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Il medico di famiglia è in crisi ma la dipendenza non è la ricetta giusta

14 FEB - Gentile Direttore,
sono un giovane Medico di Medicina Generale (MMG), e le scrivo a seguito della lettera di un mio collega “La convenzione impoverisce la medicina territoriale. Per i Mmg meglio la dipendenza”. Condivido l’analisi delle criticità che avvelenano il lavoro dei MMG in questi tempi. Tuttavia le mie conclusioni sono antitetiche: è la mancanza di conoscenza di ciò che la convenzione offre, in sinergia con risorse umane e finanziare assolutamente insufficienti, che sta determinando la crisi della Medicina Generale (MG). E per me è la dipendenza che porterebbe il vero impoverimento.

Non ho mai trovato sensati esempi o paragoni di qualsiasi tipo tra il sistema della Medicina Generale (MG) e tutto ciò che riguarda il sistema ospedaliero. Ospedale e MG (intese anche le sue forme aggregative) condividono certamente lo scopo in termini di salute, ma hanno ruoli, strumenti, organizzazioni e missioni totalmente differenti.

Capisco che il collega tuttavia lo faccia per parlare di budget da amministrare e della autonomia “imprenditoriale” del MMG in Italia. E’ giusto in quanto il MMG sotto quest’ottica può essere visto come una micro-impresa di salute, ma non un’impresa calata in un contesto di libero mercato privato votata al fatturato. Il MMG è una figura del SSN, un erogatore di Sanità Pubblica, in quanto tale la Convenzione è garanzia dei diritti sanciti dall’ART 32.
La convenzione MMG è un modello che valuta e premia il professionista sulla base di risultati di salute, non sull’utile netto in bilancio.
 
“Convenzionamento” vuol dire appunto attività di salute concordate e regolamentate: potenzialmente, a maggior investimento nell’ambito di una determinata progettualità corrisponde maggior guadagno. A mio modesto avviso lamentarsi del fatto che ci sia la libertà del professionista nella ripartizione delle risorse vuol dire non aver pienamente compreso le potenzialità del contesto contrattuale in cui si lavora, tantomeno il concetto base di professionalismo autonomo.

L’autonomia imprenditoriale ed organizzativa è lo strumento che consente (opportunamente utilizzato) la flessibilità necessaria nell’allocazione delle risorse per garantire le risposte ai bisogni di 60 milioni di assistiti distribuiti in più di 80 provincie; contesti estremamente diversi e con bisogni diversi, e quindi necessità macro e micro-organizzative diverse.

Non è la Convenzione ad aver condensato una mole di compiti che potrebbero essere svolti da altre figure sui MMG, anzi proprio la convenzione fornisce ai MMG la possibilità di assumere personale, di integrarsi con altre figure mediche e sanitarie al fine di liberare la risorse e tempo da reinvestire in assistenza (fermo restando che quanto vissuto negli ultimi mesi non sarebbe stato gestibile nemmeno se ogni MMG avesse avuto una squadra di amministrativi a disposizione).

Come non sarà “la dipendenza” ad eliminare la burocrazia, anzi, i fatti dicono l’esatto contrario.
Il collega ha perfettamente ragione quando lamenta il definanziamento come uno dei mali maggiori e causa del disastro che vediamo, ma quando poi afferma che dalla dipendenza dovrebbe arrivare un qualche tipo di miglioramento resto basito. Gli consiglio di dare una lettura ad alcuni sondaggi e report degli ultimi giorni, quello di ANAAO e quello CIMO FESMED (cui ha fatto seguito una richiesta di riforma), che parlano di come dalla dipendenza in Italia si scappi, anche per la troppa burocrazia che toglie tempo alla clinica.

Poi abbiamo l’attività di ricerca, che qualcuno sostiene essere ostacolata dalla Convenzione. Dunque, alla luce del monte ore lavorativo in MG che sfora ampiamente le 38h oggi, e che le sforerebbe anche nell’agognato sistema dipendente (con l’unica differenza che gli straordinari in Italia difficilmente vengono pagati e le ferie spesso restano un miraggio), io vorrei sapere: quando dovrebbe avvenire la redazione di articoli scientifici nel contesto reale appena descritto?

Purtroppo, a mio modesto avviso, anche di fronte a situazioni estremamente gravi come quella che viviamo si preferisce la propaganda all’analisi oggettiva, e si propongono soluzioni orientate solo e soltanto ad imporre la propria visione secondo un modello Top-Down basato sulla ricostruzione teorica e sui paragoni con altri paesi che non è applicabile a contesti talmente complessi come le Cure Primarie Italiane, paese grande ma soprattutto eterogeneo, dove viceversa servirebbe come punto di partenza un approccio Bottom-up, che parta da chi il territorio lo vive e ne conosce la struttura e le dinamiche reali, le sue micro-regole.

Un iniziale “cambiamento culturale” nelle Cure Primarie a mio parere è comunque iniziato con la firma dell’ACN 2016-18, che getta le basi per rispondere a molte delle criticità esposte: ad esempio si imposta una MG obbligatoriamente connessa in AFT , integrata in UCCP, e si aumenta la quota variabile del compenso al 30%, in modo che termini la vergognosa situazione tale per cui sia possibile che vi siano minoranze di MMG che chiudano ambulatori o non vaccinino quasi senza penalità.

Sono fermamente convinto che la nuova generazione di MMG accoglierà con entusiasmo la sfida della formazione manageriale, imprescindibile alla luce dei profondi cambiamenti in arrivo, forte di una identità trasversale, Generalistica (e non generica come qualcuno dice!) che trascende le tre aree “classiche”: Clinica, Chirurgica, Dei Servizi.

Perché è il giusto equilibrio tra questi elementi che consente di prendere in carico a vita una persona dal punto di vista fisico, psichico e sociale, cosa ben diversa dal “curare il malato” per il tempo della degenza.

Sono profondamente convinto che valorizzare chi lavora meglio (e ripartisce le risorse in maniera più efficiente) sia la strada giusta per avere sistemi virtuosi, e non puntare a timbrare il cartellino a quota oraria pari per tutti, indipendentemente dal valore del singolo.

In fondo sono perfettamente d’accordo con il collega quando chiede un inquadramento omogeneo di tutto il personale SSN operante sul territorio, ma il modello cui rifarsi, quando si esce dalle corsie ospedaliere, non può essere che il convenzionamento.

Carmine Cecola
Medico di Continuità Assistenziale ed USCA presso ASREM, Molise

14 febbraio 2022
© Riproduzione riservata

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