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Smi: “Lavoro del 118 dimenticato da Regione e Aree Vaste”

“Nessuna valorizzazione, si continua con i tagli, non investendo nel servizio di emergenza territoriale”. È questa la denuncia del sindacato che evidenzia come, la situazione, stia mettendo sempre più in crisi il settore, dove sempre meno medici vogliono lavorare: “Solo nell'Area Vasta 1 ci sono circa 10 medici su 36 rimasti che meditano di lasciare il servizio 118”.

10 GEN - “Il 118 è in prima linea da sempre e in questi 2 anni di pandemia non è stato da meno. Il 118 non si è mai tirato indietro di fronte a nessun paziente che questo fosse covid-19 positivo, avesse febbre, tosse o una qualsiasi altra patologia. Tutti i pazienti sono stati visitati e hanno ricevuto cure tempestive. Solo nella regione Marche sono stati fatti quasi 200.000 interventi nel 2021”. Tuttavia, nelle Marche, “sempre meno medici vogliono lavorare nel 118 e molti che ci lavoravano hanno lasciato il servizio scegliendo altre occupazioni. Le condizioni di lavoro negli anni sono decisamente peggiorate e le amministrazioni regionali e l’Asur non hanno mai cercato di migliorare il sistema”. A denunciarlo, in una nota, è Giovanni Papi Renzetti, Responsabile Regionale Marche del Sindacato Medici Italiani (Smi) dell'Emergenza 118 convenzionato.

“Per gli interventi del 2021 - prosegue Papi Renzetti - il medico del 118 ha fatto la differenza cercando di salvare la vita ai tanti pazienti con patologie tempo dipendenti, cercando di curare i pazienti a domicilio ove possibile, evitando così di congestionare i pronto soccorso e, nell’intervento in cui si necessitava di trasportare il paziente in ospedale, di scegliere quello più opportuno per patologia riscontrata. Perché il medico del 118 in equipe con infermiere e autista soccorritore cerca di portare rapidamente l’ospedale a casa del paziente e non il paziente in ospedale”.

In questi anni, poi, “il carico di lavoro è notevolmente aumentato in conseguenza alla pandemia: sono aumentati il numero degli interventi, i tempi di trasporto e gestione del paziente in quanto si è trasportato anche pazienti in ospedali lontano dalla propria provincia di lavoro per farli ricoverare in ospedali covid dedicati, ed infine è stato necessario coprire le malattie dei colleghi per covid-19 e non per ultime le morti degli stessi”, spiega il sindacalista.

“Il lavoro del medico del 118 - evidenzia Papi Renzetti - non è un lavoro comodo, è fatto di turni diurni e notturni sempre a bordo di ambulanze a correre nelle case e nei luoghi dove c’è un immediato bisogno di cure, trasporto e gestione di pazienti anche per viaggi di ore, per dare assistenza al paziente e tutto ciò è fatto in solitaria, senza l’appoggio o il confronto di un collega perché in un’ambulanza lavora un solo medico per volta. Se a tutto ciò sommiamo la politica che non considera per nulla questi medici capiamo bene perché i medici sono in fuga dal servizio nel 118”.

Solo nell'Area Vasta 1, riferisce il sindacalista, “ci sono circa 10 medici su 36 rimasti che meditano di lasciare il servizio 118. Ancora i medici convenzionati del 118 non hanno beneficiato della premialità COVID promessa dalla Regione Marche già dalla precedente amministrazione per l’impegno svolto contro la pandemia”.

“La carenza di medici - prosegue - , data dalla fuga degli stessi, ha portato le varie Aree Vaste a de-medicalizzare le postazioni territoriali così che i medici rimasti in servizio sono costretti a svolgere turni ogni volta in postazioni diverse dalla propria di assegnazione e adesso ancora di più perché chiamati a coprire le carenze di organico di Pronti Soccorso carenti di personale. Questa condizione crea un aumento del disagio lavorativo per i medici e una notevole discriminazione dei pazienti del territorio, soprattutto dell’entroterra, che si vedono arrivare ambulanze senza medico dove operano solo degli infermieri che, seppur bravi e competenti, hanno una operatività limitata non potendo prescrivere e somministrare farmaci. Oltre a ciò alcune Aree Vaste hanno fatto ordini di servizio per far lavorare i medici del 118 nel pronto soccorso togliendoli dall’ambulanza, azione che comporta una ulteriore de-medicalizzazione del territorio, un aggravio del carico lavorativo del medico che si trova a dover lavorare in un contesto che non è il suo e per di più non si risolve il problema della carenza medici anche nei pronto soccorso perché la coperta è troppo corta da ambo le parti e quindi non è tirandola dalle varie parti che si riesce a coprire tutto”.

Per il responsabile Emergenza 118 convenzionata dello Smi Marche, “per la politica il 118 non esiste, in tutte le varie proposte di legge o discussioni, non si parla mai del 118; non sono mai state avanzate proposte serie per incentivare i medici a lavorare nel 118, si parla sempre di potenziare il territorio e dovrebbe essere questo che ci ha insegnato la pandemia, ma in realtà il 118 viene sempre depotenziato, vengono tolti medici dalle postazioni, vengono fatti lavorare in condizioni sempre peggiori con contratti senza nessuna tutela, inadeguati ed anacronistici e così la fuga è inarrestabile e quale giovane medico sceglierà di lavorare in queste condizioni? A questo punto ci si chiede se questa fuga che porterà all’estinzione del medico del 118, dovrebbe generare soluzioni per richiamare i giovani medici a lavorare nel 118 e per evitare l’abbandono di chi già ci lavora, ma nulla ancora è stato fatto nella Regione Marche”.

“Lo SMI - conclude Giovanni Papi Renzetti - ha richiesto più volte un tavolo tecnico regionale per la questione della riorganizzazione del sistema emergenza-urgenza, per poter trovare soluzioni, ma a tutt’oggi non è stato ancora convocato. D’altro canto togliere i medici dalle ambulanze, depotenzierebbe il servizio, sicuramente a scapito dei servizi essenziali e della salute dei cittadini; ma siamo sicuri che tutti abbiamo capito quale sarà il tragico finale se non corriamo ai ripari ora?”.

10 gennaio 2022
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