Quando ancora le scuole erano aperte alcuni genitori decidevano comunque di tenere a casa i figli mandando un pessimo messaggio: in una società civile i problemi si risolvono tutti insieme e per tutti, solidali. Ed oltre tutto hanno indotto nel figlio un ulteriore senso di disprezzo delle istituzioni e degli esperti, che ormai sono così odiosi ad una incolta società!

Il servizio sanitario pubblico Italiano è stato devastato dai tagli che si sono succeduti nei vari governi ed è stato appena messo in grado di amministrare le cose “normali” (e anche malamente) ora che c’è il coronavirus è stato mandato al collasso! In 10 anni sono stati cancellati 70 mila posti letto, mancano 8 mila medici e 35 mila infermieri. Ora non possiamo fare altro che rallentare più possibile l’epidemia perché non si ingolfino le già fragili strutture del servizio pubblico, saturando la disponibilità dei posti letto di cure intensive.

Quindi bene isolare i focolai, bene dare istruzioni igieniche, bene scansare i luoghi affollati, ma queste indicazioni devono essere valutate accuratamente non solo sul piano epidemiologico ma anche sugli effetti che provocano sulla vita sociale e culturale. Per esempio l’indicazione di stare ad almeno un metro, meglio due, somiglia di più a quei cartelli stradali che indicano il limite di velocità a 20 all’ora nonostante sia ovvio che non si può girare a quella velocità! Queste disposizioni infirmano anche altre indicazioni più attuabili, e comunque accentuano la paura dell’altro, che non è un bel concetto in una società civile.

Esperti virologi dibattono fra loro, sembrano in contraddizione e spiazzano l’opinione pubblica. Il dibattito dovrebbe rimanere scientifico, in “sedi scientifiche” e non a una tavola rotonda giornalistica. Sbagliano i giornalisti a invitare virologi per metterli a confronto, e chi è più abile a parlare o è più famoso ha la meglio! Sono questioni complesse e si devono dibattere in campo strettamente scientifico e non a “Porta a Porta” o a “che tempo che fa?” Già la popolazione ha poca fiducia nella scienza e si affida spesso a pratiche prive di scientificità o ad auto referenziati, se ci si mettono anche i giornalisti ad alimentare questa devastante incultura non se ne esce!

Comunque qualche lezione ce l’ha data il coronavirus. Attraverso la paura della gente il nostro servizio sanitario pubblico recupera rispetto, dignità o almeno considerazione! Il servizio pubblico andava difeso e va difeso dai tagli, dagli attacchi del privato e anche dal regionalismo differenziato: ora si capisce che la sanità non può essere differente da una regione all’altra!

Ma c’è anche un’altra lezione: adesso che il mondo ci vive come untori e ci blocca le frontiere forse possiamo metterci nei panni di chi cercava un paese e un Europa solidale, che li accogliesse nella fuga dai loro paesi, scappando da minacce ben più difficili da affrontare (fame, siccità, calamità naturali, torture, guerre devastanti). Ora abbiamo imparato che adesso “l’altro” siamo noi! Almeno chi lo vuole imparare.
 
Paolo Sarti
Pediatra
Consigliere Regione Toscana - Sì Toscana a sinistra
5 marzo 2020
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