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La Steatoepatite Non Alcolica: cos'è e come si cura


24 OTT - Cos'è la steatoepatite non alcolica (Non-alcoholic Steatohepatitis, NASH)
La steatoepatite non alcolica – o NASH – è una patologia del fegato caratterizzata da processi di infiammazione, cicatrizzazione e morte dei tessuti. È legata a disfunzioni metaboliche e all'eccessiva presenza di grasso all'interno delle sue cellule, non dovuta al consumo di alcolici. Il grasso, infatti, può accumularsi negli organi interni: viene allora chiamato grasso viscerale ed è particolarmente pericoloso per la salute. Quando i trigliceridi sono presenti in più del 5% delle cellule del fegato si parla di steatosi epatica, il cosiddetto “fegato grasso”. In un sottogruppo di persone, questa condizione evolve nella steatoepatite non alcolica, che comporta un alto rischio di progressione verso malattie del fegato importanti: la fibrosi, la cirrosi (una condizione irreversibile che compromette le funzioni del fegato) e il carcinoma epatico.
In medicina, queste patologie vengono spesso indicate con acronimi anglosassoni: NAFLD (da Non-alcoholic fatty liver disease) è un termine “ombrello” che comprende la steatosi epatica non alcolica (non-alcoholic fatty liver, NAFL) e la steatoepatite non alcolica (Non-alcoholic Steatohepatitis, NASH).
 
Epidemiologia
La steatosi epatica non alcolica riguarda almeno il 25% degli italiani, cioè almeno un italiano su quattro ha il fegato grasso. Questa percentuale aumenta con l'età e soprattutto aumenta tra le persone in sovrappeso e diabetiche, per arrivare al 50% (una su due) nelle persone obese. Anche le persone normopeso, comunque, possono essere a rischio. In questo caso, la circonferenza vita è un indicatore di obesità viscerale più accurato dell’indice di massa corporea. Data la crescente percentuale di persone obese in Italia, tra cui anche bambini, anche la prevalenza della steatosi e della steatoepatite non alcolica sta crescendo e, dal punto di vista delle patologie del fegato, rappresenteranno un'emergenza in futuro. Si stima che nel 2030, circa il 30% degli italiani avrà il fegato grasso. Per quanto riguarda la NASH, la prevalenza è stimata intorno al 4,4% e si pensa che supererà il 6% nel 2030. Infatti, se è vero che oggi controlliamo bene le epatiti causate dai fattori virali, è altresì vero che stanno aumentano i casi e le complicanze legate alla NASH, come l'epatocarcinoma. Per aumentare la consapevolezza dei rischi della NASH, lo scorso 12 giugno è stato istituito il primo International NASH Day.
 
La diagnosi
Oggi il primo obiettivo è identificare le persone più a rischio di danno epatico. Il problema sta nel fatto che è completamente asintomatica, e lo stesso vale per la NASH e anche il danno epatico, finché la situazione non è molto compromessa: non vi sono quindi segnali che possano fare da campanello d'allarme. A guidare il medico devono quindi essere gli stili di vita e la presenza di diabete e/o obesità. Un primo esame è l'ecografia dell'addome superiore. Un'altra modalità di screening si basa sull'elastografia epatica (o fibroscan), che utilizza ultrasuoni per valutare l'elasticità del tessuto: un fegato sano è morbido ed elastico, mentre uno malato è più rigido, duro, perché maggiormente fibrotico. Esistono inoltre due test non invasivi già validati e ampiamente utilizzati (FIB-4 e NAFLD FIBROSIS SCORE): sono molto semplici da eseguire, perché combinano variabili come l'indice di massa corporea e valori del sangue. Il risultato è un punteggio (score) che permette di escludere, con una buona affidabilità, il danno epatico, e di individuare chi invece dovrebbe essere indirizzato a uno specialista del fegato. Un terzo test (Enhanced Liver Fibrosis, ELF) è in fase di valutazione.
 
Va detto che attualmente il gold standard per accertare la diagnosi di NASH e per fare una stadiazione della fibrosi è la biopsia del fegato, una procedura ovviamente invasiva, costosa e non priva di rischi. Stanno però emergendo nuovi modelli che, basandosi sui tre test non invasivi e utilizzando tecnologie di apprendimento automatico, potrebbero presto sostituirla. All’International Liver Congress 2018 di Parigi (il meeting annuale dell'Associazione europea per lo studio del fegato EASL) sono stati presentati due studi sull'utilità e l'affidabilità di questi nuovi metodi di screening non invasivi. Un primo studio ha mostrato che è possibile predire il rischio di progressione della malattia nei pazienti con fibrosi avanzata dovuta a NASH, mentre il secondo ha mostrato che è possibile predire quali pazienti hanno maggiori probabilità di un miglioramento spontaneo della fibrosi.
 
Le terapie
Sia la steatosi epatica non alcolica sia la steatoepatite non alcolica possono regredire, semplicemente modificando lo stile di vita. È stato osservato, ad esempio, che un dimagramento di almeno il 7% del peso corporeo è sufficiente per innescare la regressione della steatoepatite e un miglioramento della fibrosi. Non solo: un dimagrimento superiore al 10% ha portato alla risoluzione del 90% dei casi di NASH. Ad oggi questa è l'unica “strategia terapeutica” di cui si dispone per evitare di arrivare al trapianto di fegato.
 
Gli studi in corso sulle terapie farmacologiche
Per quanto riguarda le terapie farmacologiche, sono centinaia gli studi in corso che mirano ai meccanismi di accumulo del grasso, dell'insulino-resistenza, dell'infiammazione e della fibrosi. All’International Liver Congress 2018 di Parigi, Gilead ha presentato i dati di uno studio proof-of-concept su 70 pazienti con NASH e fibrosi epatica (stadio F2 o F3). I risultati mostrano che i regimi in studio hanno portato a una maggiore riduzione del grasso nel fegato e in entrambi i bracci di combinazione si sono osservati miglioramenti nella biochimica epatica e/o nei marcatori di fibrosi. Per quanto riguarda la tollerabilità, la frequenza degli eventi avversi è stata analoga tra i pazienti trattati con un solo farmaco e quelli in terapia di combinazione e nessuno ha interrotto il trattamento prematuramente.
 
Fonte: Gilead

24 ottobre 2018
© Riproduzione riservata
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