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Aids. Due nuovi progetti SIMIT per migliorare le cure


26 NOV - Migliorare la qualità dell’assistenza e ottimizzare le risorse disponibili sono le parole d'ordine. Due nuovi progetti di SIMIT, sostenuti da AbbVie sono lo strumento. I progetti saranno presentati in occasione della Giornata Mondiale contro l'Aids e vedranno la collaborazione delle più importanti istituzioni e di centri di ricerca italiani, e riguarderanno assistenza, prevenzione e informazione.
 
 
L’HIV continua infatti ad essere un grave problema di salute pubblica e la gestione delle persone che convivono con questa malattia richiede competenze altamente specializzate: dieci nuove diagnosi d’infezione da HIV al giorno - soprattutto attribuibili a rapporti sessuali non protetti - diagnosi sempre più tardive e aumento delle persone inconsapevoli di aver contratto il virus ne sono il campanello d'allarme. “Negli ultimi anni la cura dell’HIV ha fatto progressi incredibili, tanto che in Italia la mortalità è la più bassa al mondo”, ha affermato Massimo Andreoni, Primario di Malattie Infettive al Policlinico Universitario Tor Vergata di Roma e Presidente SIMIT. “Nonostante questo, il numero dei nuovi casi non diminuisce, con circa 4.000 persone diagnosticate ogni anno. Ecco perché come società scientifica ci siamo proposti  due progetti per ottimizzare l’assistenza ai pazienti, anche con un focus al femminile.”
 
 
Il Patient's Journey, primo progetto a livello internazionale sull’HIV (patrocinato da NADIR Onlus, NPS Onlus, ANLAIDS Onlus, Plus Onlus, AIMI, SIFO e dal Ministero della Salute e Istituto Superiore della Sanità) è una vera e propria mappatura del percorso assistenziale vissuto dal paziente: si propone infatti di individuare le “tappe” a maggiore criticità per il raggiungimento degli obiettivi di qualità nell’assistenza in HIV, identificare i parametri per l’ottimizzazione del processo di cura e delle risorse per garantire livelli di qualità nella gestione dell'infezione da HIV.
“Il progetto Patient's Journey è caratterizzato da una forte componente interdisciplinare, in quanto coinvolge le persone con HIV, infettivologi, farmacisti e infermieri nella verifica del processo assistenziale e nella proposta di un modello di cura centrato sui bisogni specifici delle persone, considerando anche il loro vissuto fuori dall’ospedale e gli aspetti emozionali”, ha spiegato Adriano Lazzarin, Direttore del dipartimento di malattie infettive dell’Irccss Ospedale San Raffele di Milano.
Nell’ambito dell’infezione da HIV, il target femminile è un aspetto sul quale SIMIT intende focalizzarsi anche in considerazione del fatto che l’HIV è la principale causa di morte tra le donne in età fertile in tutto il mondo. Secondo gli ultimi dati dell’Istituto Superiore di Sanità, su un totale di 3.853 nuove diagnosi di infezione da HIV nel 2012 in Italia, il 21% è rappresentato da donne, in particolare in età fertile, tra i 15 e i 49 anni.
 
 
“WIN, Women Infectivology Network”, una task force di 11 infettivologhe, coordinata da Antonella d’Arminio Monforte (Clinica Malattie Infettive, Polo Universitario San Paolo, Università di Milano) e da Adriana Ammassari (Istituto Nazionale per le Malattie Infettive “L. Spallanzani”, Roma), affiancate da altre colleghe in rappresentanza dei principali Centri universitari e ospedalieri di Malattie Infettive italiani, ognuna delle quali con specifiche competenze, per sviluppare progetti di ricerca, educazionali, di sensibilizzazione dell’opinione pubblica, ma anche per costruire insieme un network integrato di prevenzione e assistenza per la donna, che tenga conto non solo delle differenze di sesso, ma anche delle differenze di genere e delle specificità della donna in tutte le fasi della vita: età fertile, maternità, menopausa e invecchiamento.
“Il gruppo di lavoro nasce come costola del progetto europeo “Women for Positive Action (WFPA) – ha affermato D’Arminio Monforte, Direttore della Cllinica Malattie Infettive, Dipartimento Scienze della Salute, Università di Milano, Ospedale San Paolo – proprio perché non solo esistono differenze di risposta ai trattamenti antiretrovirali tra uomini e donne ma anche perché persistono pregiudizi e informazioni scorrette, legate anche ad una cattiva comunicazione tra medico e paziente: basta ricordare che, per esempio, le donne sieropositive incontrano ancora difficoltà nella scelta di anticoncezionali che spesso interferiscono con i farmaci antiretrovirali, tanto che si registra un maggior ricorso all’aborto volontario, oppure che quasi la metà delle donne in età fertile non vuole avere un figlio per paura di infettarlo quando il rischio di trasmissione oggi è inferiore all’1%.”
 
 
Negli ultimi 10 anni si sono osservati alcuni cambiamenti nelle dinamiche delle infezioni da HIV: aumento delle infezioni acquisite attraverso rapporti sessuali non protetti (soprattutto le  donne contraggono l’infezione prevalentemente per via eterosessuale e nella maggior parte dei casi vengono infettate da partner stabili), diagnosi sempre più tardive e aumento delle persone inconsapevoli di aver contratto il virus. Il grande successo della scienza ha permesso il controllo del virus nella maggior parte delle persone in cura presso i centri specializzati del territorio.
“La sfida futura è di sviluppare strategie di ottimizzazione della gestione della persona per un periodo di tempo che, nella maggior parte dei casi, dura una vita”, ha concluso Andreoni. “Mentre un problema ancora non risolto è quello della diagnosi tardiva che è dovuta al cosiddetto sommerso, rappresentato da soggetti inconsapevoli del proprio stato d'infezione, che ritardano o non eseguono il test. È quindi importante sensibilizzare l’opinione pubblica sulla diagnosi precoce per evitare di incorrere in gravi danni immunologici.”
 

26 novembre 2013
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