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Deontologia da rinsaldare

03 SET - Gentile Direttore,
gli atteggiamenti nei confronti del vaccino anti Covid sono una buona cartina di tornasole per misurare quanto la pandemia abbia indebolito tra i medici taluni principi etici e deontologici. Mi riferisco ad affermazioni di alcuni Colleghi riportate da La Stampa e da Il Gazzettino a proposito di chi ha rifiutato di vaccinarsi, pazienti o medici, che mettono in luce  come il peso insopportabile della Covid possa minare anche le fondamenta della relazione tra medico e paziente e il rapporto tra colleghi.

In un articolo del 13 agosto, dal titolo “La rivolta dei medici”, La Stampa dà conto dell’insofferenza e, direi, del malumore che i nostri colleghi che lavorano nei reparti Covid, in particolare nelle terapie intensive, avvertono verso i pazienti ammalatisi dopo aver rifiutato di vaccinarsi. Intendiamoci: è quasi naturale, automatico, dopo un anno e mezzo di grande sofferenza fisica ed emotiva, che il personale sanitario non riesca ad accettare un comportamento per la maggior parte di noi incomprensibile. Inoltre il clima della relazione con il paziente può anche essere peggiorato da richieste terapeutiche o veti incongrui e certamente dal pensiero che “per ogni paziente in terapia intensiva in meno, ci sarebbero risorse per dieci sedute operatorie”.


E’ vero, tutto vero. Però le difficoltà del lavoro del medico non dovrebbero influenzare uno dei suoi compiti: curare senza pre-giudizi. L’articolo 3 del nostro codice di deontologia medica (CDM) si riferisce anche a questo quando richiama la necessità di operare senza discriminazione alcuna. Qualcuno affiderà la propria vita al medico mal volentieri e anche con ostilità, ma il medico, anche in quei casi, dovrà cercare uno spiraglio, al di là della sua stanchezza e dei suoi convincimenti, per far prevalere i principi di umanità e solidarietà (art.1 del CDM) e per costruire l’alleanza di cura, fondata sulla reciproca fiducia e sul mutuo rispetto dei valori e dei diritti (art. 20 del CDM). Oltretutto l’insofferenza, che si manifesta in modo evidente anche nel linguaggio non verbale, non fa che aumentare la spirale delle incomprensioni.

Naturalmente non si può richiedere un atteggiamento positivo e sereno ai medici senza che siano garantite ore di lavoro congrue, spazi di lavoro idonei, riposi, riconoscimenti economici e professionali e,  per chi ne sente la necessità, un sostegno alla relazione con pazienti e colleghi.

Un secondo esempio sulla necessità di rinsaldare le basi deontologiche della professione  lo fornisce Il Gazzettino del 10 agosto con l’articolo dal titolo “Sanitari non vaccinati nei reparti Covid. Ok di Ordine e sindacato: perché no ?” Qui viene riportata la proposta del Direttore della Sanità Regionale del Veneto di trasferire temporaneamente nei reparti Covid il personale sanitario che rifiuta di vaccinarsi, in alternativa alla sospensione dal servizio e dallo stipendio, come invece prevede la legge 76/2021. Consensi immediati (ipotesi “sensata ed educativa”) e distinguo timidi, del tipo “se la via è giuridicamente percorribile, perché no ?”.

A parte il fatto che la legge prevede che chi non è vaccinato non possa comunque svolgere prestazioni o mansioni che implichino contatti interpersonali e che per lavorare in reparti di terapia intensiva ci vogliano competenze e abilità specifiche, la proposta più che educativa sembra ritorsiva.

Non si può certamente sottovalutare “il rispetto dovuto a chi lavora in quei reparti e rischia per gli altri, facendo turni di ore ed ore in un’atmosfera drammatica”, ma ha qualche legittimità, non solo penale ma soprattutto deontologica, l’idea di mettere volutamente a rischio la salute di un collega che, pur con motivazioni per noi non condivisibili, sceglie di non vaccinarsi ? Per restare solo in ambito medico, l’art. 58 del CDM prevede che il rapporto tra colleghi sia improntato a solidarietà, collaborazione e rispetto. Se questi principi mancano dalla parte dei medici che rifiutano il vaccino, solo per questo anche noi siamo autorizzati a non osservarli  ?

In conclusione, questa proposta mi ricorda molto il detto latino “unum castigabis, centum emendabis” (oggi più citato nella versione maoista: colpirne uno per educarne cento): ma non trovo l’articolo del nostro codice deontologico che vi faccia riferimento.

Guido Giustetto
Presidente Ordine provinciale dei Medici-Chirurghi e Odontoiatri di Torino


03 settembre 2021
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