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Assistenza territoriale. Senza il Distretto non si va da nessuna parte. Intervista a Volpe (Card)

di Ester Maragò

Nel decreto ministeriale che istituisce la “Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana” manca la presenza del Distretto, nonostante leggi nazionali lo riconoscano come perno del sistema territoriale. Per il Presidente della Card la risposta ai bisogni di assistenza va affidata agli oltre 500 Distretti italiani, come CARD ribadirà nel diciottesimo Congresso nazionale che si aprirà il prossimo 29 ottobre.

06 OTT - A volte non bisogna guardare troppo lontano per cercare risposte alle criticità, perché le soluzioni sono a portata di mano. Quando si parla di assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana, ma se vogliamo, più in generale, di assistenza sul territorio, non servono riforme perché le struttura operative in grado di coordinare e dare assistenza continuativa ci sono e si chiamano Distretti. Così come ci sono già leggi ad hoc, mai del tutto portate a compimento.
 
Certo, in molte realtà i Distretti hanno sicuramente bisogno di “manutenzioni”, ma sono la base per dare gambe al salto migliorativo. E come ci ha detto Gennaro Volpe, Presidente della Card, la Confederazione associazioni regionali di Distretto, “devono e possono avere tutte le carte in regola per essere i registi del cambiamento dell’assistenza territoriale, sanitaria e sociosanitaria” evocata ora nel recente Decreto ministeriale che punta alla riforma delle Rsa.

Presidente Volpe, questi mesi hanno messo in luce la necessità di un profondo ripensamento delle politiche sul territorio. Un primo passo in questa direzione è stato il recente provvedimento voluto dal ministro Speranza con il quale si istituisce la Commissione per la riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria della popolazione anziana. Qual è il suo parere in merito?

Iniziamo con il dire che apprezziamo molti dei contenuti inseriti nel Decreto ministeriale e constatiamo che coincidono con quanto detto e scritto dalla Card negli ultimi 10 anni, ossia il valore irrinunciabile delle cure domiciliari; la necessità di qualificare l’offerta residenziale; l’importanza di dedicare attenzione alla “cronicità” ed alla long-term care. Tuttavia, manca un punto centrale: il Distretto, che non viene valorizzato, forse solamente per ora. Un’assenza che suscita insoddisfazione, che cresce quando nel titolo si afferma che la Commissione serve per fare una riforma dell’assistenza sanitaria e sociosanitaria dedicata agli anziani. Noi pensiamo non sia necessaria, anzi. Vede, esistono già due leggi, volute e votate da forze politiche sintoniche con l’appartenenza politica del Ministro Speranza, mai del tutto realizzate, ampiamente bastanti, se ben applicate e realizzate, a risolvere molte delle questioni emergenti: parlo della Legge 229/99 (riforma Bindi) e della legge 328/2000 (riforma Turco), in cui l’assistenza territoriale, anche per questo specifico target di popolazione, gli anziani, è molto ben delineata e il Distretto è ben presente come perno, baricentro dello sviluppo di un nuovo sistema di salute - salute, non sanità -, da realizzare in ogni territorio del Paese.
 
Un obiettivo che però non è stato centrato in pieno…
Parliamoci chiaramente, dove il Distretto ha funzionato la pandemia è stata gestita meglio. Con Distretti Sanitari o, meglio, sociosanitari, quali strutture operative “forti” si possono avere meno problemi anche in epoche non-Covid, né si avverte il bisogno di “riforme”. Infatti, se i problemi sono la carenza di cure domiciliari, di strutture residenziali adeguate per numero e qualità, di cure primarie, di presenza di MMG considerati singolarmente o, ancor più, aggregati, questo è dovuto in larghissima parte al fatto che in alcune Regioni non è stata affidata ad una struttura operativa unica il governo di quei servizi essenziali, annoverati nell’ambito dei Lea dell’assistenza distrettuale. E chi deve realizzare questa assistenza distrettuale descritta nei Lea, se non il Distretto? Un distretto che ha sicuramente bisogno di “manutenzioni migliorative”.
 
Qual è il Distretto che servirebbe?
Un Distretto “vero” e “forte”. Non una vuota espressione della programmazione regionale, oppure una burocratica osservanza dell’atto aziendale o di un organigramma. La realtà dei fatti è che in molte realtà abbiamo assistito ad una sua sostituzione con altre soluzioni maldestre, e spesso si è scelto di annullare il Distretto o, peggio, i suoi compiti, funzioni, generando frammentazione e debolezza dei servizi territoriali. Un albero mai piantato o mal accudito non porterà mai frutti.
 
Cosa bisognerebbe fare?
Capire che occorre una struttura di governo unitario dei servizi essenziali territoriali. Dico “essenziali” per una logica concatenazione e sequenza “naturale” di pensiero: vogliamo fare, dare più assistenza territoriale? Bene, ma quale? La risposta è già nei Lea dell’assistenza distrettuale. E chi deve realizzare questa assistenza distrettuale, se non il distretto? Poi mi piacerebbe si riprendesse il concetto del “Distretto di garanzia”, ovvero di una struttura pubblica vicina e al servizio delle Comunità dei vari territori per vigilare sul rispetto dei Lea, che noi vediamo come diritti dei cittadini di poter ricevere le prestazioni e doveri delle Istituzioni (Regioni, Aziende Sanitarie) di erogarle. In sostanza tutti i requisiti e gli obiettivi esplicitati all’articolo 1 e 2 del Decreto Speranza sono in larga parte già visibili nei “Distretti veri-forti”, a riprova che occorre più diffondere le buone pratiche che riscrivere riforme.
 
Quindi?
Se si vuole riqualificare, riformare il vasto mondo delle cure domiciliari e residenziali oggi diffusamente inadeguate per qualità e quantità, pur in grado e misura diversa nei vari territori regionali (con eccezioni ragguardevoli), allo scopo di portare beneficio a soggetti deboli come i grandi anziani vittime del contagio, bisogna capire che chi deve stilare programmi, portare avanti la regia del cambiamento e curare il corretto utilizzo di nuove risorse deve essere un unico soggetto istituzionale, pubblico. La “riforma” (ricordando che ogni Regione ha potestà di scelta, per cui eventualmente le riforme dovranno essere regionali) sta tutta lì: realizzare, in base a leggi vigenti, un’organizzazione ad hoc, con adeguati mandati, coerenti poteri, strumenti e risorse, per svolgere tutte le funzioni tipiche del Distretto: produzione, governo, coordinamento, integrazione, capacità di costruire reti, sviluppo della continuità e contiguità assistenziale e terapeutica in una logica di prossimità e pro-attività. Insomma, gli attuali 550 Distretti del Paese (numero soggetto a continue variazioni, con trend in decremento) sono la base per dare gambe al salto migliorativo. Devono e possono avere tutte le carte in regola per essere i registi del cambiamento dell’assistenza territoriale, sanitaria e sociosanitaria evocata nel Decreto, con la realizzazione di eccellenti cure domiciliari, residenziali, ambulatoriali; l’integrazione tra operatori dipendenti e convenzionati e con tutti gli attori di cura di cui ogni territorio è ricco.
 
A cura di Ester Maragò
 

06 ottobre 2020
© Riproduzione riservata


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